C’è ancora posto a bordo?

Articolo pubblicato il 15 marzo 2004
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Articolo pubblicato il 15 marzo 2004

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I flussi migratori possono arginare il problema del sistema pensionistico. A condizione che l’Europa si apra di più all’Est, al mondo arabo e alla Turchia.

Le aspettative di vita continuano a crescere e i tassi di crescita rimangono ai minimi: gli europei vivono più a lungo, ma da tempo hanno meno bambini a rimpiazzarli. Il tasso di crescita attuale è inferiore all’1,4 % e ci si aspetta che continui ad abbassarsi almeno per un altro decennio. In alcuni paesi, come Spagna, Italia e Grecia il tasso di crescita è precipitato tra l’1,1 e l’1,3. Le donne posticipano la maternità, e per via della loro carriera scelgono di avere uno o due bambini invece di tre. Nel frattempo l’età media della popolazione sale. In meno di 15 anni, la percentuale di europei fra i 20 e i 29 anni precipiterà al 20%, la percentuale del gruppo 50-64 aumenterà al 25% ed il numero di persone over 80 aumenterà del 50%. Entro il 2015 un terzo dei lavoratori avranno 50 anni e oltre.

Se le politiche nazionali han fallito nell’obiettivo di accrescere la popolazione, nondimeno l’immigrazione ha aiutato a fronteggiare questa crisi. Anche se nessun paese europeo si considera come una terra d’immigrazione, la Germania ospita già un 8,9% di immigranti nella sua popolazione, la Francia l’8%, l’Austria il 6,6%, la Gran Bretagna il 4,1%, i Paesi Bassi il 4% ed il Belgio l’1,3%. E queste sono solo le statistiche ufficiali: se si dovesse tener conto dell’immigrazione illegale i numeri sarebbero indubbiamente molto più alti.

Numeri che non mentono

Secondo il Rapporto 2003 dell’Eurostat sulla Protezione sociale, la spesa pensionistica nell’UE ha inciso per il 12.5% del PIL nel 2000. Può l’aumento dell’immigrazione in Europa aiutare a spingere l’economia, attraverso l’impiego di forza lavoro? La maggior parte degli immigrati tendono sono in età da lavoro – il che vuol dire fare meno consumo di servizi provvisti dallo Stato come salute e istruzione – e in più pagano le tasse. E tuttavia, come di recente ebbe a scrivere il giornale pan-arabo Al Hayat, non è sempre così. Tra i giovani emigranti, si annoverano oggi anziani e donne incinte, gente che ha bisogno di protezione sociale al loro arrivo. E la riunificazione delle famiglie, in molti casi, significa maggior spesa pubblica, per esempio, sull’istruzione.

Con l’allargamento dell’UE ormai alle porte, le aspettative di guadagni e di perdite vengon soppesate, anche riguardo all’immigrazione. Sfortunatamente, la situazione demografica nell’Europa “nuova” è simile a quella del “vecchio” ovest: un tasso di natalità basso ed una crescita della popolazione in caduta libera. Gli ultimi rapporti dell’OCSE sull’immigrazione rivelano che, fin dall’inizio degli anni ’90, si è verificata una caduta estremamente rapida dei tassi di nascita nei paesi dell’Europa orientale, con percentuali di fertilità attualmente sotto l’1,5. Perciò le migrazioni dai nuovi stati membri non porteranno ad una soluzione del problema. Inoltre, proprio questi ultimi temono le conseguenze di un’immigrazione stabile. Il Consorzio per l’Integrazione europea avverte come sia probabile che lo 0,1% della popolazione attuale si trasferisca da est ad ovest nel quadro della libera circolazione delle persone (prendendo in considerazione il periodo di transizione di 7 anni) e che tale percentuale possa accrescersi nei prossimi 30 anni, raggiungendo l’1,1% della popolazione europea.

Gli effetti delle migrazioni all’interno dell’UE potrebbero esser diminuiti da un afflusso di immigranti provenienti da paesi terzi e da una loro ripartizione per quote. Per quel che riguarda l’Europa orientale, i ricercatori del Centro per le Riforma Europea prevedono una vastissima immigrazione dai paesi più poveri dei nuovi confini europei orientali. Perciò i futuri stati membri potrebbero divenire al centro dell’attenzione di emigranti provenienti da paesi come l’Ucraina, la Bielorussia, la Russia e la Turchia, i cui gruppi etnici già costituiscono una parte considerevole delle popolazioni europee orientali.

La politica contro l’opinione pubblica

La storia e le tradizioni dell’Europa sono diverse da quelle dell’America. Le popolazioni europee non credono nell’ideale americano del ‘melting-pot’ o peggio ancora nella “società insalatiera” (“salad bowl” ndr). Come il Financial Times ha recentemente commentato, l’Europa considera ancora l’immigrazione come un problema più che un’opportunità. Questo atteggiamento si è rivelato in quasi tutte le elezioni legislative del vecchio Continente, in cui i partiti populisti di estrema destra hanno raccolto laute messi. Proprio domenica scorsa, la Svizzera, sebbene non faccia parte dell’UE, si è resa testimone della vittoria dell’Unione Centrista Democristiana (UDC) nelle legislative e le statistiche mostrano come sia probabile che il francese Le Pen possa metter a segno un ottimo risultato nelle imminenti elezioni regionali Oltralpe.

I leader politici europei hanno bisogno di spiegare ai loro elettori come l’immigrazione sia, nel lungo periodo, nel loro stesso interesse. “Nessuno ci ha mai chiesto se noi li vogliamo qui [gli immigrati africani]”, ha detto uno storico riguardo agli immigrati in Francia. Molti europei non vogliono veder cambiare le loro società nel modo in cui ciò avverrebbe a seguito dei fenomeni migratori, e i loro voti a favore di candidati anti-immigrazione intendono dire esattamente questo ai loro politici.

Non è tutto oro quel che riluce

Il ‘Rapporto 2002 sulla Situazione Sociale’, pubblicato annualmente dalla Commissione europea, afferma, comunque, come da sola, l’immigrazione non possa mai controbilanciare le conseguenze di una popolazione europea che invecchia, nè possa accantonare i problemi dell’Unione in materia di mercato del lavoro. Il rapporto mostra poi che anche raddoppiando insieme tassi d’immigrazione e tassi di crescita non ne verrebbe da sé un contributo significativo per assicurare per il 2050 un mercato del lavoro ed un sistema pensionistico sostenibili.

Come il commissario Anna Diamantopoulou ha fatto notare: “L’immigrazione aiuterà a colmare alcuni gap nel nostro mercato del lavoro, ma non avrà alcun impatto sul messaggio di fondo della nostra politica per l’impiego: abbiamo ancora bisogno di una riforma integrale, con l’attenzione rivolta all’aumento delle percentuali di partecipazione per le donne e per i lavoratori più anziani, se intendiamo render sostenibili mercato del lavoro e sistema pensionistico”.

Anche i gruppi di ricerca della Deutsche Bank quest’agosto hanno reso noto un Rapporto in cui si spiega che anche se i flussi migratori aumenteranno ed i paesi industriali diverranno fortemente competitivi in futuro quanto a risorse umane, i problemi da affrontare per i sistemi di sicurezza sociale non potranno essere risolti solo da politiche migratorie. Alcuni dicono che bisogna farla finita con il Welfare europeo e che si deve dare inizio a politiche più dure, orari di lavoro più lunghi e tasse più alte per poter far alimentare il sistema pensionistico, forse anche una svolta nelle politiche della famiglia, con genitori e nonni che vivano nella stessa casa, in modo da alleggerire così parte delle spese per la gente anziana.

Mentre i tassi europei di fertilità stagnano, quelli dei paesi in via di sviluppo aumentano a vista d’occhio. Alcuni analisti credono che le famiglie che migrano in Europa potrebbero alzare il tasso di fertilità. Tuttavia, una volta stabilitisi, anche gli immigrati tendono ad adottare i modelli di fertilità del paese in cui vivono. Ecco perché altri tipi di intervento, come il cambio dell’età pensionabile, del sistema pensionistico, misure per incentivare la mobilità dei lavoratori all’interno dell’UE, e il miglioramento della produttività, devono esser in cima all’agenda UE – al pari di una vera e propria politica comune sull’immigrazione.