Cancelliamo i sussidi agricoli, non il debito

Articolo pubblicato il 26 luglio 2005
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Articolo pubblicato il 26 luglio 2005

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L’Africa non deve vivere di elemosina. Ma delle proprie esportazioni. Che sono soprattutto agricole.

La questione del debito estero dei Paesi più poveri e dell’Africa in particolare, è un problema reale. Troppo spesso, però, la comunità internazionale tende a trattarlo in modo ideologico e, soprattutto, inefficace. E’ il caso sia delle iniziative di organizzazioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) e la Banca Mondiale, che delle proposte di organizzazioni non governative come Jubilee.

La verità è che Ue e Usa non integrano queste iniziative con politiche di aiuto alla crescita tramite accesso al commercio internazionale, cosa che ad esempio lo European Development Fund non fa. Anzi. Negli anni novanta, i paesi ricchi hanno addirittura ottenuto una liberalizzazione a senso unico: la gran parte dei paesi poveri apriva i propri mercati a merci e servizi occidentali, senza offrire un giusto sbocco ai prodotti – specialmente agricoli – dei paesi poveri.

Tre giorni di marcia per una riunione

La maggiore iniziativa di riduzione del debito estero dei Paesi più poveri è stata lanciata nel 1996 da FMI e BM su richiesta del G7. In questo modo i paesi più ricchi riconoscono la necessità di ridurre l’onere del debito dei paesi più poveri a fronte di un processo macchinoso ed estremamente lungo di aggiustamenti economici e istituzionali. L’obiettivo dichiarato era di raggiungere la sostenibilità del debito estero di questi paesi; la Heavily Indebted Poor Countries (HIPC) Initiative – il Programma per i Paesi poveri fortemente indebitati – coinvolge 41 paesi, principalmente in Africa, e circa 600 milioni di persone. Il debito di questi Paesi al 2000 era di circa 200 miliardi di dollari, circa il 10% del debito estero totale di tutti i Paesi in via di sviluppo (PVS). Il tutto con un’aspettativa di vita di ben 7 anni inferiore alla media dei PVS.

Il programma HIPC consiste in un percorso di aggiustamento macroeconomico e di lotta alla povertà, con l’assistenza delle istituzioni multilaterali: i Paesi devono definire una strategia di lotta alla povertà e di strumenti di tutela delle fasce più deboli della popolazione, nel quadro di un programma di riequilibrio macroeconomico orientato alla crescita. Tale strategia viene definita in un processo di consultazione molto complesso fra la società civile e il governo, che può richiedere grandi sforzi logistici in paesi dove mancano le strade e i mezzi di trasporto: partecipare ad una riunione può richiedere tre giorni di cammino. Inoltre, i fondi dei donatori multilaterali e bilaterali sono a tassi di interesse estremamente bassi (0.5%), con tempi di rimborso decennali. Infine, questo tipo di programma dovrebbe essere orientato alla crescita.

La “trappola” monetaria

Oggi 27 dei 41 Paesi HIPC hanno raggiunto il cosiddetto completion point: il loro debito estero si è ridotto da 77 a 26 miliardi di dollari. La spesa pubblica specificamente orientata alla lotta alla povertà è aumentata da 6 miliardi di dollari nel 1999 a 10 quest’anno e si prevede arrivi a 12 nel 2005, a fronte di una riduzione del servizio annuale del debito da 3 a circa 2 miliardi.

Riguardo la stabilizzazione macroeconomica, i programmi multilaterali hanno chiaramente ottenuto un grande successo nel controllo dell’inflazione, e anche sulla crescita i dati sono positivi, ma un problema rimane: la forte riduzione dell’inflazione ha fatto aumentare i tassi di interesse reali con un possibile impatto di freno alla crescita, che avrebbe potuto essere più sostenuta, almeno nei paesi africani. Insomma, il programma di aggiustamento potrebbe essere in parte vittima del proprio successo in campo monetario, rendendo la crescita insufficiente a garantire la sostenibilità del debito estero. La conclusione che l’attuale programma HIPC vada ampliato è ormai assodata.

Il nodo restano i sussidi all’agricoltura

A fronte di questi programmi molte organizzazioni non governative chiedono la cancellazione totale del debito, o perchè inesigibile, o perchè insostenibile, o perchè pagare il debito sottrae risorse da investire nello sviluppo dei vari paesi. Si tratta di una soluzione un pò troppo semplice: l’aggiustamento macroeconomico va comunque perseguito, così come la strategia di tutela dei gruppi più deboli. In paesi che consumano solo per la sopravvivenza fisica più di quanto non producano, il debito comincerebbe ad accumularsi già l’anno successivo alla ipotetica cancellazione: anche così non sarebbe sostenibile.

Occorre, invece, che i Paesi ricchi, in particolare USA e UE, tengano fede agli impegni di aumentare i fondi per l’assistenza ai paesi poveri; oggi danno lo 0.25% del PIL contro una promessa dello 0.7%. Peraltro, anche questi fondi sono spesso strumenti strategici piuttosto che veri aiuti umanitari: la gran parte dei fondi di USAID vanno a Egitto e Israele. Ma gli aiuti non sono sufficienti: occorre dare la possibilità di crescita economica.

L’Unione Europea spende cifre da capogiro per la Politica Agricola Comune (PAC) impedendo ai paesi poveri di avere accesso al mercato europeo. La Ue dovrebbe aprire gradualmente i propri mercati agricoli dando accesso ai prodotti di questi paesi. Questo permetterebbe ai paesi HIPC di crescere esportando e di vivere delle proprie risorse, non d’elemosina. Non solo. Così facendo, i consumatori europei potrebbero pagare molto meno i prodotti agricoli e le materie prime, contribuendo ad aumentare sia il loro potere d’acquisto che quello dei paesi poveri.