Charlie Hebdo o dell'iper-riduzionismo dell'Islam

Articolo pubblicato il 22 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 22 gennaio 2015

(Opinione) "La pessima conoscenza dell'Islam è conseguenza di un insegnamento fazioso. Mi indigna il fatto che che si ammazzi nel nome della mia fede; che questi siano gli unici messaggi trasmessi; che non mi si guardi né mi si legga perché sono musulmana. E che, nella missione per far tacere i pregiudizi, io perda amici e lavoro in questa Europa libera, fondata sui valori occidentali".

Sono una donna spagnola, giornalista e musulmana. Queste due ultime per scelta, come risultato di un lungo percorso personale che mi ha portato dall'ateismo all'Islam. Molti si sono messi in contatto con me per sapere cosa ne penso degli attentati di Parigi. Il mio profilo risulta "interessante". Sorprende il fatto che un'europea abbia scelto l'Islam, soprattutto quando non è stato "per amore". Tipico stereotipo. Come se i musulmani avessero dei peni magici che ci fanno perdere la capacità di prendere decisioni con la nostra testa. Quelli che la pensano in questo modo fanno esattamente la stessa cosa di quelli che criticano: ci trattano come minorenni e ci rubano la voce.

Dirò qui, per l'ennesima volta, che condanno gli attentati. Sono contro il terrorismo e, anche se questa può sembrare una cosa ovvia, se sei musulmano devi ripeterlo fino all'esaurimento. Si sa: tutti i terroristi sono musulmani. A parte quel 98,6% che non lo è. Non è una battuta, si tratta di quello che inconsciamente pensano in molti: Islam e violenza sono uniti irrimediabilmente.

Sono stato marinaio prima di essere capitano: so che le conoscenze generali sull'Islam non solo sono pessime, ma spesso sono conseguenza di un insegnamento fazioso. Conoscete qualcosa di positivo sull'Islam? Ho fatto questa domanda agli studenti di una scuola di Madrid in cui sono andata a parlare. No, non sapevano niente. Cotanta ignoranza su una religione così in auge, seguita da circa 1,5 miliardi di persone, dovrebbe scandalizzarci. Però, sì, di solito si sa distinguere tra hijab, niqab e burqa.

Il fatto diventa annedotico. Soprattutto perché ci permettiamo di mantenere quel brutto vizio di guardare al mondo in modo dicotomico: il bikini o il burka; con me o contro di me; #JeSuisCharlie oppure #JeNeSuisPasCharlie. Dimentichiamo ciò che ci unisce per concentrarci su come imporci sugli altri. Per colpa loro semplifichiamo l'Islam come se fosse qualcosa di omogeneo. In questi giorni si è arrivati all'iper-riduzionismo. Poetico. Il quotidiano El Mundo ha titolato: "La strada musulmana reagisce contro la prima pagina". E quello che prima era il "mondo musulmano" ora è solo una strada. Nel mentre, El País pubblicava un album con 11 foto e sotto il titolo: "Proteste nel mondo arabo a causa Charlie Hebdo". Di queste, 7 foto arrivavano dal Pakistan.

Un po' di tempo fa stavo cercando di discutere la seguente questione: in Spagna la libertà di espressione è applicata con due pesi e due misure? È successo prima che l'umorista francese Dieudonné fosse arrestato per aver scritto su Facebook: «Questa notte, per quanto mi riguarda, mi sento Charlie Coulibaly». Chiedevo se gli stessi che ora pretendono rispetto davanti alle vignette del profeta Muhammad (e non Maometto), avrebbero fatto lo stesso davanti a quelle del Papa, degli ebrei e del Re di Spagna. È il caso di ricordare che nel 2007 la rivista satirica El Jueves fu sequestrata su ordine dell'autorità giudiziaria per il reato di ingiuria alla Corona. In copertina appariva una caricatura del Principe delle Asturie (oggi Sovrano) ritratto in una posizione sessuale esplicita. Molti mi hanno accusata di essere contro la libertà di espressione e di appoggiare i fatti di Parigi. È questo il problema del dualismo e dei pregiudizi: siccome sono musulmana, credono che io debba pensarla in questo modo. Sempre che gli uomini del mio ambiente me lo lascino fare, aggiungerebbero.

Se uno dice di "non essere Charlie" per esprimere il suo disaccordo con i contenuti della rivista, viene subito accusato di appoggiare il terrorismo. Senza mezze misure. Quindi, il discorso di chi usa l'Islam per giustificare i suoi piani è un vero successo. In questi giorni leggo articoli sul wahabismo che cercano di spiegare che questa corrente è la malattia dell'Islam. Grazie: io è da anni che lo dico ai quattro venti.

I terroristi di Parigi erano francesi e musulmani, eppure continuiamo ad ignorare la loro identità francese e finiamo per concentrarci solo sulla loro identità di musulmani. Said Kouachi aveva 12 anni, e suo fratello Cherif dieci, quando sono diventati orfani e sono andati a vivere in una casa della Fondazione Claude Pompidou, sotto la tutela della République, come racconta Eloïse Lebourg su Reporterre.

Anche i figli degli immigrati francesi studiano Voltaire, Rousseau o Montesquieu. Come dice il mio collega Ahmed Benchemsi, fondatore del settimanaleTelquel, a meno che non si prenda per buona l'idea che l'origine etnica influisce sul pensiero (e questa è l'esatta definizione di razzismo) non c'è ragione di pensare che i figli degli immigrati siano meno sensibili a queste idee rispetto agli "indigeni francesi". Però sono in pochi a parlare del fallimento delle politiche pubbliche.

La Francia adotterà una nuova materia di educazione "morale e civile" nella scuola primaria e secondaria. Credo che, almeno in parte, la soluzione possa essere quella di trasmettere certi valori a scuola. Eppure in Spagna si limita la libertà religiosa negando, tra le altre cose, l'istruzione alle bambine che indossano il velo islamico. Lo so, questo è un altro discorso lungo. L'Islam radicale è pericoloso, il laicismo radicale lo stesso. In Spagna, che sarebbe un Paese laico secondo la Costituzione, il Governo ha assegnato medaglie al valore per le vergini. Però gli accordi del 1992 per proteggere i diritti delle religioni minoritarie sono rimasti lettera morta.

Le vignette di Charlie non mi piacciono, ma non mi disturbano nemmeno, e non farei mai uso della violenza perché sono stata educata in un altro modo e perché il Profeta non lo farebbe mai. Non mi infastidiscono le vignette e ammetto che l'idea della copertina successiva al 7 gennaio, "Tutto è perdonato", mi sembra meravigliosa. Il tema delle immagini dell'Islam è insignificante come quello del velo, sul quale il Corano si esprime in appena due righe. Quello che mi indigna è che si ammazzi nel nome della mia fede; che questi siano gli unici messaggi trasmessi; che non mi si guardi e non mi si legga per partito preso, una volta saputo che sono musulmana. E che, nella missione per far tacere i pregiudizi, io perda amici e lavoro in questa Europa libera, fondata sui valori occidentali.