Cervelli di scozia

Articolo pubblicato il 22 aprile 2014
Articolo pubblicato il 22 aprile 2014

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La Scozia ha quel fascino violento e bruto. Quel fascino che attribuisci alla vicina di casa che non hai mai visto, ma che sai è lì da qualche parte, ed esiste. Il fascino misterioso del pompiere in uniforme che viene a salvarti piombando acrobaticamente nella tua stanza, tutto muscoli ed elmetto, anche se non c’è nessun incendio da spegnere. Quel fascino un po’ misterioso insomma. O se preferite la bellezza di una canzone di cui non capite il testo. Perché lo scozzese, benché non sia una lingua ma un accento, cova dentro di se e dietro ogni singola parola, il fascino dell’incomprensione. Perché dà sempre quell’effetto mascella pendente ed occhi sbarrati, ed uno lì a domandarsi di cosa diavolo stiano parlando. Ma anche questa, del resto, è Scozia.

La Scozia delle coste frastagliate, dei paesaggi mozzafiato e degli isolotti nascosti e sperduti. Isole di vita nell’oceano dove la vita è solo pesca e whisky artigianali. Dove il forte accento marcato si confonde con il vecchio gaelico, quella si che è una lingua, e potete esserne certi, vi servirà probabilmente più di una vita per riuscire a comprenderlo.

La fortuna di avere degli amici in Scozia, spesso si combina con degli inviti in dei vecchi palazzi, castelli, gotici che diventano interessanti bar aperti fino a tarda notte. Una band che suona in fondo alla sala, e persone di tutte le età che ballano in gonnella canzoni folkloristiche tipiche. Ed è così che lasci che una sconosciuta ti prenda una mano e ti ritrovi a danzare in cerchio con altri cento, saltellando prima su di un piede e poi sull’altro, cambiando dama, facendo inchini a ritmi di una musica che non conosci ma che per qualche strano motivo ti suona familiare.

Ed è tra una dama ed un’altra, tra un saltello ed un altro, che conosco Lucy. Lucy che è di Edimburgo. Lucy che mi parla in calabrese. Ed è così che mi affascina la sua storia, sposata da dieci anni con un siciliano, ha abbandonato la Scozia per trasferirsi in un piccolo paesino nel sud della Calabria. Mi parla in italiano Lucy. E quando si volta per parlare con qualcun altro, passa con naturalezza ad un forte accento scozzese. E poi italiano di nuovo. È un’insegnate in una scuola, mi dice, e mi racconta della sua felicità. Felicità. Di come la sua vita, si perfetta così. In Italia, con suo marito ed il suo lavoro. Lucy. Roba interessante questi scozzesi.

Torno in albergo con le gambe indolenzite ed uno strano odore di whisky, di Scozia, addosso. Chiedo le chiavi della mia stanza ed il ragazzo al di là del banco della reception inizia a parlarmi in italiano. Sono stanco, ma la storia di Martin è una di quelle che meritano di ritardare una dormita. Martin olandese, di Rotterdam. Martin con il suo lavoro lì ad Edimburgo che, con gli occhi di chi sta per scartare i regali la mattina di Natale, mi dice che tra qualche settimana si trasferirà in Italia. Pisa, mi dice. Mi racconta di come sia innamorato di una ragazza Toscana, di come stiano insieme da due anni e adesso lui si trasferisce lì da lei. Per lei. Mi sorride mentre lo dice Martin. Mi parla del Palio di Siena, mi parla del cibo italiano, della Toscana e di come abbia imparato l’Italiano in tutti i suoi viaggi lì da lei. E adesso è pronto a mollare tutto e trasferirsi. Andiamo avanti così per un po’. Tra un congiuntivo sbagliato ed

una vita condivisa al bancone di una reception. Per un po’. Parliamo io e Marin. Lui mi sorride. Io gli sorrido. E penso che dopo un può anche bastare. Gli auguro un in bocca al lupo e vado verso la mia stanza.

Entro nell’ascensore, le porte si chiudono dietro di me e niente si muove. Immobile al piano terra. Così inizio a pensare. Penso a tutta quella roba dei cervelli in fuga, degli italiani all’estero, penso a come la si racconti come fosse una piaga nazionale. Un moderno male da estirpare nelle generazioni più giovani. Qualcuno li chiama cervelli in fuga. Qualcun altro disperati in cerca di lavoro, di fortuna. Altri semplicemente li chiamano viaggiatori.

Penso a come con cecità ed egoismo si osservi al mondo, a quello che succede, sempre dal nostro personale punto di vista. Ignorando tutto il resto. Ignorando come l’Italia sia ancora, a modo suo, meta di cervelli in fuga e genti di altri paesi. Ma chissà perché degli stranieri quelli che vengono a stare in Italia, se ne parla sempre poco. Sarà che non ci si fa attenzione abbastanza, o forse che spesso si fa attenzione solo a quello che più conviene.

Un po’ come la storia del bicchiere mezzo pieno. Un po’ come l’erba del vicino che è sempre più verde. Un po’ come un ascensore che dovrebbe portarti alla tua stanza al quarto piano dell’albergo e non si muove.

Una voce meccanica viene fuori da un piccolo altoparlante sulla pulsantiera. Spingi-il-bottone, mi dice. Ah già, il bottone. Spingo il numero quattro e l’ascensore inizia a muoversi.