Cechi e sudeti: Bugie e pregiudizi durante la guerra fredda

Articolo pubblicato il 22 luglio 2014
Articolo pubblicato il 22 luglio 2014

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“La storia viene scritta dai vincitori”, questa è una teoria universale scientificamente riconosciuta. La storia della Cecoslovacchia nel periodo tra le due guerre e durante la seconda guerra mondiale purtroppo non conosce vincitori. È la storia degli ebrei uccisi, dei cechi oppressi e sfruttati e dei sudeti perseguitati. Separati per decenni dalla cortina di ferro, i diversi gruppi etnici hanno raccontato la storia comune in modo completamente diverso, dandone un’interpretazione piena di accuse reciproche e pregiudizi che dopo la fine della guerra fredda necessitava di venire corretta insieme. 

Al momento della fondazione della Cecoslovacchia, dopo la prima guerra mondiale, i conflitti tra le diverse nazionalità erano già prevedibili. Le regioni della Boemia e della Moravia, di maggioranza germanofona, rivendicavano il proprio diritto di autodeterminazione e volevano l’annessione alla Repubblica dell’Austria tedesca o, in alternativa, ottenere una posizione di autonomia all’interno della Cecoslovacchia. Il Ministro degli Esteri ceco Edvard Beneš credeva al contrario che le regioni di insediamento tedesco non fossero in grado di amministrarsi autonomamente. Lo sciopero generale che ne seguì venne represso nel sangue. 

Oppressione e discriminazione razziale

Quando nel 1935 fu fondato il Partito Tedesco dei Sudeti (Südetendeutsche Partei), le cui radici si fondavano in parte sull’ideologia della supremazia razziale, fu votato dal 68% dei tedeschi dei sudeti. Nel 1937 partito assicurò la propria lealtà ad Adolf Hitler e ricevette le istruzioni di non appoggiare alcuna proposta per la risoluzione dei conflitti di nazionalità da parte della Cecoslovacchia. Questa è una delle ragioni per cui Francia e Gran Bretagna acconsentirono all’annessione dei territori di insediamento tedesco al Reich. La maggior parte dei sudeti era favorevole all’annessione e i tedeschi vennero accolti con giubilo in molte città, motivo per cui in seguito dalla prospettiva ceca l’espulsione dei sudeti venne legittimata. 

Con l’eliminazione dei territori di insediamento tedesco, quella che Hitler chiamava “Rest-Tschechei” (Resto della Cechia) perse circa la metà del proprio territorio nazionale, oltre che alla maggior parte dei centri industriali. Le conseguenze furono grandi problemi economici e la subordinazione al Reich tedesco, elementi che il 15 marzo del 1939 portarono all’occupazione della “Rest-Tschechei”. Nel territorio da allora chiamato “Protettorato di Boemia e Moravia”, però, c’erano cittadini tedeschi e non cechi. Il piano degli occupanti tedeschi era quello di liquidare tutti gli oppositori al Reich ed espellere, o addirittura “eliminare fisicamente”, tutti i “puri” slavi. Solo un terzo della popolazione ceca era considerata di razza adeguata da parte dei Nazionalsocialisti e questa parte doveva essere tedeschizzata. Considerando le esecuzioni dei partigiani e degli appartenenti a minoranze perseguitate, e i morti nelle prigioni tedesche e nei campi di concentramento, il numero delle vittime del regime nazista è di 122.000 persone. Inoltre migliaia di persone furono costrette all’espatrio e la popolazione ceca venne depredata economicamente dai debiti di guerra e dalle espropriazioni. 

Espulsione e assassinio: “cosa buona e giusta

Per risolvere i problemi tra le diverse nazionalità dopo la guerra, gli alleati pianificarono già nel 1942 un’emigrazione forzata dei tedeschi dai territori della Cecoslovacchia, quindi questa non fu un’idea puramente ceca. 

Nonostante i partigiani cechi fossero costantemente perseguitati, l’insurrezione di Praga alla fine della guerra terminò solo con l’arrivo delle truppe alleate. Nelle cosiddette settimane “di anarchia” i gruppi di partigiani, che non si sciolsero con la fine del conflitto, espulsero dai territori  più di mezzo milione di sudeti, arrivando più volte a maltrattamenti, esecuzioni e macabre marce della morte. La complicità dell’apparato a questa espulsione “selvaggia” (in ceco: Odsun) fu più volte smentita, ma oggi la parte ceca ha ammesso che anche l’esercito era coinvolto. Dopo che l’esercito ebbe ottenuto controllo del territorio ebbe infatti inizio l’espulsione guidata dallo stato. In questa occasione vennero istituiti campi di raccolta e di lavoro che servivano come base per il trasferimento. Tra il 1945 e il 1948 anche i bambini vennero imprigionati e molti di loro persero la vita in questi campi. Con il Decreto Beneš tutti coloro che nel 1945 possedevano la cittadinanza tedesca persero quella ceca. Nel 1946 la Cecoslovacchia era divenuta uno stato etnicamente omogeneo, tre milioni di tedeschi erano stati espulsi e i villaggi sudeti erano stati rasi al suolo, come se non fossero mai esistiti. 

Successivamente è risultato molto difficile fornire delle statistiche chiare riguardo alle morti dovute all’espulsione. Se in Germania i dati ufficiali parlano di 225.600 persone, le stime fatte dai ricercatori cechi portano di cifre notevolmente più basse. Solo nel 1997 le ricerche di una commissione ceco-tedesca hanno fornito dati realistici riguardo al numero delle vittime, che ammonterebbero a circa 30.000.

Non solo le statistiche, ma anche l’opinione pubblica durante la guerra fredda ha espresso posizioni completamente diverse in Cecoslovacchia, Germania e Austria, basandosi principalmente su accuse reciproche e attribuzioni di colpa. Gli storici cechi tendono a rimarcare l’appoggio del Partito Tedesco dei Sudeti, l’annessione al Reich e i crimini commessi dai tedeschi durante l’occupazione. In Germania, al contrario, viene rivendicato il mancato rispetto dell’autodeterminazione di un popolo nel 1918 e le violenze commesse durante l’espulsione. I punti di vista erano soltanto due: o si era d’accordo con l’espulsione dei sudeti, o questa veniva considerata una vendetta illegale. Altri contesti hanno avuto una considerazione minima. 

La riconciliazione con la caduta del Muro

È stato durante i 25 anni che hanno seguito la caduta del Muro che per la prima volta storici cechi, tedeschi e austriaci hanno iniziato a impostare in modo nuovo le proprie ricerche. Attraverso la cooperazione è stato raggiunto un consenso internazionale e più oggettivo. Oggi l’espulsione dei sudeti viene condannata da tutte le parti in causa, e allo stesso tempo compresa perché interpretata nel contesto della seconda guerra mondiale. Nel 2013 la storia della Cecoslovacchia fino al 1945 è stata rappresentata in una mostra comune delle regioni dell’Austria settentrionale e della Boemia. Con l’apertura dei confini infatti la storia può essere rielaborata insieme anche a livello regionale. Sono moltissimi oggi i profughi che tornano a visitare i luoghi in cui avevano vissuto, dei quali altro non è rimasto se non singole tracce dei muri. Chi torna sistema, spesso con l’aiuto della popolazione ceca, numeri civici e targhette con i nomi che si trovavano sulle porte in ricordo dei villaggi distrutti. Ad esempio a Glöckelberg, nel sud della Boemia, dove si trovava un villaggio sudeto è stato costruito un museo in memoria dei profughi. L’Austria e la Repubblica Ceca condividono un periodo molto lungo di storia, che dev’essere ricordato insieme per essere rielaborato e rappresentato correttamente.