Chateau rouge: il cuore africano di Parigi

Articolo pubblicato il 07 agosto 2013
Articolo pubblicato il 07 agosto 2013

Un vento gelido soffia per le strade del quartiere di Château Rouge. Una giornata perfetta per nascondersi dentro casa con una tazza di tè bollente. Eppure la vita del quartiere va avanti come tutti i giorni tra la musica dei negozi, gli odori del mercato e i magici colori degli atelier.

Una musica proviene dai negozi specializzati nella vendita di CD e DVD, tendenza  “Nollywood”. In mezzo al brusio del posto si riesce a sentire un misto di hip hop e musica popolare senegalese: lo Mbalax. Passando, captiamo un po’ di arabowolof, swahili e bantu. Gli odori del mafé e del pollo yassa fanno gorgogliare il nostro stomaco. I diversi “negozi africani” propongono legumi come il gombo e frutti esotici come il mango e il ditax.

Ma questo luogo non è famoso solo per il variopinto mercato africano di via Dejean. Infatti, la maggior parte dei parigini diventa sospettosa all’evocazione del quartiere di Château Rouge. Alcuni lo associano all’insicurezza e a un sentimento di paura. Nel settembre 2012 il quartiere è stato etichettato come prima “zona di sicurezza prioritaria” di Parigi. Grazie a una mobilizzazione crescente delle forze di polizia e a una moltiplicazione delle azioni sociali, la criminalità, il traffico di droga e la prostituzione che minano il quartiere da anni, dovrebbero essere debellati. Sebbene si trovi a due passi da Montmartre e dal Sacro Cuore è raro che i turisti si smarriscano proprio qui. Ma il quartiere custodisce molti tesori da scoprire. 

Entrando nel salone Afrikiko, veniamo abbagliati dalla luce fredda dei neon. I ragazzi in attesa del loro turno ci squadrano curiosi. Un parrucchiere si avvicina, ci scruta con aria supponente e poi scoppia a ridere. "No, a voi non taglierà di certo i capelli", rassicura Victor Owusu con un sorriso smagliante. Cresciuto ad Accra, capitale del Ghana, è arrivato a Parigi 16 anni fa. “Adesso mi sento a casa. Sono diventato cittadino e ho un passaporto”, spiega in un francese a dir poco perfetto, prima di continuare in inglese.

Da circa 3 anni lavora all’Afrikiko. La proprietà è di un nigeriano. “Una volta a Château Rouge, non c’erano molti parrucchieri. Oggi, quando si attraversa il quartiere, si vedono saloni etnici in ogni angolo”. La specialità sono i capelli afro. In effetti, "non ci sono molte differenze tra la vita professionale in Ghana e in Francia", sottolinea Victor Owusu. Solo gli strumenti di lavoro talvolta sono diversi: “quando sono arrivato in Francia, non conoscevo il rasoio elettrico. Soltanto adesso, anche in Africa, il rasoio tradizionale sta lasciando il posto a queste apparecchiature”.

PARIGI, TERRA D’ACCOGLIENZA DELLA DIASPORA AFRICANA

Secondo Victor Owusu, a Parigi sono arrivati molti degli africani che sono immigrati in Europa. La maggior parte viene dalle ex-colonie francesi. Già nel 2010, un censimento della popolazione mostrava che il 41% degli studenti in Francia proveniva dall’Africa. Quasi la metà dal Maghreb, di cui l’80% dal Marocco e dall’Algeria. Anche Leopold Sédar Senghor ha studiato a Parigi. È lui che ha creato il concetto di “negritude”: voleva sottolineare il valore della cultura africana, nella speranza che potesse divenire più apprezzata in seno a un continente europeo logorato dai pregiudizi razzisti. Tutt’oggi rimane uno dei più famosi poeti e filosofi africani del XX secolo. È stato anche il primo presidente del Senegal indipendente (1960-1980). Dalle sue poesie trapelano l'esperienza e le emozioni di una vita passata in un paese lontano dalla terra natale: un paese in cui, da africano, non é mai stato pienamente accettato. Anche altri artisti si sono ispirati a Parigi come metafora dell’esilio. L’attivista e musicista reggae originario della Costa d'AvorioTiken Jah Fakoli, ha trasposto in musica la vita della popolazione africana della capitale con il celebre brano “Un africano a Parigi”. La canzone é una reinterpretazione del pezzo di Sting “English man in new York” (1987).

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DESIGN: DAKAR - parigi

Nelle vetrine delle vie di Château Rouge sono esposti i tessuti multicolore Wax. I motivi sono ispirati alle stampe tradizionali provenienti dai paesi del sud del Sahara: un vero e proprio tocco di allegria per le vie grigie di Parigi. La lavorazione dei tessuti spetta agli atelier di moda che sono onnipresenti nel 18simo arrondissment. Solo a Château Rouge se ne contano una trentina, dice lo stilista Tidiane Gaye. “Nella mia famiglia ci sono stati dei sarti da sempre. Già i miei bisnonni esercitavano questa professione. Mio padre è arrivato dal Senegal nel 1971 e ha aperto un piccolo atelier a Parigi. Più tardi anche noi abbiamo aperto un secondo negozio: proprio quello nel quale ci troviamo adesso”. Il ragazzo, 28 anni, indica con gesti teatrali il tessuto rosa che ricopre i muri del suo atelier, il tavolo da lavoro su cui di solito ronza la macchina da cucire e le pile di cataloghi di moda da cui traggono ispirazione i suoi clienti per scegliere lo stile preferito.

Io indosso gli abiti tradizionali senegalesi per i matrimoni e altre occasioni speciali”, spiega Tidiane Gaye, che porta un paio di jeans e una felpa grigia con cappuccio. “A Parigi, alcuni africani danno molta importanza alla loro cultura e portano spesso abiti tradizionali. Altri sono cresciuti in Francia e hanno adottato un stile di abbigliamento più personale. Questo dipende molto dalla personalità e dall'età”. Ma anche alcuni francesi vengono a dare un’occhiata e spesso finiscono per farsi cucire un boubou senegalese all’atelier di Gaye.

Lavorare a Parigi o Dakar “è più o meno la stessa cosa”, dice Tidiane dopo una breve esitazione. “Gli stilisti che lavorano nel quartiere non vengono  solo dal Senegal, ma anche dalla Costa d’Avorio  o dal Mali. Quasi tutti si sono formati in Africa”. Lui stesso è nato e cresciuto in Francia e colloca le sue radici all’interno della comunità africana di Parigi. Alcuni viaggi regolari in Senegal gli permettono di intrattenere uno stretto rapporto con la sua famiglia a Dakar e di portare in Europa le ultime tendenze del paese.

Fratello, vuoi comprare degli occhiali da sole? Sono buoni per la perspettiva"! Uno dei numerosi venditori abusivi che incontriamo lungo la strada del ritorno richiama la nostra attenzione… Perché rifiutare? Château Rouge è una vera e propria esperienza che aiuta a rimettere in discussione la propria visione del mondo,  superare i propri pregiudizi e guadare la realtà attraverso un paio di lenti diverse.

Autori: Sebastián Ruiz Cabrera, Cofondatore di wiriko/gli articoli di Sebastián (in Spagnolo), e Kathrin Faltermeier

Crediti Video: (cc)kenjata/Youtube