Cesare deve morire

Articolo pubblicato il 28 novembre 2012
Articolo pubblicato il 28 novembre 2012
Si accendono le luci, gli attori recitano l’ultima parte della tragedia, il pubblico acclama. Immediatamente dopo però lo spettatore capisce che non si tratta di una rappresentazione qualsiasi. Dopo lo spettacolo gli attori vengono ricondotti nelle loro celle. Siamo infatti nel carcere romano di Rebibbia dove dei detenuti mettono in scena il Giulio Cesare di Shakespeare.

Con un salto indietro nel tempo (evidenziato dal passaggio al bianco e nero) vediamo come, sei mesi prima della rappresentazione, il direttore del carcere presenta il progetto teatrale e iniziano così i provini per assegnare i ruoli principali. A questo punto il dramma shakespeariano si interseca con le reali emozioni dei detenuti, emozioni che forse rimangono troppo poco approfondite; i registi infatti ci forniscono solo momenti sporadici in cui i protagonisti escono dalla rappresentazione; le prove e l’opera sembrano occupare tutto il loro tempo, unica cosa che certo non manca ai carcerati.

Ai fratelli Taviani non interessa mostrare il dramma reale dei protagonisti (realmente detenuti a Rebibbia), le loro storie e la loro vita quotidiana nel carcere. Vogliono riprendere uno scorcio di queste vite e farci assistere alla trasformazione di detenuti in attori, del carcere in teatro, seppure per un brevissimo periodo. Solo al termine del film vengono mostrati i nomi dei detenuti, il motivo per cui sono in carcere e gli anni di pena da scontare.

Lucia Milano