Cambiare la politica europea dimmigrazione

Articolo pubblicato il 10 aprile 2002
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Articolo pubblicato il 10 aprile 2002

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Si può continuare a voler aprire lEuropa ai mercati e chiuderla alle persone? Un'analisi dettagliata del problema migratorio in Europa.

Al Consiglio Europeo di Lisbona, i nostri Capi di Stato e di Governo hanno scelto come obiettivo strategico dellEuropa quello di renderla l'economia più competitiva del mondo. Percepita come un modello di successo economico, l'UE attira immigrati dei paesi del Sud, vittime di ogni sorta di difficoltà di ordine politico ed economico. Alcune situazioni sociali da un capo allaltro dellEuropa sembrano essere senza soluzione. Lesclusione sociale, le tensioni e le discriminazioni di ogni sorta si perpetuano senza che gli effetti della politica sociale europea facciano veramente sentire la loro voce.

Tuttavia per chi bussa alla porta dell'UE, si tratta pur sempre di un eldorado, anche dopo aver percorso migliaia di kilometri spesso in condizioni umane disastrose.

La verità è che lUnione Europea definisce in maniera insoddisfacente la sua posizione in materia di asilo e di immigrazione. In mancanza di una strategia comune chiara su tali questioni, dobbiamo accontentarci di scrutare fra le righe o ancor peggio di osservare i fatti, che parlano da soli, contrariamente alla maggior parte dei documenti che provengono da Bruxelles.

Qualche minuto prima dellingresso nellEurotunnel, presso lo stretto di Calais, cè

una graziosa borgata di 800 abitanti; giusto a fianco di questo piccolo paese, a Sangatte, si trova un hangar immenso, un vecchio magazzino per la costruzione del tunnel sotto La Manica. Questo hangar, gestito dalla Croce Rossa, ora dà rifugio a 1400 clandestini venuti per la maggior parte dallAsia centrale (Iracheni, Afgani, Curdi) ma anche dallAfrica, dalla Cecenia e dalla Cina. Cercano di raggiungere lInghilterra, dove potranno

beneficiare di condizioni di soggiorno meno restrittive, di possibilità di lavoro, di accesso ai servizi sociali. In realtà, però, se attraverseranno La Manica, alimenteranno il

lavoro clandestino dellaltra sponda, un lavoro per il quale saranno sfruttati, pagati al di sotto del minimo orario per un tempo di lavoro che

qualsiasi lavoratore europeo rifiuterebbe. I fortunati che troveranno un lavoro, vivranno in una situazione di dipendenza materiale e anche

psicologica rispetto ai loro datori di lavoro, rispetto ai quali saranno costretti a cedere ad ogni tipo di richiesta, pur di non essere scoperti ed espulsi.

Oltre a chi arriva per motivi economici, unaltra categoria di persone deve fare i conti con lincoerenza attuale del sistema europeo. Si tratta di chi chiede l'asilo politico. Nonostante i tentativi europei di rivolgere lattenzione sulla questione (Schengen, Dublino) lo statuto del richiedente asilo politico resta molto

diverso da un paese allaltro. Le condizioni di vita e di accoglienza dei richiedenti, lassenza di informazioni corrette, e soprattutto lesiguo numero di domande che ha esito positivo scoraggiano enormemente i candidati allasilo. Che preferiscono spesso abbandonare questa strada per rivolgersi alle reti di clandestini già stabilitisi in Europa grazie ai quali possono integrarsi in una comunità, trovare lavoro eccetera.

Al momento attuale, lingresso illegale è il solo modo che i futuri immigrati hanno per entrare in Europa, eccezion fatta per i ricongiungimenti familiari e il diritto dasilo.

Da un punto di vista strettamente economico, però, esiste una grande contraddizione: da un lato un diritto al lavoro poco o male applicato (pochi datori di lavoro o lavoratori clandestini che sono effettivamente sanzionati) e dallaltro una legislazione riguardante gli stranieri applicata alla lettera. La severità delle condizioni dingresso in Europa crea clandestinità; il lassismo nellapplicazione di norme sociali di base e del diritto del lavoro

creano lo sfruttamento di questa clandestinità. Se si parla dimmigrazione clandestina è per mettere laccento sullaspetto criminale, come si vede chiaramente da come i media parlano del centro di Sangatte.

E una situazione demergenza, che esige misure demergenza. Tuttavia, mi sembra più interessante porsi in una prospettiva quotidiana e a lungo termine.

Cosa ci hanno detto ad esempio i datori di lavoro europei sui lavoratori clandestini? Uninchiesta sullimpiego degli immigrati clandestini in Gran-Bretagna mette in luce le motivazioni dei datori di lavoro: nel settore della ristorazione,

si basano su una mancanza di manodopera attribuita a un cambiamento generazionale:

la seconda generazione degli immigrati va alluniversità e cerca condizioni di vita e di

lavoro migliori di quelle dei genitori.

E per questa ragione che i datori di lavoro fanno appello alla manodopera clandestina,

che risulta essere anche più malleabile e meno incline a far valere diritti di cui non ha

nemmeno conoscenza. Nel settore dellabbigliamento, gli immigrati clandestini sono reclutati principalmente al fine di ridurre i costi: i datori di lavoro li pagano a tassi inferiori del salario minimo.

Allo stato dei fatti, quindi, si rende chiara la necessità di offrire una strada dingresso agli immigrati poco qualificati invece di focalizzarsi

unicamente sulla manodopera qualificata.

Una riflessione approfondita sui rapporti tra immigrazione e economia deve essere condotta a livello europeo al fine di sfatare i miti tenaci secondo i quali esisterebbe un legame diretto tra i flussi netti dellimmigrazione e il volume di disoccupazione nel paese daccoglienza.

In effetti, la teoria economica attribuisce allimmigrazione un ruolo trascurabile nella disoccupazione. Per i teorici classici, limmigrazione è anzi fattore di flessibilità del mercato del lavoro, e piuttosto favorisce la riduzione della disoccupazione.

Occorrono poi dati e unanalisi seria sullimmigrazione clandestina in Europa. Anche se il fenomeno della clandestinità si presta meno di altre questioni ad un computo preciso, una valutazione può essere fatta al fine di tirare giuste conclusioni e di non prendere sistematicamente misure restrittive rifugiandosi alle spalle della famosa opinione pubblica, spesso più tollerante e matura di quanto la si creda.

Tanto più che le analisi demografiche confermano il bisogno di un maggior numero di lavoratori in Europa. Un recente rapporto del dipartimento delle Nazioni Unite che si occupa di demografia stima che al tasso attuale della nascita e dei decessi, 1.4 milioni in media di immigrati allanno dovrebbero essere accolti nellUnione europea nel periodo compreso fra il 1995 e il 2050 per mantenere il rapporto fra popolazione attiva e inattiva ai livelli del 1995. Questo rapporto rileva anche che limmigrazione netta

nellUE tra il 1990 e il 1998 si aggira attorno a 857 000 persone allanno.

Questa è la ragione per la quale si assiste da qualche tempo a delle prese di posizione in favore di nuove chiamate allimmigrazione, in particolare da parte di alcune organizzazioni patronali.

Tuttavia occorre rimanere vigili su questo approccio, che è quanto meno utilitarista e tende a trasformare gli immigrati in merce. Un approccio in termini di eguaglianza dei diritti pare più coerente con i valori democratici dei nostri paesi europei.

Occorre lottare contro la clandestinità combattendo il male allorigine: proporre delle condizioni dingresso meno strette e lasciare la libera scelta agli immigrati nel decidere in quale paese europeo desiderano stabilirsi.

Del resto, un rilassamento delle condizioni dingresso, permettendo di accogliere più immigrati regolari, sbloccherebbe la trafila della domanda dasilo e renderebbe questultima una procedura più efficace e giusta.

A questo si aggiunge che, se vogliamo vivere in un Europa aperta, dove ognuno possa installarsi e lavorare dove meglio crede senza soffrire alcuna discriminazione, non possiamo riservare questo privilegio ai soli cittadini comunitari e lasciare ai margini i cittadini di paesi terzi; altrimenti il leitmotiv del grande mercato interno europeo non è che una dolce illusione. Occorre dunque migliorare lo stato di diritto comunitario per quanto concerne gli immigrati regolarmente installatisi nellUnione europea, in modo che essi beneficino degli stessi diritti di cui godono gli stessi europei nel mercato del lavoro, nella protezione sociale eccetera.

Al momento in cui il concetto di nazione si indebolisce, a forza di sacrifici accettati dagli Stati (frontiere, moneta), è evidente che il controllo della nazionalità (a chi si concede? a quali condizioni? secondo quali principi?) resta un pilastro fondamentale dello Stato.

Ma questi Stati sembrano dimenticare che nel quadro del funzionamento istituzionale e legislativo della Comunità europea, il diritto degli stranieri di ogni Stato membro, a termine, ha vocazione a sparire, secondo il titolo IV del Trattato CE, visti, asilo, immigrazione e altre politiche legate alla libera circolazione delle persone.

Non si può sperare di trovare soluzioni che permettano allEuropa di realizzare i suoi obiettivi nel rispetto di certi valori?

Lapproccio di Schengen e Dublino deve essere rivisto. Non si deve dimenticare infatti che lUnione europea gioca nel mondo un ruolo modello. Occorre ridargli coscienza e responsabilità.