"Casa mia è dove mi pare": la nuova emigrazione dall'Europa e dagli USA

Articolo pubblicato il 18 gennaio 2012
Articolo pubblicato il 18 gennaio 2012
Sono sempre di più i giovani tra i 25 e i 35 anni che, partendo in cerca di fortuna, scelgono destinazioni alternative agli Stati Uniti, dirigendosi verso l’Australia, l’America Latina e l’Asia. Sembra che l’American Dream abbia perso il suo proverbiale appeal, lasciando il posto a nuove mete. E non solo per chi arriva dal Vecchio Continente.
Anche i giovani americani riscoprono la voglia di trasferirsi all’estero per rimettersi in gioco e cambiare orizzonte. Interpretazioni di un fenomeno antico, come la curiosità dell’altrove, alla luce degli ultimi risvolti politico-economici.

Dall’American Dream al Great Escape

È America Wave, istituto statunitense che analizza i flussi migratori dei giovani americani intenzionati a lasciare il proprio stato d’origine, ad accendere i riflettori, non senza un pizzico di preoccupazione, su un dato inedito: nel 2011 circa il 2,5% della popolazione residente negli Stati Uniti ha deciso di trasferirsi oltreoceano in forma definitiva, contro lo 0,8% del 2009. Sono soprattutto i giovani compresi tra i 25 e i 34 anni a sentire questa improvvisa voglia di altrove, per rimettersi in gioco in contesti forse più stimolanti.

“Semplicemente, ho intenzione di trasferirmi altrove”: questa la risposta più frequente da parte degli intervistati, una dichiarazione che non lascia spazio a molte interpretazioni. Ma Bob Adams, amministratore delegato di America Wave, si fa un esame di coscienza e si chiede se questa improvvisa voglia di andare via non fosse invece da collegare al cambiamento di una nazione che, al posto delle sue proverbiali opportunità, offre ai suoi giovani solo una montagna di debiti e un’economia in difficoltà.

Europa, nuove mete e vecchi approdi

Se l’America si scopre impreparata, il Vecchio Continente, punto di partenza quasi per definizione, continua a registrare un aumento della mobilità internazionale e non solo. Dato che non stupisce, visti i recenti risvolti politici e la stasi ormai certificata di numerosi Paesi affacciati sul Mediterraneo. Tuttavia, i giovani europei sembrano rivoluzionare il concetto di partenza, facendo della crisi un motivo per reinventarsi e pensando all’Europa come una terra franca dove muoversi liberamente, sperimentandosi.

La Germania guidata da Angela Merkel si conferma tradizionale punto d’arrivo per i disoccupati del Sud europeo. E se la Lituania si rivela essere il Paese con il più alto tasso d’emigrazione giovanile, i flussi migratori provenienti da Spagna e Grecia non si sono mai arrestati. Non è da meno l’Italia, dove però si registra un primato inconsueto: a veder partire il maggior numero di laureati è, infatti, una regione del Nord Italia, la Liguria, definita dall’Istat la regione italiana con minore capacità di trattenimento.

Non è affatto infrequente che gli europei scelgano, come patria d’elezione, un altro continente, preferendo alle mete tradizionali nuovi porti. È il caso dei portoghesi che si trasferiscono nelle ex colonie del Brasile e dell’Angola, dando vita all’ondata migratoria più consistente dal 1960.  Mentre risale all’anno scorso un singolare flusso di ritorno, sviluppatosi in Germania, dove i giovani turchi di seconda generazione scelgono di abbandonare il suolo tedesco e tornare in Turchia, novella tigre asiatica dopo la crisi del 2009.

L’Argentina, terra di esiliati, dieci anni dopo il tracollo economico del 2001, torna protagonista di una migrazione al contrario, accogliendo sempre più ragazzi europei.

La crisi: condanna o risorsa?

Nonostante le preoccupazioni di America Wave, nonostante le sconsolate analisi statistiche e i catastrofici censimenti di chi parte e di chi resta, sembra tuttavia giunto il momento di rivedere il concetto di confine e fare i conti con uno stereotipo difficilmente estirpabile. A partire dalla retorica sulla fuga dei cervelli, bersaglio di un’intelligente parodia da parte del settimanale italiano Internazionale, che ha puntato il dito contro quelle idee preconcette che vedono la partenza solo e soltanto come sinonimo di sconfitta.

I giovani europei sembrano vivere l’Europa in maniera decisamente diversa rispetto alla generazione che li ha preceduti. E malgrado la crisi, la disoccupazione e le tasse, c’è chi sceglie di varcare un confine anche solo per la curiosità di vivere in un altro Paese. O perché, inaspettatamente, s’è identificato nella cultura di una geografia diversa da quella che lo ha visto crescere.

A fare da motore ad una nuova partenza spesso è la curiosità di misurarsi con un’altra parte di se stessi, quella che viene fuori solo in una dimensione d’alterità. L’Europa, e l’America, dovrebbero tenerlo a mente, alla luce del nuovo anno, e lavorare non in vista di un forzato reintegro di chi ha già preso il largo altrove, ma per gettare le fondamenta di una proficua e cosmopolita dinamica dello scambio.

Foto: home-page (cc) Mait Jüriado/flickr; Buenos Aires (cc) micmol/flickr