Calcio business: gli sceicchi non conoscono il fair-play

Articolo pubblicato il 27 marzo 2013
Articolo pubblicato il 27 marzo 2013
Il calcio europeo è indebitato fino al collo. Gli scandali dei match truccati e i casi di corruzione si accumulano vertiginosamente. Non sono pochi i grandi club inondati da denaro proveniente dall'estero - in particolare dalla Russia o dai paesi del Golfo - mentre altri sono sull'orlo del fallimento. La UEFA (Union of European Football Associations) sembra molto arrabbiata.
La parola chiave, in questo caso, è fair-play, e non solo sul campo. I club ormai non sono più autorizzati ad aumentare le uscite e le spese. Una regola che, tuttavia, da sola, non è sufficiente.

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Nel mirino di Michel Platini, presidente della UEFA e principale promotore del fair-play finanziario, ci sono le squadre di calcio che spendono senza criterio alcuno. Oggi questi club calcistici sono spesso proprietà di ricchi investitori stranieri. Dotati di una forza d'urto incomparabile, il loro obiettivo è battere sul tempo il calciomercato, costruire macchine da guerra e assicurarsi un rapido guadagno. Questa strategia è stata adottata dal "Chelski" (Chelsea, ndlr) dell'oligarca russo Roman Abramovitch, dal Manchester City dello sceicco Mansour della famiglia reale di Abu Dhabi, e ancora dal Paris Saint-Germain alla moda del Qatar. È inevitabile constatare il oro successo. Il Chelsea ha vinto tre campionati inglesi e una Champions League. Il Manchester è campione in carica e il Paris Saint-Germain sembra essere sulla buona strada per guadagnarsi il primo posto quest'anno.

I nuovi ricchi del calcio

I proprietari mettono mano al portafogli continuamente per comprare le star del calcio più ambite e offrire alle loro squadre contratti pubblicitari vantaggiosi con le loro società, per vedere il loro nome affisso nello stadio. Oggi, per assistere a una partita del Manchester, ci si deve recare allo stadio Etihad, dal nome della compagnia aerea dello sceicco Mansour.

Nel fair-play finanziario, tali pratiche sono generalmente considerate sleali. Le sanzioni in cui si incorre sono ammende, divieti ai trasferimenti e sospensione dalla Coppa Europa, una manna per tutte le squadre, economicamente parlando.

La lotta contro le gestioni disastrose

Lo scopo in questo caso non è tanto quello di frenare l'arrivo di investitori stranieri. La UEFA cerca piuttosto di incitare a mettere in campo piani finanziari durevoli. Infatti, si riesce difficilmente a immaginare Roman Abramovitch lasciare il Chelsea o Nasser Al-Khelaifi lasciare improvvisamente il Parc des Princes (stadio di Parigi, ndt), e quello che è successo al Malaga serve da esempio. Nel 2010 lo sceicco Al-Thani comprò la squadra e, più interessato all'immobiliare che al calcio, dimenticò di pagare i suoi dipendenti e le tasse. La squadra fu costretto a rivendere la maggior parte dei suoi giocatori, nonostante li avesse comprati a peso d'oro l'anno precedente. Come prima vittima del fair-play, il Malaga sarà sospeso per la prossima qualificazione in Coppa Europa.

In un'Europa profondamente colpita dalla crisi economica, molte altre squadre potrebbero subire la stessa sorte. Sempre in Spagna, il Valencia è attualmente sull'orlo della bancarotta e con uno stadio non ancora finito dove i lavori sono fermi da tre anni. In Scozia, i Glasgow Rangers sono stati fatti retrocedere di quattro divisioni dopo essere stati messi in liquidazione. In Italia, il Milan ha dovuto, niente di meno, vendere due dei suoi migliori giocatori al Paris Saint-Germain per rimpolpare le sue casse.

Una legge insufficiente?

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Indubbiamente, il fair-play ha i suoi pregi e la sua utilità. Tuttavia, è difficile pensare che i più grandi d'Europa, e quindi i più ricchi, non trovino un modo per evitare le sanzioni. Il Manchester o il PSG hanno già preso l'iniziativa spendendo centinaia di milioni, almeno fin quando potevano farlo serenamente. E queste ricchissime famiglie del Golfo elaboreranno certamente escamotage finanziari per poter continuare a investire massicciamente nelle loro squadre senza infrangere le nuove leggi.

Inoltre, rimproverare il Malaga è facile: la squadra andalusa resta una "sorella minore" rispetto alle altre più importanti europee. Sarà molto più complicato sanzionare il Real Madrid per i suoi cinquecento milioni di debiti. La squadra preferita da Juan Carlos è una delle più in vista in Europa e detiene il record di vittorie della Champions League. Forse è per questo che il fair-play non considera i debiti accumulati dalle squadre, ma semplicemente i loro deficit degli ultimi tre anni. E, come se i problemi finanziari del calciomercato non bastassero, un'altra minaccia, altrettanto pericolosa per l'equità del gioco, è subentrata da qualche anno. A causa della diffusione delle scommesse online, i casi di partite truccate sono sempre più numerosi, con l'appoggio di giocatori e arbitri corrotti.

All'inizio del 2013, Europol ha rivelato che 380 partite europee erano state truccate in questi ultimi anni, comprese alcune della Champions League e altre per la qualificazione alla Coppa del Mondo. All'origine di queste partite truccate sembrerebbe esserci un'associazione basata a Singapore. Questa notizia ha l'effetto di una bomba: sembrava impossibile riuscire a truccare delle partite di alto livello, dato quello che c'è in gioco e la sorveglianza che le caratterizza.

Pare, dunque, che l'azione regolatrice della UEFA sia ancora ai primi e traballanti passi e che dovrà essere accompagnata da un coinvolgimento maggiore da parte delle istituzioni europee nella lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione.

Foto: copertina (cc) ssoosay/flickr; testo: Platini (cc) kancelariapremiera/flickr, Moggi (cc)καρλο/flickr.