CAMILLE CLAUDEL 1915

Articolo pubblicato il 16 dicembre 2013
Articolo pubblicato il 16 dicembre 2013

Crudo racconto dei primi anni di reclusione dell’artista Ca­mil­le Clau­det in un ma­nicomio. La solitudine, l’abbandono, il confine tra ragione e pazzia, la disperazione e la frustrazione sono alcuni degli ingredienti del film.  Ju­liet­te Bi­no­che dà vita in modo magistrale alla scultrice, vittima delle passioni che è stata in grado di riprodurre nelle sue opere.

Scheda tecnica

Titolo: Ca­mil­le Clau­del 1915

Anno: 2012

Du­rata: 97'

Paese: Fran­cia

Regia: Bruno Du­mont

Sceneggiatura: Bruno Du­mont

Fo­to­grafia: Guil­lau­me Def­fon­tai­nes

Cast: Ju­liet­te Bi­no­che, Jean-Luc Vin­cent. Con la par­ti­ci­pa­ción de Ale­xan­dra Lucas, Da­niè­le Frat­ta­ruo­lo, Jes­si­ca Her­re­ro, My­riam La­loum e Chri­stia­ne Blum

Produzione: 3B Pro­duc­tions

Genere: Dramma psi­cologico

La trasgressione di Ca­mil­le Clau­del “simboli­ca­men­te co­sti­tuisce un mo­de­llo dell’esi­sten­za nei limiti della bellezza e della tristezza”, questo è quanto dichiara Bruno Du­mont, il regista di “Ca­mil­le Clau­del 1915”, la vita della scultrice che, per una donna della sua epoca, ebbe il coraggio di oltrepassare i limiti del consentito.

“Io non ho scritto nulla, è tutto nelle lettere e nel diario”, assicura Du­mont, che ha costruito un film impeccabile attraverso la voce dei protagonisti della storia. Le lettere riflettono al contempo “la tri­ste­zza, il delirio, la voglia di uscire, il pe­ssi­mi­smo e l’illuminazione totale”.

Tanto Ca­mil­le Clau­del quanto il fratello, lo scrittore Paul Clau­del, vivono “tormentati negli estremi”, il che li rende, come afferma il regista, “interessanti per il cinema”.

Ju­liet­te Bi­no­che è l’unica attrice professionista del cast. Gli altri sono pazienti dell’istituto che hanno toccato con mano la tragedia di tali disturbi. In questo modo, giocando con la luce e il silenzio, Bruno Du­mont ottiene lo stesso effetto che Nic­co­lò del­l'Ar­ca raggiunse nel “Compianto sul Cristo morto”, riproducendo il dolore sul volto delle figure ispirandosi ai malati di Santa Maria della Vita a Bologna.

An­to­nia Ce­bal­los