Charlottengrad revisited: quegli europei dal cuore freddo nella berlino russa

Articolo pubblicato il 31 luglio 2014
Articolo pubblicato il 31 luglio 2014

Negli anni ’20 il quar­tie­re di Ber­li­no Char­lot­ten­burg era stato so­pran­no­mi­na­to ‘Char­lot­ten­grad’, quan­do un’on­da­ta di russi vi si era sta­bi­li­ta dopo la rivoluzione. Oggi a Ber­li­no ri­sie­do­no tra le 200mila e le 300mila per­so­ne che par­la­no russo. È una co­mu­ni­tà di cit­ta­di­ni eu­ro­pei “a di­spet­to di ogni pro­ba­bi­li­tà”. O forse loro vor­reb­be­ro dis­sen­ti­re?

Nel su­per­mer­ca­to Ros­siya, a fian­co della sta­zio­ne di Char­lot­ten­burg, non c’è modo di sfug­gi­re a ra­vio­li russi, vino, vodka e al clas­si­co cioc­co­la­to Alyon­ka. Mi sem­bra il posto mi­glio­re per ini­zia­re il mio viag­gio nella Ber­li­no russa. Il ne­go­zio offre anche un pic­co­lo set­to­re di co­sme­ti­ci, in quan­to “le ra­gaz­ze russe si fi­da­no solo di truc­chi ‘made in Rus­sia’”, o per lo meno, così mi è stato ri­fe­ri­to. Tutti i com­mes­si in­dos­sa­no una ma­gliet­ta rossa, che or­go­glio­sa­men­te sfog­gia la scrit­ta ‘Rus­sia’, in ca­rat­te­ri ci­ril­li­ci blu e bian­chi.

La­scian­do da parte i pro­dot­ti russi e la moda del su­per­mer­ca­to ber­li­ne­se Ros­siya, è più op­por­tu­no par­la­re della co­mu­ni­tà rus­so­fo­na della capitale tedesca. I suoi mem­bri pro­ven­go­no da dif­fe­ren­ti aree e ap­par­ten­go­no a sva­ria­ti grup­pi et­ni­ci. “Di fatto, ci sono tre grup­pi” mi rac­con­ta Ste­fan Melle, du­ran­te il no­stro in­con­tro nel suo uf­fi­cio pres­so l’or­ga­niz­za­zio­ne per il dia­lo­go rus­so-te­de­sco. “Vi sono i co­sid­det­ti ri­fu­gia­ti, ebrei pro­ve­nien­ti dal­l’ex Unio­ne So­vie­ti­ca nel­l’am­bi­to di un ac­cor­do am­mi­ni­stra­ti­vo con la Ger­ma­nia. Tuttavia la mag­gio­ran­za dei mem­bri della co­mu­ni­tà ha ori­gi­ni te­de­sche. Il terzo grup­po è più va­rie­ga­to, con per­so­ne pro­ve­nien­ti da di­ver­se ex re­pub­bli­che so­vie­ti­che.

LA BER­LI­NO RUSSA

L’or­ga­niz­za­zio­ne dove la­vo­ra Ste­fan ha il compito di aiutare i mi­gran­ti a in­te­grar­si nella vita te­de­sca, so­prat­tut­to du­ran­te gli anni ’90. Ora gli ar­ri­vi sono in­ve­ce di­mi­nui­ti. “Molti sono mi­gran­ti di se­con­da o terza ge­ne­ra­zio­ne. Con­du­co­no la pro­pria at­ti­vi­tà, fanno fre­quen­ta­re ai figli scuo­le bi­lin­gui e sono molto ben in­te­gra­ti”.

Eppure l’im­ma­gi­ne della Ber­li­no russa degli anni ’20 per­si­ste per la ge­ne­ra­zio­ne più vec­chia, che an­co­ra vive nella capitale tedesca un’au­ten­ti­ca vita russa. “Al­cu­ne per­so­ne non hanno mai stu­dia­to il te­de­sco” af­fer­ma Da­vi­d, un ra­gaz­zo te­de­sco di ori­gi­ni russe, che vive a Ber­li­no in­sie­me a sua mo­glie, anche lei russa. “Posso im­ma­gi­na­re quan­to la loro vi­sio­ne del mondo coin­ci­da con la pro­spet­ti­va co­mu­ne russa. In fin dei conti si man­ten­go­no ag­gior­na­ti pre­va­len­te­men­te at­tra­ver­so mezzi d’in­for­ma­zio­ne russi”.

Per que­sto, pare ab­ba­stan­za im­pro­ba­bi­le che que­sti ber­li­ne­si pos­sa­no per­ce­pi­re un senso di ap­par­te­nen­za al­l’U­nio­ne Eu­ro­pea, di cui fanno parte. Anzi, “si rap­por­ta­no molto di più agli stati na­zio­na­li, che non alle or­ga­niz­za­zio­ni trans­na­zio­na­li” mi rac­con­ta Ste­fa­no. “È la Ger­ma­nia che viene iden­ti­fi­ca­ta po­si­ti­va­men­te con i con­cet­ti di wel­fa­re e sta­bi­li­tà, piut­to­sto che l’UE”. Anche David sem­bra d’ac­cor­do: “Ma con ciò che sta ac­ca­den­do in Ucrai­na, la di­scus­sio­ne ri­guar­do ai rap­por­ti tra UE e Rus­sia è tor­na­ta alla ri­bal­ta”.

UN'EU­RO­PA IN­QUIE­TA

Ecco, la pa­ro­la è ve­nu­ta fuori. Ine­vi­ta­bil­men­te il tema della crisi ucrai­na in­com­be sulla mia vi­si­ta alla Ber­li­no rus­so­fo­na. Tuttavia, se­con­do il pa­re­re di Ste­fan, il vero punto di svol­ta della per­ce­zio­ne del­l’UE è av­ve­nu­to nel 2008. “Per molti la crisi si­gni­fi­ca­va la fine del­l’UE in quan­to ga­ran­te dello stato so­cia­le. L’UE è parsa de­bo­le, in­ca­pa­ce di ri­pren­de­re in mano la pro­pria eco­no­mia. Il 2008 è stato inol­tre l’an­no del con­flit­to in Geor­gia, quan­do l’in­ter­pre­ta­zio­ne della si­tua­zio­ne da parte del­l’UE è stata per­ce­pi­ta come sba­glia­ta e fret­to­lo­sa”.

Que­sta per­ce­zio­ne pe­san­te­men­te ne­ga­ti­va non è cam­bia­ta di molto, sem­mai è av­ve­nu­to il con­tra­rio. La mia im­pres­sio­ne viene con­fer­ma­ta quan­do David mi pre­sen­ta Padre An­drej, un uomo cor­pu­len­to, bar­bu­to e leg­ger­men­te mi­nac­cio­so, prete di una delle chie­se russe or­to­dos­se di Char­lot­ten­burg. Padre An­drej sem­bra go­de­re di ampio ri­spet­to al­l’in­ter­no della co­mu­ni­tà: men­tre ci di­ri­gia­mo verso il suo uf­fi­cio, viene sa­lu­ta­to in modo ri­spet­to­so dai vi­si­ta­to­ri della par­roc­chia, molti dei quali la­scia­no i pro­pri figli per le le­zio­ni del sa­ba­to di re­li­gio­ne o di lin­gue.

Quan­do gli do­man­do che opi­nio­ne abbia ri­guar­do al­l’in­te­gra­zio­ne eu­ro­pea, la sua ri­spo­sta mi giun­ge ca­te­go­ri­ca: “L’UE è un fal­li­men­to. Certo, qui in par­roc­chia di­scu­tia­mo di po­li­ti­ca eu­ro­pea. Ci chie­dia­mo tutti quan­do si sgre­to­le­rà e andrà in pezzi. In­som­ma, chi crede in que­sto pro­get­to eu­ro­peo? Un pro­get­to di pace? Suv­via! Par­la­te­mi un po’ dei guai in Ir­lan­da del Nord! O del­l’av­ver­sio­ne tra i te­de­schi e i greci!

un con­flit­to di pro­pa­gan­da

Bia­si­man­do l’UE per­ché ar­ren­de­vo­le e senza co­rag­gio, acri­ti­ca­men­te pro­stra­ta agli Stati Uniti ri­guar­do al tema del­l’U­crai­na, Padre An­drej si mo­stra in­ve­ce leg­ger­men­te più be­ne­vo­lo nei con­fron­ti dello stato in cui ri­sie­de: "Sen­tia­mo di avere una re­spon­sa­bi­li­tà verso lo stato te­de­sco, di cui molti di noi sono cit­ta­di­ni." 

Molti al­l’in­ter­no della co­mu­ni­tà in­di­ca­no gli ef­fet­ti no­ci­vi dei media e im­pu­ta­no a questi la re­spon­sa­bi­li­tà di aver am­plia­to la di­stan­za tra Rus­sia ed Europa. Padre An­drej mette in guar­dia ener­gi­ca­men­te ri­guar­do a un “con­flit­to di pro­pa­gan­da”, ri­cor­ren­do ad alcuni esempi della guerra in Geor­gia del 2008, che a suo pa­re­re era stato pre­sen­ta­to con una pro­spet­ti­va ri­ve­ren­te agli Stati Uniti. David in­ve­ce si mo­stra più pru­den­te, tut­ta­via af­fer­ma che “è vero che se si riflette sul modo in cui l’Oc­ci­den­te ri­por­ta e rap­pre­sen­ta la crisi ucrai­na, vengono alla luce ste­reo­ti­pi che rie­vo­ca­no la Guer­ra Fred­da”.

Prova a pen­sa­re alla scena di Vol­ker Beck (po­li­ti­co te­de­sco, NdR), col­pi­to da un grup­po di russi ag­gres­si­vi, omo­fo­bi e osti­li. Que­sta è l’im­ma­gi­ne che viene tra­smes­sa e non c’è modo di con­tro­bat­te­re. Men­tre la Rus­sia è fiera di es­se­re una na­zio­ne eu­ro­pea, la gente del luogo la con­si­de­ra come parte del­l’e­stre­mo orien­te, ad­di­rit­tu­ra un paese asia­ti­co. Ri­ten­go che ab­bia­mo bi­so­gno di più fi­gu­re che pos­sa­no es­se­re da ponte tra le due real­tà”.

ASPET­TAN­DO LA MER­KEL

Spet­ta alla Ger­ma­nia ri­co­pri­re que­sto ruolo? Do­po­tut­to, la Ger­ma­nia ha un’e­re­di­tà sto­ri­ca nel­l’a­ver col­ma­to il di­va­rio tra Est e Ovest ed è al mo­men­to gui­da­ta da un can­cel­lie­re che parla Russo cor­ren­te­men­te, men­tre il suo omologo a Mosca man­tie­ne forti le­ga­mi con lo stato dove era stato di stan­za per cin­que anni. “La Ger­ma­nia ha un ruolo chia­ve, ma sta com­pien­do gravi er­ro­ri nella ge­stio­ne del con­flit­to ucrai­no. La Mer­kel gode del no­stro ri­spet­to, sia in Rus­sia sia nella co­mu­ni­tà rus­so­fo­na di qui. Sta ten­tan­do di fare del suo me­glio, ma sem­pli­ce­men­te non sta fa­cen­do un passo avan­ti ri­spet­to agli ame­ri­ca­ni”, sbuf­fa Padre An­drej.

Da­vi­d è meno cri­ti­co nei ri­guar­di del suo paese natio. Ep­pu­re è con­vin­to che la Ger­ma­nia possa fare molto di più per mi­glio­ra­re il fra­gi­le rap­por­to tra UE e Rus­sia. “Quan­do mi rendo conto del po­ten­zia­le che la Ger­ma­nia pos­sie­de e di come que­ste op­por­tu­ni­tà non ven­ga­no sfrut­ta­te, non posso fare a meno di ar­rab­biar­mi sul serio. La Ger­ma­nia deve in­ter­ve­ni­re nel ruolo di me­dia­tri­ce ed im­pe­gnar­si con la Rus­sia. Al­tri­men­ti lo fa­ran­no mo­vi­men­ti come il Front Na­tio­nal o Job­bik, ma in un modo che non sarà per nien­te fa­vo­re­vo­le al­l’Eu­ro­pa”.

Per avere mag­gio­ri in­for­ma­zio­ni ri­guar­do al­l’or­ga­niz­za­zio­ne per il dia­lo­go rus­so-te­de­sco "Deutsch-Russischer Austausch", po­te­te vi­si­ta­re il suo sito.

L’AR­TI­CO­LO FA PARTE DI UN RE­POR­TA­GE SPE­CIA­LE DE­DI­CA­TO A BER­LI­NO NEL PROGETTO “EU-TO­PIA: TIME TO VOTE”, REALIZZATO DA CA­FÈ­BA­BEL IN COL­LA­BO­RA­ZIO­NE CON LA FONDAZIONE HIP­PO­CRÈ­NE, LA COM­MIS­SIO­NE EU­RO­PEA, IL MI­NI­STRO DEGLI AF­FA­RI ESTE­RI francese E LA FONDAZIONE EVENS.