Campi profughi: la solidarietà è giovane 

Articolo pubblicato il 02 novembre 2017
Articolo pubblicato il 02 novembre 2017

Mentre i capi di Stato e le istituzioni europee temporeggiano sulla sorte da riservare alle centinaia di migranti che ogni giorno arrivano sulle coste europee, Camille e Alyssia hanno deciso, come tanti altri giovani volontari, di scendere direttamente in campo, di aiutare «là dove c'è bisogno».

In risposta alla marea di immagini sulla crisi migratoria d'Europa, due giovani studentesse Camille e Alyssia hanno deciso di non rimanere nelle rispettive case. Una scelta, la loro, non proprio ponderata. Alla domanda sul perché siano partite e in quale momento abbiano preso questa decisione, entrambe rispondono che « non c'è un vero motivo » , era « ovvio ». « Ho sempre vissuto vicino a Calais e visto i migranti e le associazioni umanitarie, perciò anche io ho voluto partecipare » spiega Camille, proveniente dal Nord .  Anche Alyssia viene da una zona di transito per i migranti, Nizza Si è confrontata con le tensioni sul confine italiano, sopratutto nell'ultimo periodo, quando Cédric Herrou è stato condannato a una pena di reclusione di quattro mesi per aver aiutato 200 migranti ad attraversare la frontiera italiana per la val di Roia.  

Quando nel gennaio 2016 Camille è partita in Erasmus per la Turchia, a Istanbul, non ci ha pensato due volte. « Vedevamo strade affollate di rifugiati siriani in condizioni di bisogno da non credere. Ho cercato un'associazione dove lavorare come volontaria ma non l'ho trovata. Ero troppo lontano da casa mia, mi sono confrontata con delle persone che mi dicevano : "Ma perché vuoi farlo gratis, che tu lavori a tempo pieno o che non faccia nulla?". Ho notato che l'Isola di Lesbo era vicinissima alla Turchia. Un mese mi separava da Istanbul quindi tanto valeva andarci di persona».

Camille e il caos di Lesbo

Senza conoscenze in loco e con le sole informazioni trovate su Facebook, Camille arriva a Lesbo con un piano in testa. Sa che non resterà per molto ma vuole comunque avere un impatto. Indìce una campagna di raccolta fondi collaborativa con l'obiettivo di arrivare a 1000 euro in un mese. Con i soldi spera di comprare sul luogo vestiti, tessuti, e scarpe. Venendo piano piano a contatto con volontari e associazioni, si rende presto conto che non è questo di cui hanno bisogno al campo. « Dal secondo giorno, nel campo ufficioso di Moria, ho conosciuto qualcuno che gestiva l'associazione «Better days for Moria» (Moria è un'antica prigione sull'Isola di Lesbo, dove l'agenzia delle Nazioni Unite si è installata per accogliere i migranti. In mancanza di spazio, un campo informale si è sviluppato attorno gestito dall'associazione "better days", che se venisse smantellato, i migranti non riuscirebbero più ad approdare a Lesbo secondo l'accordo concluso tra l'Unione Europea e la Turchia, ndlr.), gli ho spiegato che avevo dei soldi e che potevo comprare vestiti, scarpe, ecc... Mi ha risposto 'sei gentile, è quello che tutti vogliono fare, ma è inutile perché non abbiamo abbastanza spazio dove metterli. Finisce che la maggior parte si bagni: è demoralizzante e uno spreco. Ciò di cui abbiamo veramente bisogno sono i soldi per il carburante per scaldarci l'inverno. Ho informato del cambiamento i miei donatori sul mio blog. »

Qui Camille viene a conoscenza anche di un'altra associazione che a causa dei debiti aveva dovuto cessare le attività: Dirty girls. Ebbene, questa struttura aveva avuto la brillante idea di recuperare i vestiti bagnati abbandonati dai migranti sulle spiagge, per lavarli e asciugarli e donarli in seguito ai nuovi migranti. Grazie ai 500 euro che Camille dona loro, l'associazione è riuscita per il momento a riprendere le proprie attività. « Mi hanno mandato un conto dettagliato dei vestiti e delle scarpe che avevano potuto lavare e asciugare con quella cifra, e l'ho messo sul blog. E' stato abbastanza motivante vedere con 500 euro, quanti vestiti erano riusciti a riciclare. »

Camille, come Alyssia, partecipa ad alcune missioni nei campi. A Lesbo si occupa della pulizia, dell'accoglienza dei migranti, del vestiario dopo il loro approdo sulle spiagge, e delle situazioni di emergenza. Immersa nella realtà quotidiana dal suo secondo giorno, deve sbrigarsi, assieme agli altri volontari, a spostare tutte le strutture di un campo da una costa all'altra dell'isola, là dove i migranti si sono fermati, aspettando che i battelli in sciopero riprendano a funzionare.

Alyssia e il campo « ideale » d’Elpida

L'esperienza vissuta da Alyssia è assai diversa. All'interno del campo Elpida a Salonicco lei non aiuta i « migranti » bensì i « residenti » . Il campo, costruito in una fabbrica dismessa, ha l'obiettivo di accogliere nel modo più dignitoso possibile le famiglie. L'iniziativa, portata avanti da tre associazioni (The Racliffe foundationBetter Days e Medici senza frontiere ), esiste da sole tre settimane. « La maggior parte delle stanze erano pronte, come i servizi igienici, ma mancava la cucina » , ci racconta. Il campo scoperto dalla studentessa vuole essere un modello per l'Europa: un giardino, squadre di volontari che organizzano attività per i residenti all'interno della vita del campo, pannelli solari... l'obiettivo è « che un giorno ci sia bisogno di più associazioni ».

Nell'attesa è difficile sapere cosa fare per rendersi utile. Sopratutto sin dal suo arrivo Alyssia viene informata: « Attenzione a non legarvi troppo ai residenti se non restate a lungo, non fate promesse che non potete mantenere ». In queste condizioni è infatti facile stringere subito dei legami. I migranti condividono le loro storie, a volte molto dure, con i volontari. « C'era per esempio questo ragazzo di diciotto anni, che aveva perduto la sua famiglia, era solo, tutt'al più era curdo e non parlava arabo. Si era legato a un gruppo di volontari che in seguito erano partiti. Quando sono arrivata era a pezzi. »  Come in ogni impresa, arrivano i dubbi. Alyssia ci confida la paura che a volte aveva di fare del male piuttosto che del bene « è facile scivolare verso il lato pericoloso e malsano dell'umanitarismo. »

Decide quindi di fare ciò che sa fare meglio: portare la gioia di vivere. « Abbiamo deciso di arrivare ogni giorno con il sorriso sulle labbra.» Alyssia condivide dei momenti speciali con i rifugiati e loro famiglie, in particolare quando sta allo «shop», il luogo dove si raggruppano tutte le donazioni di vestiario che le associazioni ricevono e dove ciascuna famiglia può venire a fornirsi.

« La luce in fondo al buio »

Camille e Alyssia hanno in comune lo stupore. Si meravigliano nel vedere che in mezzo al caos, uomini e donne siano in grado di organizzare, di creare delle catene di solidarietà. Camille si è stupita che la maggioranza delle associazioni a Lesbo fossero di fatto create dagli stessi abitanti. La prima associazione sulle spiagge dell'isola, fondata da un pensionato, non era nient'altro che una baracca sulla sabbia dove l'uomo distribuiva i pasti. « Dobbiamo immaginare che all'epoca approdavano 100 navi tutti i giorni. Ogni nave portava 20 persone. Era un flusso continuo. Oggi ne arrivano 2-3 al giorno».

Da Lesbo a Salonicco, la medesima volontà di aiutare ha riunito uomini e donne da ogni parte. Alcuni, in vacanza in quel momento, hanno deciso di restare. Banchieri, assicuratori, studenti, operatori logistici, medici... pochi di loro hanno una formazione umanitaria, eppure sono lì, testimonia Alyssia.

Benché le esperienze delle due studentesse siano molto diverse, entrambe sono unite dallo stesso proposito: non sarà l'ultima volta. Tutte e due stagiste per le ONG umanitarie, hanno proseguito la partecipazione a questo movimento di solidarietà. Alyssia, con Sos Mediteranee, ha avuto il compito di raccogliere fondi a Grenoble. Lontano dalla barca mediatica che salva i migranti in mare, condivide il suo sentirsi utile. «E' una catena di solidarietà. Per funzionare la barca ha bisogno di undicimila euro al giorno. Il 99% delle risorse dell'associazione proviene dai privati. Tendere la mano, fare piccole cose... Chiunque può aiutare anche se non si possiede un granché. Non voglio far parte, tra 20 anni, di quelle persone su cui si punterà il dito accusandole di non aver fatto nulla contro questa crisi umanitaria » afferma.

Qualcosa da dire sulla politica dell'Unione europea e sulla sua gestione della crisi migratoria? Secondo Camille, non si tratta di questo. « L'aiuto umanitario, non è fare politica, ma è essere là dove si subiscono le conseguenze di tali politiche.»

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