C+C=Maxigross: "In Italia c'è poco da tirarsela"

Articolo pubblicato il 21 gennaio 2014
Articolo pubblicato il 21 gennaio 2014

Ven­go­no dalla Les­si­nia, in pro­vin­cia di Ve­ro­na, ma Ca­fé­ba­bel li in­con­tra in Olan­da, a Gro­nin­gen, du­ran­te il fe­sti­val Eu­ro­so­nics 2014. I C+C=Ma­xi­gross ci parlano di loro, della loro musica, ma anche dei problemi delle band emergenti italiane. Senza peli sulla lingua.

Pren­de­te 20 per­so­ne che si co­no­sco­no da molto tempo, in­fi­la­te­le in una casa in mon­ta­gna con degli stru­men­ti e da­te­gli un re­gi­stra­to­re: i C+C=Ma­xi­gross na­sco­no così, un po’ per caso, da una jam ses­sion, nel lon­ta­no 2009. anni dopo li in­con­tria­mo al fe­sti­val Eu­ro­so­nics di Gro­nin­gen per­ché rap­pre­sen­ta­no l’I­ta­lia nel pa­no­ra­ma eu­ro­peo dei grup­pi emer­gen­ti. Nel frat­tem­po hanno vinto l’Arez­zo Wave, gi­ra­to per 3 anni il Bel­pae­se con un pul­mi­no, pubblicato il loro primo album, Ruvain, e collezionato, tra Eu­ro­pa e Usa, più di 100 con­cer­ti. Can­ta­no so­prat­tut­to in in­gle­se e suo­na­no una mu­si­ca che spa­zia dal coun­try al folk, pas­san­do per lo psi­che­de­li­co. Sarà che ven­go­no dalla mon­ta­gna, ma dopo aver par­la­to con loro, si ha la sen­sa­zio­ne che, anche in Ita­lia, si re­spi­ri un po' di aria fre­sca. 

Ca­fé­ba­bel (Cb): È vero che siete ar­ri­va­ti in ma­chi­na?

C+C=Ma­xi­gross: Sì, anche per­ché il pul­mi­no si è rotto…

Cb: Quale pul­mi­no?

Un mezzo con cui ci spo­sta­va­mo di so­li­to. Si è rotto per l’en­ne­si­ma volta, così lo stia­mo ri­pa­ran­do per ri­ven­der­lo ai primi che lo com­pra­no.

Cb: Tappe di pas­sag­gio?

Ieri era­va­mo a Liegi, in Bel­gio. Il gior­no prima in Fran­cia, a Mu­lhou­se.

Cb: Che sen­sa­zio­ne si prova a es­se­re in­vi­ta­ti al fe­sti­val Eu­ro­so­nics?

Beh, è una bel­lis­si­ma oc­ca­sio­ne, un fe­sti­val di ri­lie­vo in­ter­na­zio­na­le.

Cb: Quali altri tour avete fatto?

Ab­bia­mo gi­ra­to l’I­ta­lia no stop per 3 anni e gli Stati Uniti, dove ab­bia­mo suo­na­to a Bo­ston e New York.

Cb: Mi­glior pub­bli­co ita­lia­no, eu­ro­peo e sta­tu­ni­ten­se?

Roma per l’I­ta­lia – men­zio­ne par­ti­co­la­re al lo­ca­le Fan­ful­la. Ber­li­no – quar­tie­re Kreuz­berg,– per l’Eu­ro­pa, e New York per gli Usa. 

Cb: Una band ita­lia­na ol­treo­cea­no. Come vi hanno in­tro­dot­to nei lo­ca­li?

Ma in real­tà sono molto più tran­quil­li che in Ita­lia. Non glie­ne frega da dove vieni, o chi sei; basta che “spac­chi”: è molto sti­mo­lan­te. Siamo ar­ri­va­ti in un lo­ca­le dove c’era una band che suo­na­va punk, stile Ra­mo­nes. Certo, non è un ge­ne­re in­no­va­ti­vo, ma come suo­na­va­no... da Dio!

Cb: Per­ché, gli ita­lia­ni sono snob?

Da noi im­por­ta chi sei, da dove vieni, ma non cosa fai. La gente non guar­da il ge­ne­re o lo stile. Conta so­prat­tut­to chi ti pre­sen­ta. L’im­ma­gi­ne vince sulla so­stan­za.

Cb: Fe­sti­val Eu­ro­so­nics, lista degli in­vi­ta­ti: 6 grup­pi ita­lia­ni con­tro 26 in­gle­si. La mu­si­ca emer­gen­te ita­lia­na non esi­ste?

No, sem­pli­ce­men­te non rie­sce a farsi espor­ta­re al­l’e­ste­ro. Ci sono un sacco grup­pi di mu­si­ca al­ter­na­ti­va va­li­dis­si­mi che però non sfon­da­no al di là del con­fi­ne na­zio­na­le. C’è un pro­ble­ma di abi­tu­di­ne. Un mu­si­ci­sta del nord Eu­ro­pa non pensa “di dover sfon­da­re anche al­l’e­ste­ro”. Piut­to­sto, fa parte del suo me­stie­re, ov­ve­ro: crea­re arte con­di­vi­si­bi­le da tutti. 

Cb: C’è chi dice che sia im­pos­si­bi­le com­pe­te­re con Usa e In­ghil­ter­ra sul fron­te del rock e del pop…

Esa­ge­ra­to… il pro­ble­ma è anche nelle radio si sen­to­no sem­pre le so­li­te can­zo­ni. C’è anche una re­spon­sa­bi­li­tà dei media, senza par­la­re delle major. In Ita­lia fa molto co­mo­do istrui­re le per­so­ne a un ascol­to spe­ci­fi­co.

Cb: Cioè?

Di­cia­mo che l’au­dien­ce ita­lia­na vuole la mu­si­ca ita­lia­na e i media si re­go­la­no di con­se­guen­za. Na­sce­re a Na­po­li o Man­che­ster, non de­ter­mi­na un dna "rock", o meno.

Cb: Esi­ste un pro­ble­ma strut­tu­ra­le o po­li­ti­co in Ita­lia?

Sì. Con i tempi che cor­ro­no, non c’è da aspet­tar­si che la cul­tu­ra venga so­ste­nu­ta dalle isti­tu­zio­ni, o che ci sa­ran­no degli in­ve­sti­men­ti. I primi set­to­ri che ven­go­no col­pi­ti dalla crisi sono i set­to­ri della cul­tu­ra. È per que­sto che bi­so­gna an­da­re oltre.

Cb: Cosa con­si­glie­re­ste a un gio­va­ne ar­ti­sta ita­lia­no?

Con­cen­trar­si sulla mu­si­ca e as­su­me­re l’at­ti­tu­di­ne da ar­ti­sta.

Cb: Cosa vuol dire?

De­di­car­si a una ri­cer­ca del suono, ma anche con­cet­tua­le; vuol dire en­tra­re nel mood, nello spi­ri­to che si col­ti­va nei Paesi dove il rock è cul­tu­ra na­zio­na­le. In In­ghil­ter­ra, i gio­va­ni ca­pi­sco­no che fare il mu­si­ci­sta è un me­stie­re come un altro, con tutte le con­se­guen­ze del caso che ciò com­por­ta.

Cb: Per un gio­va­ne ar­ti­sta, la par­ten­za per l’e­ste­ro rap­pre­sen­ta una so­lu­zio­ne?

Se fai mu­si­ca in ita­lia­no, ti li­mi­ti ri­spet­to a un mondo che c’è fuori. A noi que­sta scel­ta non in­te­res­sa e con­se­guen­te­men­te la­vo­ria­mo in un’al­tra di­re­zio­ne. Se ot­tie­ni suc­ces­so, fai co­mun­que il bene del tuo Paese. E co­mun­que, i grup­pi che hanno più suc­ces­so in Ita­lia sono au­to­re­fe­ren­zia­li: suo­na­no sem­pre negli stes­si lo­ca­li, sono vei­co­la­ti tra­mi­te le stes­se eti­chet­te. È un cir­co­lo vi­zio­so che si au­toa­li­men­ta.

Cb: Nel sin­go­lo Low Sir can­ta­te “Ma­ri­wa­na for po­ta­toes”…

Ma­ri­wa­na for po­ta­toes”... (ri­sa­te)... è una si­tua­zio­ne in cui noi scam­bia­mo della ma­ri­wa­na per delle pa­ta­te... (dop­pie ri­sa­te)... La pa­ta­ta in senso fi­gu­ra­to… (ri­sa­te de­li­ran­ti)... Di­cia­mo che il brano rac­con­ta tutti gli ac­ci­den­ti che ca­pi­ta­no a uno di noi e “ma­ri­wa­na for po­ta­toes” non è che una magra con­so­la­zio­ne. Le no­stre can­zo­ni com­pren­do­no tante parti in­tro­spet­ti­ve, ma anche altre de­li­ran­ti, dato che na­sco­no da mo­men­ti di di­ver­ti­men­to col­let­ti­vo.

Cb: Quan­to conta l’au­toi­ro­nia nella mu­si­ca?

Molto. I no­stri cd con­ten­go­no vo­lon­ta­ria­men­te er­ro­ri, per­ché “co­glie­re l’ago nel pa­glia­io” non ci rap­pre­sen­te­reb­be af­fat­to. In Ita­lia esi­ste una cul­tu­ra del per­fe­zio­ni­smo che a trat­ti sem­bra al­lon­ta­na­re l’ar­ti­sta dal pub­bli­co. C’è poco da ti­rar­se­la e bi­so­gna pun­ta­re alla so­stan­za. Poi, es­se­re “caz­zo­ni” fa parte della no­stra mu­si­ca. Che senso avreb­be ve­stir­si in giac­ca e cra­vat­ta?

Info:

Da ascoltare: Ruvain, primo album dei C+C=Maxigross, rilasciato nell'Aprile del 2013 (etichetta Vaggimal Records, distribuzione Audioglobe).

Ca­fé­ba­bel ha se­gui­to per 3 gior­ni il fe­sti­val Eu­ro­so­nics di Gro­nin­gen. Leggi l'in­ter­vi­sta ai Ko­da­li­ne, vin­ci­to­ri del­l'EB­BA awards -