Chavez, Washington e il servilismo dei media

Articolo pubblicato il 11 maggio 2002
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Articolo pubblicato il 11 maggio 2002

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O come, attraverso l’esercizio irresponsabile del potere d’informazione, un presidente eletto, dimissionato e sequestrato dai militari, divenga un golpista rovesciato dalla volontà popolare.

Nella notte fra l’11 e il 12 aprile un colpo di Stato militare ha rovesciato il presidente venezuelano Hugo Chavez, al potere dal dicembre del 1998. Due giorni più tardi, i partigiani del presidente costituzionale rovesciavano il governo insurrezionale: Hugo Chavez tornava trionfalemnte al potere.

Dando prova ancora una volta della loro compiacenza politica, i media nazionali francesi, piuttosto che definirlo un “colpo di Stato”, hanno preferito adottare la terminologia e l’interpretazione dei rivoltosi parlando di “dimissioni” (si veda, ad esempio, il titolo di Jean-Michel Caroit su Le Monde di sabato 13 aprile 2002: “il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, è costretto alle dimissioni”), termine ripreso la sera stessa dalle testate televisive nazionali. In effetti, avrebbe ricordato il procuratore generale della repubblica del bolivariana del Venezuela, le dimissioni del presidente della Repubblica seguono una procedura strettamente regolata: se ci fossero state dimissioni, esse sarebbero state presentate davanti al Parlamento e il vicepresidente avrebbe assunto le funzioni di capo dello Stato. “Dimissioni misteriose”, hanno pertanto rincarato certi media, indicando che non potevano esser ricostruiti i fatti con esattezza privilegiando un’unica interpretazione. Questo modo di procedere è particolarmente biasimevole nella misura in cui la ricerca delle informazioni rappresenti la base del mestiere di giornalista. Che i tragici eventi che hanno preceduto il mancato colpo di stato (13 morti e più di 100 feriti) siano imputabili o meno ai partigiani del presidente Chavez – che, dalla loro, affermano che siano state le milizie dell’opposizione a sparare per prime – o che non si possa concludere a questo stadio, come prudentemente sostengono le organizzazione per la difesa dei diritti dell’uomo, non si tien conto nell’articolo prima citato dove la responsabilità dei “chavisti” sembrava la causa e la giustificazione della confisca del potere. Caroit avrebbe poi introdotto delle attenuazioni nel suo articolo dell’indomani (la natura del colpo si Stato non sembra messa in dubbio, ma la qualità – usurpata – di “presidente” ad interim di Pedro Carmona è pienamente accettata), gli altri media su carta e televisivi avrebbero nel frattempo ripetuto l’interpretazione dei vincitori provvisori sulla quale nessun giornale o televisione giudicherà necessario in seguito rettificare. L’autocritica non appartiene ai profeti della rivelazione mediatica. Da sabato sera, il Venezuela era scomparso dai telegiornali: la “verità” era già stata propinata.

Meglio ancora, se si è avuto un colpo di Stato, si è lasciato intendere che questo sarebbe tanto più un colpo di stato… di Hugo Chavez.

Poiché si ricorda abbondantemente che si tratta di un “vecchio tenente-colonnello ribelle” (sei anni prima della sua elezione!), che poi abbia potuto esser eletto e rieletto democraticamente con maggioranze schiaccianti non sembrano di per sé costituire informazioni essenziali. I pochi fatti riportati venerdì sera dai telegiornali – inseriti avaramente fra un reportage sulla questione internazionale del momento, la Palestina, e un altro sull’evento nazionale irrinunciabile, l’elezione presidenziale francese – son stati presentati a un ritmo tale che, coloro che analizzano l’informazione lo sanno con competenza, solo poche formule salienti possono aver fatto presa sullo spirito dei telespattatori tenuti all’oscuro della politica interna del Venezuela. Costoro hanno potuto dedurne le “dimissioni” di un uomo verosimilmente arrivato al potere attraverso un golpe.

Ma il pubblico ha potuto anche beneficiare di questa lapidaria costatazione, sottolineata da qualcuno di questi nostri mezzi d’informazione: l’80% dei venezuelani vive nell’intorno della soglia di povertà. Che la soglia di povertà misuri non la povertà assoluta, ma il numero di abitanti d’un paese che dispongono di redditi inferiori ad una certa proporzione dei redditi medi, sarebbe stato probabilmente troppo lungo da spiegare: il Venezuela, quarto produttore mondiale di petrolio, è sempre stato uno dei paesi con maggiori diseguaglianze al mondo, situazione che si è verificata ben prima dell’avvento al potere di Hugo Chavez. La “rivoluzione bolivariana” ch’egli intende condurre, nonostante un inizio di mandato caratterizzato da catastrofiche inondazioni che hanno devastato il Paese (ma del cui fatto non è stato ricordato nulla), spiega precisamente la sua popolarità rimasta eccezionale dal 1998 fra gli strati più poveri della società. Infine l’amicizia reciproca tra Fidel Castro e lo stesso Chavez, opportunamente ricordata, è per natura destinata a creare la confusione tra due regimi nettamente diversi.

In questo contesto, da quando le insurrezioni del popolo venezuelano hanno confermato Hugo Chavez nelle sue funzioni, i media hanno solamente concluso che la situazione "evolveva molto rapidamente", confessando così la loro incapacità di analisi… Hanno penosamente arrancato dietro gli eventi, vedendo a ogni stadio della crisi una sua uscita o un suo scioglimento. L’editoriale di Le Monde di domenica 14/lunedì 15 aprile non stava già analizzando le cause della sconfitta definitiva di Hugo Chavez (“ancora qualche settimana fa, Hugo Chavez, raggiante e ciarlone come mai, affermava che il rischio di un colpo di stato militare contro di lui era impossibile, e si vedeva, ancora per anni, a capo della “rivoluzioone bolivariana”(…) Oggi è in prigione, senza che i venezuelani abbiano potuto udire dalla sua bocca la parola fine”)? Per sostenere questa versione dei fatti, un articolo in prima pagina dello stesso giornale diceva che la calma regnava a Caracas e il direttore dell’Istituto degli studi superiori dell’America latina, certamente uno specialista, spiegava (a pagina 5) le ragioni della “caduta di Chavez”, paragonata a quella del dittatore peruviano Alberto Fujimori e al buon allievo argentino del FMI Fernando de la Rua (sic). Di fronte a una tale impresa di disinformazione, bisogna dunque ristabilire la verità dei fatti e proporre un’interpretazione che permetta di capire la sconfitta del colpo di mano.

Il Venezuela di Hugo Chavez è uno dei regimi più democratici dell’America del Sud.

Anche gli oppositori del capo dello Stato riconoscono la mancanza di attentati alla libertà dei media nonostante la violenza continua con la quale questi, rimasti ancorati ad una vecchia classe politica screditata, vituperano da più di tre anni e mezzo un regime “dittatoriale” che li ha lasciati liberi di esprimersi. Pochi regimi occidentali accetterebbero una messa in discussione così sistematica (non è così, signor Berlusconi?). E’ tuttavia necessario constatare che è questa voce, quella che si è fatta meglio sentire dai giornalisti occidentali, legati ai loro colleghi venezuelani dall’appartenenza ad una stessa comunità d’interessi professionali.

Gli oppositori al regime rappresentano la minoranza del popolo venezuelano.

Lo sciopero generale che l’opposizione aveva lanciato non deve lasciar pensare ad una impopolarità del regime. Se il sostegno iniziale di Hugo Chavez si è eroso, i “chavisti” del Polo patriottico hanno riportato in tutte le elezioni dal dicembre del 1998 maggioranze che farebbero impallidire per l’invidia i nostri dirigenti occidentali: 59% dei suffragi espressi all’elezione presidenziale del marzo del 2000, 13 su 23 stati alle elezioni regionali, poi il 70% dei seggi dei deputati agli scrutini di agosto e di dicembre 2000, 59% dei suffragi espressi nel referendum che ha messo a nudo la crisi fra l’esecutivo e i sindicati rimasti controllati dall’opposizione social-democratica – e di cui parecchi dirigenti figuravano naturalmente nel governo insurrezionale formato dal padrone dei padroni venezuelani.

Nel corso delle settimane che hanno preceduto il colpo di Stato, l’opposizione unita – destra e “sinistra”, padronato e vecchi leader sindacali – ha voluto tenere la sua rivincita elettorale nelle strade. Anche là, le manifestazioni di massa dei partigiani del Polo patriottico, hanno provato che questa rivincita non poteva esser riportata su quel terreno. All’annuncio del colpo di Stato, i partigiani di Hugo Chavez si sono sollevati spontaneamente nei quartieri popolari di Caracas per tentare, allora invano, di opporsi al colpo si Stato militare. Ma i media francesi preferivano puntare le telecamere sugli attacchi lanciati contro l’ambasciata di Cuba ad opera di un pungo di partigiani dei golpisti. Ma quando coloro che difendevano il presidente eletto hanno coordinato le loro azioni, il governo insurrezionale è capitolato in qualche ora: ancora una volta, per l’assenza di chiaroveggenza o per doppiezza, i media francesi avevano privilegiato l'informazione "accessoria".

Il colpo di Stato ha segnato il tentativo di reazione di gruppi d’interesse minacciati nei loro privilegi. Una delle antifone dei proclami antichavisti è la supposta demagogia del presidente Chavez. Senza la minima preoccupazione di coerenza, la loro critica denuncia in concomitanza una pretesa assenza di riforme sociali e l’adozione legale di testi di legge accusati di preparare la rivoluzione sociale. La promessa modesta di un inizio di riforma agraria costituisce già una misura inattaccabile nell’ora del trionfo del liberalismo. I cambiamenti al vertice dell’esercito o della società pubblica dei petroli, funzioni pubbliche le cui nomine rilevano del potere discrezionale di ogni governo, non sono state accettate dai loro vecchi titolari. Hugo Chavez ha soprattutto giocato un ruolo chiave nell’aumento, concertato fra i paesi dell’OPEC, del prezzo del barile di petrolio, suscitando lo spavento di migliaia di liberali occidentali che non possono tollerare che dei paesi del Sud possano trarre profitto da una delle rare situazioni di dipendenza economica riguardante gli Stati industrializzati del Nord. E, quel che è peggio, ciò facendo Hugo Chavez ha incontrato a Bagdad Saddam Hussein, suscitando le ire americane. Non c’era più bisogno di null’altro perche certuni vedano nel presidente venezuelano l’emulo di Fidel Castro e il nuovo precursore di una rivoluzione socialista.

In realtà, agli occhi dei suoi avversari, la rivoluzione bolivariana di Hugo Chavez presenta il difetto maggiore di voler condurre una politica nazionale indipendente – in rapporto a Stati Uniti, FMI e WTO – mentre, con la scusa di una “mondializzazione neo-liberale” da sempre denunciata da Chavez, sono state fissate regole che impediscono di fatto il ritorno di politiche di sviluppo autonome, ch’erano state scelte da una maggioranza di Stati del Terzo Mondo all’indomani della loro indipendenza.

Il generale Pinochet e i suoi complici non avevano proceduto in maniera differente per esautorare Salvador Allende, attizzando la rivolta sociale e ricorrendo ai servizi segreti della CIA. Salvo che oggi non è più necessario mantenere la finzione di un’azione separata dei militari e dei “Chicago boys” che detenevano le leve del potere economico in Cile: l’omologo venezuelano del barone Ernest-Antoine Seillière, Pedro Carmona, ha voluto appropriarsi direttamente del potere, autoproclamandosi presidente della Repubblica. Ha al tempo stesso pronunciato lo scioglimento del Parlamento, della Corte Suprema e del Consiglio elettorale nazionale senza mancare di dimostrare obbligo di fedeltà agli Stati Uniti riguardo alle sue intenzioni economiche. La rapidità con la quale i golpisti hanno costituito la loro squadra conferma, se bisogno ve n’era, che si trattasse di un vero colpo di Stato minuziosamente preparato.

Questa reazione può esser qualificata come termidoriana nella misura in cui essa s’è appoggiata sui settori più corrotti e meno popolari della maggioranza “chavista”, sempre pronta a raggiungere gli uomini forti del momento: in particolare, le centinaia di milioni di dollari deviate attraverso una parte dell’esercito venezuelano nel quadro del piano “Bolivar 2000” di lotta contro la povertà. Il potere insurrezionale non era maggioritario presso l’opinione; per l’avvenire, questo poteva comprare le adunate distribuendo generi alimentari o eliminare i partigiani del vecchio potere, seguendo dei metodi infinitamente più brutali rispetto a quelli denunciati all’inizio, e la cui già annunciata dissoluzione delle istituzioni democratiche sarebbe stato solo il primo passo.

Dal momento dell’annuncio del colpo di Stato, il prezzo del barile scendeva del 6% a New York : Wall Strett riponeva fiducia… Quanto all’Unione Europea, a Caracas come in Palestina, si è accontentata di augurarsi “la cessazione delle violenze”.

Dopo aver garantito con il loro silenzio l’agitazione politica e sociale finchè l’opposizione si fosse impossessata del potere, i governi europei non hanno tirato in ballo altri discorsi riguardo al governo insurrezionale quando si appellarono – in un comunicato congiunto con Washington – al “ritorno alla calma”, al “consenso nazionale” e al ristabilimento della democrazia, guardandosi bene dal precisare se quest’ultima fosse stata secondo loro beffata dal “dittatore” Chavez o dal “presidente” Carmona… I governi europei non avevano reputato né necessario, né pertinente sottrarsi alle marcatura di Washington.

L’allargamento dell’Unione Europea tuttavia permetterà, a colpo sicuro, di accrescere le possibilità che ci siano fra i dirigenti degli stati membri alcuni più chiaroveggenti degli altri…