Casablanca: la Grande Illusione 

Articolo pubblicato il 16 maggio 2014
Articolo pubblicato il 16 maggio 2014

Sidi Mou­men è una delle 500 ba­rac­co­po­li di Ca­sa­blan­ca. Qui sono nati i cin­que ter­ro­ri­sti che hanno com­piu­to la stra­ge più san­gui­no­sa della sto­ria del paese. Molti abi­tan­ti non met­to­no mai piede nel quar­tie­re, ma Ca­fé­ba­bel l'ha vi­si­ta­to e ha in­con­tra­to i suoi abi­tan­ti per ve­de­re come vi­vo­no e sco­pri­re che cosa ha in serbo il fu­tu­ro per loro.

'Sidi Mou­men...c'est grave, Mon­sieur', in­to­na con voce cupa, sopra il ru­mo­re stri­du­lo dei freni, il tas­si­sta non é più al­le­gro come prima, come se solo men­zio­na­re il nome del fa­mi­ge­ra­to di­stret­to fosse ab­ba­stan­za per far sa­li­re la ten­sio­ne in quel­la clau­stro­fo­bi­ca Fiat Uno. Pro­prio lì, dove nes­sun abi­tan­te di Ca­sa­blan­ca vuole an­da­re. No­no­stan­te vi siano dei tram mo­der­ni e splen­den­ti che ar­ri­va­no di­ret­ta­men­te dal cen­tro, molti degli abi­tan­ti della più gran­de città del Ma­roc­co non si av­ven­tu­ra­no mai nel di­stret­to pe­ri­fe­ri­co che si esten­de a mac­chia d'o­lio e che la gente con­si­de­ra come un "leb­bro­sa­rio". Le cose, tut­ta­via, stan­no cam­bian­do. Pro­prio que é stato lan­cia­to uno dei piani di ri­du­zio­ne della po­ver­tà e di eli­mi­na­zio­ne delle bi­don­vil­le più am­bi­zio­si del mondo arabo. E per­ché? Per usare un'e­spres­sio­ne lo­ca­le, a causa di "ciò che è ac­ca­du­to". 

16 mag­gio 2003. I com­men­sa­li al "Cafe de Espa­na" si stan­no go­den­do la loro pael­la quand'ec­co che un uomo ar­ri­va di corsa e fa esplo­de­re una bomba le­ga­ta al suo petto con del na­stro ade­si­vo. Altri quat­tro erano in giro per la città a cer­ca­re altri posti da colpi­re, dando così luogo al­l'at­tac­co ter­ro­ri­sti­co più san­gui­no­so della sto­ria del paese, con 45 morti e oltre 100 fe­ri­ti. Quel­la mat­ti­na, tutti i gio­va­ni at­ten­ta­to­ri ave­va­no var­ca­to per l'ul­ti­ma volta la porta delle loro case a Sidi Mou­men.

ri­bal­ta­re la si­tua­zio­ne

Il quar­tie­re mal­fa­ma­to viene spes­so as­so­cia­to al­l'i­dea di estre­mi­smo ma, gra­zie al Cen­tro Cul­tu­ra­le di Sidi Mou­men, ha at­ti­ra­to tan­tis­si­mi pro­get­ti so­cia­li. Il gi­gan­te­sco e ana­cro­ni­sti­co scuo­la­bus gial­lo con su scrit­to "da Har­ri­sburg, Penn­syl­va­nia" è solo il primo tra i tanti in­di­zi che pro­va­no l'im­por­tan­za dei fondi este­ri per un cen­tro so­cia­le unico nel suo ge­ne­re, al­me­no in Ma­roc­co.

Oltre ad as­si­cu­ra­re dei pasti per oltre 300 gio­va­ni del luogo, la strut­tu­ra for­ni­sce corsi di lin­gue, una bi­blio­te­ca con 5000 libri e an­co­ra stru­men­ti mu­si­ca­li, com­pu­ter, at­ti­vi­tà spor­ti­ve e altro. Al mio ar­ri­vo mi trovo nel bel mezzo di un ta­lent show dove al­cu­ni bam­bi­ni sono pro­ta­go­ni­sti nelle vesti di DJ, men­tre altri bal­la­no o par­te­ci­pa­no ad una com­pe­ti­zio­ne di slam poe­try. In prima fila siede il fon­da­to­re, Bou­b­ker Mazoz, che si oc­cu­pa del­l'or­ga­niz­za­zio­ne della co­mu­ni­tà da tutta la vita. Con i suoi ca­pel­li bian­chi e i baffi sot­ti­li ri­cor­da Omar Sha­rif in "Dot­tor Zi­va­go". 

In man­can­za di sup­por­to da parte dello stato, Bou­b­ker è co­stan­te­men­te alla ri­cer­ca di fondi tra una lista in­fi­ni­ta di con­tat­ti spar­si un po' per tutto il mondo. "Sono di­ven­ta­to un men­di­can­te pro­fes­sio­na­le", ci rac­con­ta con un largo sor­ri­so. Die­tro di lui, uno scaf­fa­le scric­chio­la sotto il peso dei premi e delle ono­re­fi­cen­ze che re­ca­no tutte l'in­ci­sio­ne del suo nome. "Le ONG sono ar­ri­va­te, hanno fatto delle do­na­zio­ni e sono ri­par­ti­te, ma nulla é cam­bia­to. Vengo qui re­go­lar­men­te per con­se­gna­re egli zaini per la scuo­la, ma li hanno ven­duti tutti. Così, ho de­ci­so di re­sta­re".

Molti di quel­li che la­vo­ra­no per l'or­ga­niz­za­zio­ne sono cre­sciu­ti a loro volta in un luogo pieno di sfide e sanno be­nis­si­mo quan­to sia im­por­tan­te non ab­ban­do­na­re la co­mu­ni­tà e, allo stes­so tempo, co­sti­tui­re agli occhi di que­st'ul­ti­ma un esem­pio. Il la­vo­ro del cen­tro ha per­si­no ispi­ra­to dei pro­get­ti si­mi­li ol­treo­cea­no, nella città ge­mel­la­ta con Ca­sa­blan­ca, Chi­ca­go

No­no­stan­te il go­ver­no af­fer­mi che ci sia stato un "si­gni­fi­ca­ti­vo pro­gres­so" nella bo­ni­fi­ca dei bas­si­fon­di, si stima che, solo a Ca­sa­blan­ca, ci siamo an­co­ra più di 111­mi­la fa­mi­glie sti­pa­te in oltre 500 ba­rac­co­po­li. Delle cifre che ossessiona­no il paese, so­prat­tut­to dopo la Pri­ma­ve­ra Araba che non è riu­sci­ta a ra­di­car­si nel regno. Se un gior­no una ri­vo­lu­zio­ne del ge­ne­re pren­des­se piede nel paese, i di­stret­ti come Sidi Mou­men sa­reb­be­ro il fo­co­la­io della ri­vol­ta, no­no­stan­te siano cam­bia­te molte cose dopo gli at­tac­chi ter­ro­ri­sti­ci. 

"Un ac­cu­mu­lo di fru­stra­zio­ne"

"Non ci sono isla­mi­ci ra­di­ca­li qui, c'è solo in­giu­sti­zia, po­ver­tà ed emar­gi­na­zio­ne. Un cri­mi­na­le è un ra­di­ca­le, no?", dice Bou­b­ker. "Quan­do qual­cu­no ha l'im­pres­sio­ne di non ap­par­te­ne­re ad una co­mu­ni­tà, quan­do nella città non c'è nulla per lui o per la sua fa­mi­glia, c'è un ac­cu­mu­lo di fru­stra­zio­ne. Nes­su­no di­strug­ge­reb­be qual­co­sa che gli ap­par­tie­ne". 

In com­pa­gnia di Mo­ham­med Aai­tou­na, vo­lon­ta­rio del cen­tro so­cia­le, e di Mo­kh­tarAb­de­rah­ma­ne, dal ser­vi­zio di si­cu­rez­za lo­ca­le, fac­cia­mo il giro del­l'an­go­lo fino a tro­var­ci da­van­ti i bas­si­fon­di di Al Man­zah. So­vra­sta­tate da pa­laz­zi alti cin­que piani, le fa­mi­glie vi­vo­no schiac­cia­te den­tro quel­lo che sem­brano delle gab­bie di legno per co­ni­gli ri­co­per­te da la­stre di me­tal­lo al­l'al­tez­za delle loro teste. Il per­cor­so, a trat­ti, è così stret­to che siamo co­stret­ti a cam­mi­na­re in fila in­dia­na men­tre ci fa­cciamo largo tra i ram­pi­can­ti spar­si un po' ovun­que. Un uomo an­zia­no ci su­pe­ra men­tre porta avan­ti il suo pic­co­lo car­ro gui­da­to da un asino e vende del pane. Qui tro­via­mo pa­rec­chi am­bu­lan­ti, molti hanno altri la­vo­ri e pa­rec­chi sono di­soc­cu­pa­ti e anal­fa­be­ti. Ad Al Man­zah, la fra­gi­li­tà della gente è messa a nudo e fac­cia­mo il giro del campo alla svel­ta così da non pro­vo­ca­re di­sa­gi. Ar­ri­va­ti dal­l'al­tra parte, fi­nal­men­te al­l'a­per­to, e oltrepas­sa­ta una mon­ta­gna di spaz­za­tu­ra che ri­la­scia­ una nu­vo­la di fe­to­re, dei bam­bi­ni po­sa­no come dei rap­per per le no­stre mac­chi­ne fo­to­gra­fi­che e, men­tre an­dia­mo via, gri­da­no "bonne chan­ce, mes amis!" (buona for­tu­na, amici!). 

Nel di­stret­to di Ainfa, la "Be­ver­ly Hills" di Ca­sa­blan­ca, le stra­de pu­li­te e con palme ai lati met­to­no in mo­stra ville sun­tuo­se, bian­che come il lino, che con­du­co­no alla Cor­ni­che, la zona bal­nea­re della città. Qui, tra le onde che sbat­to­no sulla costa, si in­nal­za la mo­schea di Has­san II, la se­con­da più gran­de dopo la Mecca. Ogni cit­ta­di­no del Ma­roc­co ha do­vu­to con­tri­bui­re eco­no­mi­ca­men­te per la sua co­stru­zio­ne, in­clu­si gli abi­tan­di dei bas­si­fon­di che sono stati sfrat­ta­ti per far spa­zio ai la­vo­ri.

A poche cen­ti­na­ia di metri dalla riva, il gro­vi­glio fa­mi­lia­re di tetti di la­mie­ra viene in­ter­rot­to da un muro di due metri di calce im­bian­ca­ta che cir­con­da la "bi­don­vil­le", un ter­mi­ne fran­ce­se di ori­gi­ne co­lo­nia­le che de­ri­va pro­prio dalle ba­rac­co­po­li di Ca­sa­blan­ca. Que­ste cinta mu­ra­rie sono molto co­mu­ni in città e spes­so ven­go­no de­fi­ni­te come il "muro della ver­go­gna", una me­ta­fo­ra che de­nun­cia l'at­teg­gia­men­to della so­cie­tà nei con­fron­ti della cre­scen­te massa di po­ve­ri ur­ba­ni. Quel­li che sono lon­ta­ni dagli occhi e dal cuore.

"Sono loro i veri ma­la­ti"  

Al­cu­ni ric­chi not­tam­bu­li ma­roc­chi­ni che af­fol­la­no i lo­ca­li chic sul lun­go­ma­re, dove una bot­ti­glia di cham­pa­gne co­sta­ circa 1000 euro, (in un paese dove il PIL pro ca­pi­te è di 2100 euro, se­con­do i dati della World Bank), hanno in­ve­ce un ap­proc­cio "dar­wi­nia­no". "C'è bi­so­gno di gente po­ve­ra e di gente ricca, si trat­ta di una con­di­zio­ne ne­ces­sa­ria per la sta­bi­li­tà del paese. Fin­tan­to che la gente non muore di fame, il Ma­roc­co é sulla stra­da giu­sta", dice un gio­va­ne im­pren­di­to­re men­tre stor­ce il naso. 

Oltre alla mo­schea e ai bas­si­fon­di più gran­di del­l'A­fri­ca, Ca­sa­blan­ca ospi­ta anche il cen­tro com­mer­cia­le più gran­de del con­ti­nen­te, il "Mo­roc­co Mall". Qui, il prez­zo dei ve­sti­ti può ar­ri­vare sino a 900€ e i vi­si­ta­to­ri pos­so­no per­si­no im­mer­gersi tra i pesci tro­pi­ca­li nel­l'ac­qua­rio. Da un bal­co­ne di uno dei ri­sto­ran­ti dai costi esor­bi­tan­ti, in­di­vi­duia­mo un iso­lot­to sul lato della costa e ci av­vi­ci­nia­mo. 

Delle si­gno­re an­zia­ne e sden­ta­te sie­do­no sul ponte del­l'i­so­la, men­tre bat­ten­o le mani sui loro tam­bu­ri e suo­nano della mu­si­ca Chaa­bi. Quan­do pas­sia­mo ci apo­stro­fa­no per­si­no come dei "voyeurs". Su­pe­ra­to un pic­co­lo la­bi­rin­to di vi­co­li e ca­pan­ne che sem­bra­no quasi delle gran­di sca­to­le, rag­giun­gia­mo una roc­cia che si af­fac­cia sul­l'im­men­so Ocea­no Atlan­ti­co. Lì al­cu­ne fa­mi­glie e delle cop­pie po­sa­no per le foto, men­tre capre e gal­li­ne vanno a zonzo in un re­cin­to. In­ge­nua­men­te, penso che que­gli ani­ma­li siano lì per in­trat­te­ne­re i bam­bi­ni. Più tardi, in­ve­ce, mi in­for­ma­no che le loro gole squar­cia­te e il san­gue che ne fuo­rie­sce sa­ran­no una com­po­nen­te ne­ces­sa­ria del sa­cri­fi­cio a Abdel Rah­man, un santo che se­con­do la tra­di­zio­ne giace pro­prio in que­sto luogo per l'e­ter­ni­tà.

"Una volta si pren­de­va­no in giro i ma­la­ti che ve­ni­va­no qui per ri­c­ve­de­re delle cure", dice il no­stro col­le­ga  gior­na­li­sta ma­roc­chi­no prima di fare un gesto verso il Mo­roc­co Mall. "Ora sono loro i ma­la­ti". 

Que­sto re­por­ta­ge fa parte della serie di ar­ti­co­li del pro­get­to Eu­ro­med-Ca­sa­blan­ca, fi­nan­zia­to dalla Fon­da­zio­ne Lindh e rea­liz­za­to gra­zie al par­te­na­ria­to con Sear­ch For Com­mon Ground.