Campo profughi: solidarietà cittadina in azione

Articolo pubblicato il 16 ottobre 2015
Articolo pubblicato il 16 ottobre 2015

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Ritorno al campo di Parc Maximilien a Bruxelles. Là dove la solidarietà e l'aiuto reciproco permettono ai migranti di vivere in condizioni più o meno dignitose.

Sono quasi le 13, un profumo appetitoso comincia a fuoriuscire dalle cucine. Riso, pollo, cous cous, curry, zafferano... Sapori orientali che stordiscono diffondendosi nel parco. Decido di andare a vedere come funziona la distribuzione dei pasti. E rimango sbalordita appena arrivo sul posto. La folla sembra immensa, una fila interminabile si delinea all'entrata del campo. Novecento persone (una stima) da nutrire, questo sì che richiede una certa organizzazione. Mi chiedo proprio come facciano i volontari a gestire tutto questo senza che si crei il caos.

In maniera semplicissima, in realtà. Una ventina di loro si tengono per mano per delimitare una sorta di corridoio davanti alle tavole di distribuzione. Così niente assembramenti o effetto di massa, ognuno prende il suo piatto in fila indiana e la circolazione è fluida. È semplice, bastava solo pensarci.

Dopo pranzo, il campo comincia ad animarsi. Verso le 15 si vede sempre più gente camminare per i viali. Si organizzano partite di calcio, molti ragazzi raggiungono le tende gioco e scuola, arrivano altri volontari...

E di punto in bianco, un momento di grazia. Della musica risuona e scocca la scintilla. Sublime, inaspettata. Un giovane profugo si è procurato un djembe e si lancia in un'improvvisazione. I suoi amici lo circondano e i canti si elevano nell'aria, delle grida di gioia, una gioia di vivere che sfida tutti gli orrori che hanno vissuto negli ultimi mesi. In questo istante ritrovano le loro radici, sono a casa loro.  Agili movimenti delle anche, mani che si alzano, sorrisi beati e fiamme negli occhi... Sono vivi. Qui ed ora. Poco importa il prima, poco importa il dopo... Qui, in questo momento, celebrano la vita.

Vado a informarmi sullo spazio donne creato a fine mattinata. All'arrivo trovo Julie, una delle quattro ragazze all'origine dell'iniziativa. Nessuna migrante sul posto. «Qualche donna è venuta, mi spiega. È stato fantastico. Ce n'è una in particolare che è riuscita a lasciarsi andare. Per fortuna c'era una traduttrice, altrimenti non si sarebbe mai aperta così. Ma qui lei ha potuto raccontarci la sua storia, si è addirittura messa a piangere. Credo avesse davvero bisogno di vuotare il sacco. E di fatti penso che queste donne non abbiano problemi a raccontare la loro storia, è solo la barriera della lingua che le frena.» Soddisfatte di questa prima presa di contatto, le ragazze prevedono di ritornare e forse proporre altre attività.

Lasciando il loro angolino da dietro mi ritrovo su un punto leggermente sopraelevato e mi rendo conto del panorama che si stende ai miei piedi. Davanti a me, centinaia di tende di profughi sparse un po' dappertutto. E sullo sfondo, degli edifici di vetro e acciaio pieni di uffici. Il contrasto è sorprendente. E mi fa sorridere. Di amarezza.

Generosità e realtà

Dopo aver condiviso un momento con dei giovani iracheni, mi dirigo lentamente verso l'uscita. Mi fermo vicino ad un gruppo di volontari in piena attività di bricolage. «Costruiamo una cucina,» mi spiega Daniel. «L'idea viene dal gruppo Collectactif, che è venuto a dare man forte sin dall'inizio. Domani toccherà a una sala da pranzo. Grazie alle donazioni di legna, di bancali e a tutta la mano d'opera, cerchiamo di costruire un po' alla volta delle cose utili».

L'immaginazione e l'ingegnosità dei volontari decisamente non smettono mai di stupirmi. Prima di tornare a casa, mi concedo un ultimo momento per impregnarmi dell'atmosfera. Ed è a questo punto che resto sorpresa: non ho voglia di andare via. Quello che succede in questo campo è così straordinario che si è subito presi dal movimento e si ha immediatamente voglia di impegnarsi a propria volta. Non c'è una struttura ufficiale, una vera e propria gerarchia (eccetto un piccolo nucleo di coordinatori e responsabili); e tuttavia la gente è in uno stato d'animo così benevolo, solidale e generoso che non c'è anarchia. L'atmosfera è rilassata, molti dicono che sembra di essere quasi a un festival o in un campeggio in vacanza.  È vero, e anche se è questo che fa la bellezza di questo slancio cittadino, è allo stesso tempo un'arma a doppio taglio. Tutto questo rischia di occultare la vera ragione per la quale abbiamo avuto bisogno di questo campo. Io stessa l'ho dimenticata durante il pomeriggio, da quanto ero sedotta da quest'atmosfera.

Bisogna dunque rammentarsi di continuo perché siamo arrivati fin qui e a questo punto. C'è lo slancio di generosità, la dedizione dei volontari, la speranza dei profughi e se ci si ferma qua, il quadro può sembrare quasi idilliaco. Ma non bisogna dimenticare perché sono qui oggi, quello da cui sono fuggiti e quello che hanno lasciato indietro. Una vita, spesso una famiglia. Perché sono nati in una società meno prospera della nostra e non hanno avuto altra scelta. Senza parlare di ciò che hanno passato mettendo in pericolo la loro stessa vita per arrivare fin qui. Non lasciamo che la bellezza della solidarietà nasconda l'orrore della realtà.