Centri di reclusione per stranieri: circolare, i cancelli si stanno per chiudere! (2/3)

Articolo pubblicato il 28 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 28 gennaio 2015

Ora che un nuovo disegno di legge sul diritto di asilo è stato presentato all'Assemblea Nazionale, torniamo a parlare di un elemento chiave delle politiche migratorie europee: i centri di detenzione per stranieri. Ecco il focus sulla Francia.

Senza libertà, senza diritti

Per le ONG Migreurop Alternative européennes è importante ricordare che queste persone vengono private della loro libertà senza aver commesso alcun crimine. «Si sono spostate affidandosi a un diritto fondamentale universalmente riconosciuto in tutto il mondo, ovvero la 'libertà di lasciare il paese in cui si trovano, compreso il proprio': una libertà garantita dall'articolo 13 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo».

Nel caso in cui qualcuno venga trattenuto in un Cra (ovvero un centro di detenzione amministrativa, l'equivalente dei notri Cie ndt), la legge prevede il diritto a un avvocato e alle telefonate per poter preparare tutta la documentazione necessaria. In realtà le cose sono molto differenti. Una volta fermate, queste persone non solo vengono private della loro libertà di circolazione, ma anche della loro vita privata e familiare, di un appoggio giuridico, dei controlli sulla salute e, soprattutto, di un controllo da parte della giustizia sulla loro libertà negata e sulla loro espulsione.

Per esempio, può capitare che la polizia attribuisca arbitrariamente una nazionalità ai detenuti. Così, i migranti sub-sahariani senza passaporto vengono presentati alle ambasciate della Guinea, del Mali o del Senegal, che firmano il nulla-osta senza alcuna prova della loro effettiva nazionalità.

«Ci trattano come cani»

L'acqua è fredda, il riscaldamento assente, il poliziotti fanno suonare l'allarme tutte le sere tra mezzanotte e l'una per impedire ai detenuti di prendere sonno. Il cibo viene dato già scaduto e, quando non c'è abbastanza spazio, i nuovi arrivati sono costretti a dormire per terra. Queste informazioni sono state raccolte nel 2008 da alcune associazioni grazie a delle telefonate arrivate dal Cra di Vincennes. Sono state poi pubblicate in un libro, Feu au centre de rétention (Fuoco nel centro di detenzione ndt), e sul sito della rete legata al Migreurop. Abbiamo deciso di riproporvi alcune testimonianze: sono le violenze subite da parte della polizia, i pericoli per la salute, gli scioperi della fame e i tentativi di suicidio a scandire il ritmo della vita in queste prigioni.

Polizia violenta

24 aprile 2008: «Un detenuto ha detto alla cuoca di poter mangiare solo cibo halal (dall'arabo: cibo lecito, ovvero permesso dalla legge islamica ndt). La cuoca lo ha insultato. Lui le ha gettato il piatto addosso senza riuscire davvero a raggiungerla, dato che fra loro c'era una grata. La cuoca ha detto alla polizia che lui le aveva sputato, così  20 poliziotti lo hanno menato fuori dal campo della telecamera. Lui non era che un metro e 50! Lo hanno 'sistemato' a forza di colpi sul viso. Hanno addirittura tentato di rompergli un polso. Infine, lo hanno messo un'ora in isolamento con tanto di manette fin troppo strette. Ne è uscito col polso slogato».

Nessuna garanzia per la salute

21 giugno 2008 : «L'uomo che ieri è morto nel centro non era cardiopatico. Prendeve della medicine tutti i giorni già prima di arrivare al centro, su prescrizione del dottore.  Aveva dei problemi psichiatrici, diceva di voler andare all'ospedale. Chiedeva delle medicine ma nessuno gliele voleva dare: l'infermiere non gli dava la sua dose ma si limitava a chiedere ad altri detenuti di andare in infermeria per ritirare la dose dell'uomo.  Se il dottor gli avesse dato la sua dose, forse lui sarebbe ancora con noi. Il giorno prima di morire, tremava come una foglia, non sapeva perché ma se sentiva molto male. Poco prima di morire, ha deciso di fare un sonnellino dopo aver chiesto al suo amico russo di svegliarlo in tempo per presentarsi in infermeria alle 15, ora d'apertura.  [...] (Quando) hanno provato a risvegliarlo e gli hanno girato la faccia, il sangue gli ricopriva naso e bocca. Lui era blu, rigido, freddo».

Tentativi di suicidio

14 avril 2008 : «Da quando sono qui, quattro o cinque ragazzi hanno tentato di suicidarsi per evitare il rimpatrio. Alcuni hanno provato a impiccarsi, altri ad ingoiare delle lamette. Quelli che rifiutano di imbarcarsi, vengono direttamente portati al centro per essere espulsi in un secondo momento. Se io fossi espulso, accetterei. Quando è già la seconda volta che tentano di espellerti, ti scotchano come un animale e io non voglio essere scotchato come un animale».

Nessun accesso alla giustizia

Per le cinque associazioni che si battono in difesa dei diritti degli stranieri, tutte presenti nel centro di detenzione [1], i migranti detenuti hanno sempre meno possibilità di accesso alla giustizia e ai giudici, che dovrebbero garantire loro libertà e diritti. Nella metropoli, il 54% dei detenuti viene espulso «senza che il giudice abbia modo di sincerarsi se polizia e amministrazione hanno rispettato i diritti dei migranti». Infatti, il 27% delle persone che hanno avuto modo di spiegarsi davanti a un giudice, alla fine sono state liberate. Per le associazioni, queste cifre «dimostrano come la maggior parte delle procedure siano illegali».

Questo articolo fa parte di un approfondimento più ampio dedicato ai centri di detenzione per stranieri in Francia (i nostri Cie). Noi torniamo il prossimo mercoledi con la terza e ultima parte. Qui, invece, potete leggere la prima parte della nostra inchiesta.

NB: Le cinque associazioni presenti nei Cra sono Cimade, France Terre d'asile, Forum réfugiés-Cosi, l'Association service social familial migrants (Assfam) e l'Ordre de Malte France.