Cervelli in fuga. A volte ritornano...

Articolo pubblicato il 01 dicembre 2015
Articolo pubblicato il 01 dicembre 2015

Palermo è la città italiana che più si è svuotata negli ultimi dieci anni. Ma per ogni tendenza c'è una controtendenza, ovvero chi torna a Palermo dopo essere stato in Nord Italia o all'estero. Vi raccontiamo la storia di Francesco, tornato da Staccolma, quella di Stefano, rientrato da una "prigione verde" in Irlanda e quella di Jolanda, tornata da Modena...

Tra il censimento del 2001 e quello del 2012, a Palermo si è registrata una diminuizione di 29.161 abitanti. Bassi salari, disoccupazione e un sistema che non riesce a garantire lavoro (neanche con il vecchio metodo clientelare), spingono giovani e over 35 a tentare sempre più la fortuna al Nord Italia o all'Estero, facendo rivivere un fenomeno migratorio che sembrava consegnato alla storia del secolo scorso. Palermo, tra tutte le città italiane, detiene i dati sull'emigrazione più severi, e secondo alcuni studi da qui al 2050 il capoluogo siciliano potrebbe perdere oltre 150.000 abitanti e ritrovarsi con una popolazione dall'età media di 55 anni. Ma ogni tenedenza nasconde le sue controtendenze, e mettendo da parte i numeri ed entrando nelle biografie delle persone si può arrichire lo scenario - se non di risposte - di nuovi interrogativi. 

Ci siamo chiesti, dunque, come venga percepita Palermo da chi è partito per poi tornare e quali siano le motivazioni che spingono al rientro. A tornare nel capoluogo siciliano dopo un'esperienza lavorativa "fuori" sono in tantissimi.

«A Stoccolma, la troppa perfezione diventava noia»

Francesco, 32 anni, ha lavorato nel 2012 a Stoccolma, soprannominata la "Venezia del Nord" per la sua indole marinara. Ha accettato per dieci mesi la richiesta di trasferimento della sua azienda, una multinazionale delle telecomunicazioni che ha il quinto fatturato al mondo nel suo settore. Ha detto sì a un'esperienza professionale di sviluppo personale e scambio multicultarale: «L'impatto è stato in notturna, e lungo le stazioni metropolitane ho vissuto il caos del sabato sera, con tanti giovani che bevevano e lasciavano dappertutto le loro "scorie". L'indomani, presto, era già tutto lindo e pulito. Mi stupivo dell'assenza dei cassonetti e la pulizia ovunque era maniacale. Tutto era intuitivo: dove prendere i treni, la metro, gli orari degli autobus...una pianificazione perfetta. Per entrare in metropolitana la gente si metteva in fila, il cellulare prendeva benissimo e ogni persona viveva la sua vita senza dare fastidio agli altri, leggendo o ascoltando musica. Per lunghi periodi dell'anno la luce solare è presente dalle 11 alle 14, mentre d'estate sono pochissime le ore di buio: con il sole gli svedesi si mettono a leggere anche sui cornicioni dei balconi. Nei parchi portano i barbecue usa e getta e arrostiscono carne e pesce nei 40 minuti di durata del fornello. Gamla Stan, la città vecchia, era il mio luogo preferito, e anche la cucina a base di pesce non mi dispiaceva».

Quando chiediamo a Francesco qualcosa che non gli è piaciuto di Stoccolma, stenta a rispondere, ma parlando di Palermo scatta sulla sedia: «Mi mancava il caos. L'ordine di Stoccolma mi faceva rimpiangere un po' d'improvvisazione, dote che gli svedesi non hanno: una volta si è guastata la metropolitana e tutti erano nel panico, perché un guasto non è concepito. A volte mi sembrava un posto surreale, la troppa perfezione diventava noia. Essere alle 8,30 al lavoro ogni giorno era una certezza, e alle 16,00 ero fuori. Andavo in palestra o a giocare a calcetto al coperto, e una volta tutto l'ufficio ha interrotto il lavoro prima perché io avevo una partita! Mi mancava la mia città caotica e chiassosa, i miei amici e la mia famiglia. Alla proposta di rimanere lì non mi è balenata neanche l'idea di restare. Sono tornato a Palermo malgrado tutti i problemi e i limiti. Ha tante potenzialità ma è talmente maltrattata e malmessa che non si può neanche dire che è amministrata male, è non governata. Quando l'aereo ha sorvolato la costa che va da Capo Gallo a Punta Raisi ho avuto la pelle d'oca, Palermo mi è mancata come manca un essere umano. Oggi mi alzo alle 7.00 e non so se sarò puntuale alle 8,30 al lavoro, e per giornate importanti devo prepararmi prima, ma nonostante i mille problemi guardo il cielo azzuro e mi si apre il cuore». 

Quando la solitudine di una "prigione nel verde" diventa rumorosa...

Più complicato il caso di Stefano, 29 anni, volato a Kilworth, piccolo paesino nelle campagne del sud-ovest dell'Irlanda. Si è laureato a pieni voti a Palermo la scorsa primavera, con una tesi in storia dell'arte che partiva dallo scritto Casa, strada, città di Piet Mondrian. «Per poter mantenere gli studi e le mie passioni (fotografia, montaggi video, pittura e disegno) lavoravo a Palermo come sostituto portiere in un condominio. La scelta di andare via è nata perché in Irlanda ho dei familiari, una piccola isola d'appoggio in cui speravo di trovare un lavoro inerente ai miei studi. Arrivato qui ho capito da subito che era stato un errore: non ho creduto nella mia terra, non ho provato per paura di fallire. Ho trovato un lavoro in un fast food: pelo e pulisco le patate da fare fritte. Ogni mattina quando mi ritrovo la patata tra le mani penso che questo non fa per me, prendo la patata, la lascio cadere nell'acqua e muoio un po'. Abito in un villaggio dove gli autobus passano una volta a settimana...stiamo scherzando? È una prigione inghiottita nel verde, dove gli unici rumori che riesco a sentire sono quelli delle pecore. Questa tranquillità, questa solitudine è troppo rumorosa per i miei gusti. Qui il paesaggio è verde vivido, la gente ospitale e disponibile, ma non mi sento a casa». 

«Tornerò a Palermo a Gennaio, mi manca la mia città, le mie passioni, le persone che amo. Da qui vedo Palermo con nostalgia, poi sento notizie come la rissa ai Chiavettieri, la rapina in banca in Via Leonardo da Vinci, il furto a una signora inseguita fino in auto nei pressi della Zisa e tutto mi reca una strana paura, timore che Palermo stia diventando sempre più invivibileMa ogni giorno a Kilworth è pura serialità: mi alzo dal letto di pessimo umore, preparo un caffè, fumo una sigaretta, ascolto London Grammar e poi "la prigione verde" mi attende. Mi mancano i rumori della mia città, ricomporrò i frammenti delle passioni, gli affetti e la serenità di spirito lasciati. Il lavoro arriverà, se ciò non dovesse accadere dovrò ripensare alla possibilità di andare nuovamente via, ma questa volta tutto dovrà essere ben studiato».

«Quando sei fuori ti manca tutto, anche l'accento palermitano»

Jolanda invece ha 30 anni, e dopo una laurea in Economia e un master in Revisione Aziendale ha deciso di recarsi a Modena: «Direi che Modena ha scelto me! Dopo tanti miei viaggi della speranza in giro per l'Italia a fare colloqui. A Modena lavoravo come allievo direttore di negozio. Il punto vendita era all'interno di un grande centro commerciale, con la difficoltà di dover coordinare risorse con esperienza e più grandi di me anagraficamente. Essendo un piccolo centro, era tutto facile da raggiungere, soprattutto il centro storico ben curato e celebre per la storia medievale, la cattedrale romanica con la spettacolare Ghirlandina e la torre campanaria, un sito Patrimonio dell'Umanità dell’UNESCO. Appena fuori città, a Maranello, c'è la Galleria Ferrari. Il cibo non manca: tortellini, lo squisito gnocco fritto e le deliziose tigelle o crescentine che dir si voglia. Arrivata la bella stagione, ecco la nostalgia: per noi palermitani l’estate, si sa, è tempo di mare, costume, tintarella. Questo a Modena manca. La città si svuota, il fine settimana sono ore e ore di coda per raggiungere la costa ligure pur di trascorrere qualche ora al mare, il tutto molto snervante. Modena d'estate è carente di iniziative, quindi non attrae gente. Il clima mite, la gente solare e accogliente e la tanta storia - abbiamo un patrimonio culturale inestimabile - di Palermo sono preziosi. Quando sei fuori ti manca tutto, anche l'accento di noi palermitani, il cibo e i dolci. Ovviamente inutile dire che tanti sono i difetti, ma quando sei lontana non ci pensi. Fui felice di rientrare nella mia terra e incredula che uno dei tanti colloqui fatti fosse proprio per la mia amata Palermo. Mi sono dovuta scontrare con una realtà lavorativa completamente diversa da quella di Modena: mancanza di organizzazione, manager poco capaci e con poca voglia di fare. Il tutto è molto triste. Io, nel mio piccolo, cerco di trasmettere entusiasmo. Credo che spesso noi palermitani diamo per scontato il lavoro e pretendiamo tanto senza dare nulla o quasi». 

Parlare di rientro dei cervelli a Palermo è una provocazione, visto che il fenomeno principale sembra proprio quello contrario dell'emigrazione, e se un'esperienza di lavoro all'estero può risultare non semplice e gradevole, misurarsi con altre realtà rimane un'occasione preziosa anche nell'ottica di un futuro ritorno. Abbiamo chiesto un parere a Loriana Cavaleri dell'Agenzia Send, organizzazione non profit attiva a Palermo nella formazione professionale e la mobilità internazionale: «Ogni anno, secondo l'ISTAT partono verso l'estero circa 7.000 siciliani, soprattutto nel target di età 30-40 laureati. All'estero però i giovani svolgono spesso lavori demansionati, e la strada per trovare un lavoro qualificato è molto dura. Di contro, studi dell'Ue del 2014 sull'impatto dell'Erasmus a fini lavorativi mostrano come i giovani in movimento hanno un tasso di disoccupazione del 23%, circa la metà dei loro coetanei che non hanno avuto esperienze all'estero. I giovani che hanno trascorso un periodo di apprendimento on the job all'estero restano, dunque, avvantaggiati».