"Cani" di  Bogdan Mirică lascia segni dei morsi familiari 

Articolo pubblicato il 09 marzo 2017
Articolo pubblicato il 09 marzo 2017

Il vincitore del premio FIPRESCI al festival di Cannes del 2016 "Cani" - il film di debutto del regista romeno Bogdan Mirică - è adesso in cartellone. Purtroppo, si tratta di un adattamento goffo di materiale che è stato rappresentato meglio altrove. 

Uno dei principali problemi dei registi Balcanici sin dalla caduta del Comunismo, specialmente in Bulgaria e Romania, è il metodo di finanziamento. Questo perché l'apertura di crediti è in genere unita a diversi nomi di studi di collaborazione, istituzioni governative e non-governative, associazioni e anche aziende che non hanno nulla a che fare con l'industria del cinema e quindi non hanno quell'input creativo sulla produzione dei film. Per tutto il tempo, gli autoproclamati registi che diventano sceneggiatori diventano anche direttori, e le loro idee scorrono senza un ordine; finché finalmente le cose vengono tagliate, invece di creare una storia coerente vanno avanti, finiscono per creare dei buchi che si aprono nella trama e si allontanano dallo sviluppo del personaggio.

Questo è il caso di Cani ("Câini" nell'originale rumeno), il film di debutto del regista Bogdan Mirică. La sua sceneggiatura ci ha impiegato quattro anni prima di essere completata,  Mirică ha dato notevoli contributi alle prime bozze e ha filmato il materiale sul pavimento della sala di montaggio. In tutta la sua onestà, le intenzioni di Mirica non miravano ad avere una trama o una narrazione effettiva, ma piuttosto riguardavano i suoi sentimenti e le sue emozioni, che sono spesso "indistinte e poco chiare", secondo le ultime due interviste che aveva rilasciato in precedenza nel 2016. 

Cani racconta la storia di un esperto educato in città, Roman (Dragoș Bucur) all'arrivo in un villaggio non specificato vicino Tulcea, al confine fra Romania e Ucraina. Ha ereditato vasti ettari di terra e una casa cadente da suo nonno che, come scopriremo presto, era anche il "padrino" locale, chiamato "Zio Alecu". Roman vuole vendere la proprietà, per cui ha portato con sé il suo amico, Sebi (Emilian Oprea) per assicurarsi che le pratiche vadano per il meglio. Le cose prendono una brutta piega quando Sebi si perde e al nuovo proprietario viene consigliato di ritornare alle comodità della grande città e lasciare agli avvocati la gestione della vendita, o abbandonarla del tutto.

Abbiamo un "assaggio" di quello che avverrà nella scena di apertura terribilmente lenta (che richiama sospettosamente del materiale rappresentato meglio in altri contesti), e poi venire sistematicamente delusi dal vedere avvenimenti chiave raffigurati al di fuori dello schermo. In questo si trova la colpa maggiore del fim: viola ripetutamente il ruolo prezioso del "mostrare, non dire"  attraverso lunghi scambi verbali tra protagonisti e antagonisti. Ci offre anche la sventura che dura da sempre della cultura cinematografica balcanica: riprese lunghe e protratte; inquadrature da un solo angolo, statiche, che indugiano a lungo, mentre niente di più accade sullo schermo, spesso per minuti un po' alla volta ( eccetto quel singolo momento noioso, che si suppone agisca come ironia cupa). Ci sono anche un vecchio poliziotto, che si avvicina rapidamente alla pensione a causa di un cancro ai polmoni e un pastore tedesco, di nome Police, che provoca molti scherzi mancati e sopravvalutati ("C'è Police-l'uomo, non il cane"). 

Parlando del lato positivo, Vlad Ivanov (che gli spettatori internazionali ricorderanno sicuramente per "4 mesi, 3 settimane, 2 giorni"), sta recitando nel ruolo di Samir, il tenente dello zio Alecu e autoproclamato leader dei fautori del male della campagna. Lui consegna le migliori ma anche le più assurde righe del dialogo: "Ho paura di Dio....ma anche Dio ha paura di me." Alcune di queste sono persino un tentativo di commento sociale: "Noi facciamo un po' di lotta, un po' di omicidi... Se non siamo educati, ci annoiamo," dice Roman.

Ma oltre a questo, gli elementi della trama rimangono nascosti in un inutile mistero. Alcuni sono minori: tipo come e cosa sono esattamente i criminali dal collo rosso che trafficano e in che altri traffici criminali sono coinvolti. Altri sono maggiori, come il motivo della rottura tra Roman e la sua ragazza Ilinca (rappresentata da Raluca Produ, a cui è stato vergognosamente dato poco da fare), che viene a visitare nel peggior momento possibile.

Non si può trascurare la cattiva direzione. Il regista esordiente sembra aver saltato la lezione riguardo all'importanza di stabilire delle sequenze. La prima volta che vediamo la casa ereditata da Roman per intero è attraverso il parabrezza posteriore di un Suv in movimento nel terzo atto, quando il protagonista decide di abbandonare la sua ragazza in un'illogica mossa impressionante che serve solo come cupo denouement. Le poche riprese portatili, che evocano leggermente una sorta di tensione, sono malamente schiacciate in riprese ancora più statiche.

Il fim mescola caratteristiche tipiche della sensibilità dell'Est Europa con dialoghi forzati ed elementi presi in prestito goffamente da David Lynch (vedi Blue Velvet) e dai fratelli Coen. Infatti, Cani è stato elogiato e lanciato come Non è un paese per vecchi. Alla fine, per un film che ha richiesto quattro anni per essere scritto e che è stato apparentemente ispirato ai ricordi d'infanzia del regista e non aveva una storia particolare da raccontare, sembra sospettosamente una copia derivata; senza l'influenza, gli studi del protagonista o la profondità filosofica dei suoi antenati di gran lunga superiori.

Guarda qui il trailer di Dogs.