Charlie Hebdo: l'esilarante lotta contro l'idiozia

Articolo pubblicato il 08 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 08 gennaio 2015

«Charlie dev'essere uno strumento di lotta contro l'idiozia. A parte questo, non siamo d'accordo su niente».

Non mi è mai piaciuto molto Charlie Hebdo. Come tutti i giovani aspiranti giornalisti della mia generazione, ho dovuto trascinarmelo sul banco di scuola per far vedere che ne avevo una copia. Per fare bella figura, se non altro. Innanzitutto, questo tipo di umorismo mi faceva sempre pensare a quel genere di battute che fanno ridere i polli: robe improponibili che si sentono raccontare solo in una bettola di idioti che bevono suze. Poi lo trovavo disegnato male. Insomma, quando aprivo Charlie mi sembrava di essere capitato in un mondo in cui un babbeo patentato aveva scarabocchiato un gruppo di imbecilli che vomitavano su tutto quanto obbedisse al buon gusto.

Ma Charlie è una di quelle cose che si spiegano. Quindi, spesso a tavola, a volte in certi libri, mi si diceva che bisognava scorgere, laddove io vedevo solo scemenze, una certa forma di eleganza. Grazie a Charlie e alla gente che l'ha letto prima di me, ero stato educato al cattivo gusto, all'irriverenza, all'insolenza. Anni '50, redazione di Zéro: quando un venditore, George Bernier ovvero il Professore Choron, incontra un genio letterario incompreso, François Cavanna, nasce l'idea di Hara-Kiri, che verrà ricordata come la rivista satirica "stupida e cattiva": elevarsi, costi quel che costi, sopra l'idiozia. 

Oltre la figura del pollo, macho, razzista, alcolizzato, omofobo, pauroso, brutto... oltre ai neri, bianchi, gialli, beurres, musulmani, cristiani, ebrei, buddisti, Charlie Hebdo, nato sul divieto di assomigliare ad Hara-Kiri, è e sempre resterà un formidabile muro contro la stupidità. Espresse a mani alzate, le idee nei disegni di Cabu, Charb, Tignous, Honoré e Wolinski devono comportare diversi livelli di lettura ma non rispettare che un solo principio: smerdare gli imbecilli. In occasione del primo anniversario del rilancio della copertina, nel 1993, il direttore Philippe Val ricordava: «Charlie Hebdo è un giornale di resistenza. Resistenza alla barbarie e al kitsch». Ricordando le dispute interne alle quali si è spesso dovuto confrontare il giornale, il vignettista Luz affermava: «Charlie dev'essere uno strumento di lotta contro l'idiozia. A parte questo, non siamo d'accordo su niente».

Disegnato male, strapieno di pessime battute e annaffiato di Suze. Nel prossimo numero di Charlie Hebdo i due terroristi di mercoledì scorso mi faranno pensare, soprattutto e innanzitutto, a due imbecilli.