Charlie, l'Italia e le lezioni di lotta per la libertà

Articolo pubblicato il 19 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 19 gennaio 2015

L'Italia è al 49esimo posto nella classifica mondiale della libertà d'espressione stilata da Reporters sans frontières. È arrivato il momento di fare qualcosa o di quelle code all'alba per comprare Charlie Hebdo non rimarrà che la carta straccia.

[Opinione]

«Siamo tutti Charlie Hebdo, per la Francia, mica qui, ci mancherebbe altro». Una frase sentita per caso ed eccolo lì, in poche parole, il pensiero che mi frulla in testa da una settimana. Una settimana abbondante, a dire il vero, da quando i sentimenti hanno lasciato spazio alla ragione. Dati alla mano, mercoledì 14 ottobre 260mila italiani si sono alzati da letto e sono andati dal giornalaio per comprare una copia di Charlie Hebdo. Magari qualcuno se l'è messa sotto braccio oppure in borsa, con cura, per lasciare quel foglio verde fare capolino quel tanto che basta a far capire al mondo intero che lui sì, è un sostenitore della libertà d'espressione. 

La dura vita della satira

Verrebbe da chiedersi dove fossero tutti quanti quando nel nostro Paese, passo dopo passo, si tentava (e in qualche caso si otteneva) di mettere il bavaglio ad attori, comici e, perché no, giornalisti. E, vista tanta solidarietà, viene da chiedersi dove guardano, gli italiani, quando dal giornalaio passano tranquillamente oltre le copie del Nuovo Male o del Vernacoliere. Già, Il Vernacoliere, puro spirito livornese che con le denunce, ormai, ci fa colazione insieme. E per i motivi più assurdi, tra cui istigazione all'odio razziale, offesa alla religione cattolica e vilipendio del Papa. Oltre a non navigare nell'oro.

Charlie Hebdo era nella stessa condizione. Non fraintendetemi. Per quanto mi riguarda, "essere Charlie" non significa identificarsi con ogni redattore del settimanale satirico né tanto meno abbracciarne tutte le scelte:​ significa piuttosto essere contro ogni bavaglio (incluso quello che prende le forme di un kalashnikov) e contro ogni imposizione proveniente dall'alto di chissà quale pulpito. Combattere contro chi ti impedisce di parlare. In poche parole, di essere libero.

Già, l'essere libero. L'Italia è al 49esimo posto nella classifica di Reporters Sans Frontières dedicata alla libertà d'espressione nel mondo. Dopo la Namibia, il Ghana e il Botswana, tanto per citarne tre. Ed è addirittura migliorata di ben 8 posizioni. Va bene, la Francia è al 39esimo posto ma questa non mi sembra una giustificazione. Ci facciamo belli, scendiamo in piazza per le battaglie degli altri fino a scordare la nostra, di battaglia. Perché la guerra per la libertà d'espressione, prima che oltralpe, la dobbiamo combattere (e vincere) a casa nostra.

Adesso che sono passate due settimane, ora che #jesuisCharlie è scomparso dalla colonnina di sinistra di Twitter per lasciare spazio ai trending topic nazionali, è arrivato il momento di dimostrare che non ci stiamo più. Che non vogliamo altri editti bulgari e che non avremmo voluto neanche il primo. Sennò, di quelle code all'alba per acquistare una copia di Charlie Hebdo, non rimarrà che la carta, polverosa, dimenticata in qualche cassetto sporco della nostra mente. Oppure, come vorrebbe la migliore delle tradizioni, potremmo sempre utilizzare quei fogli per incartare il pesce. Non è a questo che servono i giornali, infondo? Ora, dobbiamo trovare il coraggio di dire che non ne possiamo più e che non vogliamo più, seduti a un tavolo internazionale, essere quelli a cui si chiede «da voi, più che di censura, si parla di autocensura, no?». Perché per il resto del mondo gli italiani (soprattutto i giornalisti) sono quelli che, nel dubbio, omettono.

«Noi siamo per la libertà d'espressione ma...»

In tutto questo trambusto nazionale e internazionale, tra una Le Pen e un Salvini, il nostro Corriere della Sera non ha trovato niente di meglio da fare che realizzare un libro di oltre 300 pagine coi fumetti di quegli artisti che si sono sentiti di dire (o meglio di disegnare) qualcosa sui fatti del 7, dell'8 e del 9 gennaio. Sono stati contattati? È stato chiesto il loro permesso? No. Almeno non a tutti. Sono stati pagati? Nemmeno, ma questo potrebbe essere l'ultimo dei problemi dato che l'editore si è detto "disponibile verso gli aventi diritto che non è riuscito a reperire". Quelle vignette, frutto di una riflessione personale, sono state pubblicate all'insaputa degli autori. Per davvero, altro che Scajola! Eppure la cosa che mi ha più colpita è stata un'altra: il Corriere della Sera, nel suo Matite in difesa della libertà di stampa, ha deciso di riprendere anche alcune delle vignette di Charlie Hebdo escludendo, però, quelle «offensive per la religione». Allora siamo punto e a capo. La lezione è lì davanti, scritta sulla lavagna. Alcuni la portano in mano, sottoforma di una semplice matita, oppure sul petto, dove prende le sembianze di un cartello. Altri riescono a vederla quando accedono al loro profilo social: che si tratti di  Facebook, Twitter o Instagram, poco importa. La vediamo tutti, eppure non riusciamo a leggerla, a capirla, né tanto meno ad assimilarla. 

Mi sembra di sentirli quei cinque, da lassù, ammettere che «è dura essere amati dagli imbecilli». Una frase azzeccata, non c'è che dire. Ed è vero, scrive Francesco Merlo su Repubblica, dobbiamo fargli capire che non arretreremo di un millimetro, che difenderemo fino alla fine (e fino alla morte) il nostro diritto alla libertà d'espressione.

A meno che non si tratti di religione, di politica o della mamma del Papa.