C'era una volta Ludmilla Petrushevskaya: favole da incubo dalla Russia

Articolo pubblicato il 07 febbraio 2013
Articolo pubblicato il 07 febbraio 2013
Le storie della famosa scrittrice russa cominciano nella stessa maniera in cui scelgono di proseguire - con frasi concise nelle quali i personaggi, che siano usciti dall'articolo di un giornale di provincia o sbucati fuori da un incubo senza tempo, legati tra loro per mezzo di un atto semplice, umano, spaventoso.

"C'era una volta una donna il cui figlio si impiccò". "C'era una volta un padre che non riusciva a trovare i suoi bambini". "C'era una volta una donna così grassa che non riusciva ad entrare in un taxi e che, quando andava in metropolitana, occupava per intero l'ascensore". "C'era una volta una donna che aveva una figlia piccina piccina di nome Gocciola. Non era che uno scricciolo di bambina, e non cresceva mai".

Dalle prime, cupe, avvincenti righe di There Once Lived A Woman Who Tried to Kill Her Neighbour's Baby, letteralmente, "C'era una volta una donna che cercò di uccidere il figlio del suo vicino", pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti nel 2009, Ludmilla Petrushevskaya dipana una serie di favole moderne che oscillano tra un tetro realismo e un luminoso, sconcertante surrealismo. Come in Gente di Dublino di James Joyce (1914), si scivola attraverso strade, e voci, e un nulla alcolico. Tra Mosca e le campagne, vite umane terminano repentinamente con omicidi insensati, gatti smaliziati rosicchiano corpi umani e piccole anime sono inghiottite da un amore materno soffocante, straziante.

il vero terrore è dato dal fatto che l'intruso non prova nemmeno ad essere circospetto. Qualcuno non tenta neanche più di nascondersi

Petrushevskaya ha diviso i suoi diciannove racconti in quattro sezioni - "Songs of the Eastern Slavs", "Allegories", "Fairy Stories" e "Requiems". Ognuna delle storie è concisa, puntuale, strutturata con cura, e tuttavia intrisa di molli e disarmonici mutanti degli orrori, come i due ballerini che, in uno dei racconti, sono fusi tra loro in un corpo solo. "Nina mi invitò a casa sua e lì vidi strane cose", si legge in una frase di una delle favole. Con locuzioni semplici come questa, Petrushevskaya sviscera le bizzarrie che ha preparato per i suoi lettori, lasciando che siano questi ultimi a stabilire ciò che è reale, ciò che è realmente strano, e ciò che è stato ulteriormente deformato dalla prospettiva da "casa degli specchi" dei suoi narratori. Nel racconto breve "There's Someone In the House", il vero terrore è dato dal fatto che l'intruso "non prova nemmeno ad essere circospetto. Qualcuno non tenta neanche più di nascondersi".

Petrushevskaya è nata a Mosca nel 1938. Sebbene pubblichi racconti da decenni, le sue opere hanno ottenuto soltanto da poco tempo il plauso della critica internazionale. I suoi scritti sono stati ufficialmente osteggiati durante l'era sovietica, benché siano solo in misura marginale "politici" in senso stretto – evidentemente, però, il loro senso di malessere e le inquietanti crudeltà delle case e delle vite russe facevano a pugni con il bisogno statale di visioni che incarnassero l'utopia socialista. Nonostante la poco elevata opinione di censori e creatori di stile sovietici, oggi le sue storie rappresentano una sbirciatina intrigante, attraverso il buco della serratura, su strati e strati della vita quotidiana russa, nella quale i miti pre-moderni crescono, come rampicanti, lungo i lati degli alti caseggiati urbani.

Come i traduttori americani Keith Gessen e Anna Summers osservano nell’introduzione all’edizione Penguin del libro: “Come Solzhenitsyn ha svelato al mondo le viscere degli sconfinati campi di prigionia, così Petrushevskaya ha descritto per la prima volta l’affollato appartamento sovietico della prima notte di nozze, il pericolo rappresentato non soltanto dall’insuccesso sessuale, ma anche dalla suocera che irrompe, ubriaca, sulla scena”. I suoi racconti possono sembrare tanto ininterrottamente tetri, ed evocativi di quella tipologia di crudeltà inquietante tipica dei personaggi di Edward Gorey - un universo insensibile popolato in parti uguali da aguzzini e da sciocchi –, che ci si chiede se, dopotutto, valga la pena di leggerli, e quale beneficio il lettore possa ricavarne. Tuttavia, la sua abilità di narratrice sta nel saper far risplendere - proprio perché così rari - gli inconsueti momenti di speranza di una luce ancor più forte, come nella storia di una famiglia che sbarca il lunario, lattiginosa e tremolante, mangiando funghi e denti di leone, persa nei propri pensieri. I racconti di Petrushevskaya possono avere spesso la trama di un incubo, ma v'è pur sempre spazio per sognare.

Foto: copertina del libro © Penguin; testo: Ludmilla Petrushevskaya presso la libreria McNally Jackson book store a New York, 2009 (cc) David Shankbone/ wikimedia/ David Shankbone official site