Charlie Hebdo, ovvero l'apnea del pensiero

Articolo pubblicato il 11 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 11 gennaio 2015

L'attentato alla redazione di Charlie Hebdo è un attentato al pensiero e alla libertà di espressione. Eppure, viene da chiedersi chi tra noi sia ancora capace di pensare. Una riflessione sull'attentato al giornale satirico parigino, tra l'illusione della comunicazione globale e l'apnea del pensiero

Il 7 gennaio 2015 verrà ricordato come il giorno dell’attentato al pensiero. Migliaia di matite si sono levate verso il cielo parigino per donare l’ultimo disperato rantolo a quelle 12 matite che sono state uccise per sempre. L’attentato alla redazione di Charlie Hebdo è uno squarcio profondo nella sfera della libertà di parola e d'espressione. Il rumore delle notizie che si susseguono, il tamburellare insistente sulle tastiere delle redazioni giornalistiche di tutto il mondo – perlomeno del mondo occidentale – è minacciato dal ricordo ancora troppo vivido di quegli spari che hanno ridotto delle voci al silenzio.

Non si tratta di fare valutazioni sul chi e sul come o di esprimere giudizi sulla satira di Charlie Hebdo. Si tratta di ridurre i fatti all’osso, fino a confrontarsi con la lancinante realtà: nell’epoca dell’interconnessione globale e del flusso illimitato di informazioni, nell’epoca in cui chiunque può aprire un blog o postare i propri pensieri in un social network, qualcuno è stato ucciso perché ha fatto un disegno, che è uno dei tanti modi con i quali si può esprimere un pensiero: si può comporre una melodia, si può dipingere, si può fare una fotografia, si può postare un tweet. Oppure, si può fare un disegno.

Pensavamo di avere conquistato la libertà di espressione secoli fa. La davamo per scontata, come respirare. Poi, d’improvviso, ci hanno tolto il respiro. E ora siamo in apnea. Agitiamo le braccia, diventiamo paonazzi di rabbia, ci nutriamo delle notizie trasmesse dai live blog, dalle dirette tv e dalla carta stampata. Consumiamo bulimicamente informazioni, ma facciamo una fatica tremenda a produrre dei pensieri. E non è colpa dell’attentato a Charlie. Le cose non vengono dal nulla. L’attentato è uno strangolamento, ma l’apnea è cominciata prima. Non ce ne siamo neppure accorti, intenti come eravamo a nutrirci di informazioni e a immergerci beati nel flusso dei pensieri del web 2.0. Ci siamo illusi che la globalizzazione potesse risolvere i nostri problemi, che la sola possibilità della comunicazione istantanea su scala planetaria avrebbe anche assicurato la buona riuscita di tale comunicazione. Abbiamo ingenuamente pensato che la sfera pubblica, quello spazio nel quale ogni uomo è libero di pensare e di esprimere i propri pensieri, si fosse estesa insieme alla diffusione dei mezzi di comunicazione. L’attentato che ha sconvolto Parigi è l’ennesimo sintomo di un inquietante cortocircuito: abbiamo i mezzi per comunicare, ma non ci capiamo; abbiamo a disposizione una quantità illimitata di informazioni, ma ci stiamo disabituando al pensiero; parliamo di globalizzazione, eppure amiamo aggrapparci alle vecchie contrapposizioni: da questa parte noi, da quell’altra loro.

Diamo la colpa a loro. Loro sono il nemico. Loro sono la causa della nostra paura, l’oggetto del nostro odio. Noi, noi invece siamo tutti Charlie. Noi siamo quelli che sanno ancora pensare. E loro quelli che uccidono il pensiero. Provare a uscire dalla gabbia di questo dualismo significa mettere in discussione anche noi stessi e domandarci se sappiamo pensare per davvero. La verità è che molti di noi non hanno la più pallida idea di che cosa significhi essere Charlie.

Il pensiero apre possibilità sconfinate, e per questo è pericoloso. Il pensiero ci costringe all’autocritica, e per questo è faticoso. Il pensiero dovrebbe anche condurci ad acquisire una matura reciprocità delle prospettive: nell’epoca della globalizzazione, è vitale imparare a vedere noi stessi nell’altro, al di là delle maschere che indossiamo. Per fare questo, dobbiamo anche discostarci dall’idea tradizionale di pensiero: il pensiero non è soltanto il raziocinio che distingue il bianco dal nero, ma anche l’immaginazione che li ricongiunge.

Se non facciamo questo sforzo, la società globale rischia di diventare l’inquietante messa in atto dell’orwelliano 1984: non permettiamo che l’espressione “libero pensiero” venga annullata da un regime della paura.

Riprendiamo in mano le nostre matite, leviamo le nostre voci, torniamo a respirare.