Cala il sipario sul Teatro Valle dopo 3 anni di resistenza

Articolo pubblicato il 01 settembre 2014
Articolo pubblicato il 01 settembre 2014

Il 10 agosto, il Teatro Valle di Roma, luogo simbolo della resistenza artistica, ha dovuto chiudere i battenti. Nonostante fosse divenuto uno spazio emblematico di democratizzazione della cultura, il teatro non è mai stato riconosciuto dalle autorità romane. Ma coloro che hanno portato avanti questo progetto non intendono cedere.

Piazza Navona, centro storico di Roma. Prima di ripartire, il tassista ci spiega: «È molto facile da trovare, vedrete. Basta cercare Valle sulla cartina». Attraversiamo la piazza e la sua incessante danza di turisti, intenti a dialogare con le imponenti sculture che troneggiano sulle fontane barocche, mentre i musicisti girano tra i tavolini dei bar con il cappello in mano. Passiamo attraverso la folla per raggiungere una stradina di cui non ricordiamo più il nome. Un gruppetto di persone sono sedute sul marciapiede, discutono, si girano una sigaretta, bevono una birra. Siamo al Teatro Valle, un imponente edificio settecentesco dalle pareti color ocra. La porta principale a doppio battente è chiusa. Solamente la sera prima era aperta a tutti, in qualsiasi momento. «Sentivamo che la fine era vicina, ma è successo tutto così in fretta...». Marina è presente dai primi giorni dell'occupazione. La gente passa, vicini, amici, ex occupanti. Si raggruppano e discutono attorno alla "fermata 116", un fermata del bus immaginaria decorata con una panchina e alcune piantine.  «L'avevamo costruita per invitare i passanti a riappropriarsi  della strada e dello spazio pubblico, fermandosi al Teatro Valle». I volti sono tristi e stanchi, per la nottata passata insonne.

Il Teatro Valle è ben più che un semplice teatro. Il 14 giugno 2011, un gruppo di cittadini e artisti romani decide di appropriarsi del luogo, chiuso da qualche mese e minacciato di privatizzazione. Inizialmente spontanea ed effimera, l'occupazione diviene permanente e organizzata. Nel giro di qualche mese, si decide di creare la "Fondazione Teatro Bene Comune" con l'ambizione di trasfomare questa antica istituzione pubblica in un bene comune. Un bene che non appartenga né allo Stato, né ai privati, ma che sia gestito e occupato dai cittadini, al fine di promuovere la cultura come strumento di formazione per la cittadinanza. Gli occupanti si mobilitano anche a livello giuridico per ottenere il riconoscimento del loro statuto inedito. «Le autorità culturali della città capivano le nostre ragioni, ma l'occupazione è sempre stata considerata come un crimine», spiega Guido, un illustratore di Trieste arrivato al Teatro Valle un anno e mezzo fa. Questo luogo rinnegato da Roma è ben presto diventato a livello internazionale un luogo simbolo di resistenza e un esempio unico di democratizzazione della cultura. 

Agorà culturale e cittadina

«Il Teatro Valle non era una casa occupata. Accoglievamo tutti, ma evitavamo che la gente ci abitasse». Su uno striscione appeso alla parete dell'entrata, erano riportati tutti i luoghi occupati della città. «Qui si organizzavano conferenze, spettacoli, atelier, pasti comuni, corsi di formazione per tecnici dello spettacolo. Il Teatro ha addirittura prodotto spettacoli che sono poi partiti in tournée per il mondo». Guido, 27 anni, potrebbe parlare per ore di tutto quello che è successo tra quelle mura, un vero patchwork di nazionalità e di età. «Alcuni sono anche morti qui!». Oltre che centro artistico, il Teatro Valle era anche un laboratorio politico. Secondo i principi dell'autogestione e dell'intelligenza collettiva, tutte le decisioni venivano prese in assemblea. E con tutte le difficoltà legate al caso: «Si discuteva per ore, a volte capitava pure di tirarsi dietro le sedie!».

Un'impalcatura simbolica

Davanti alla facciata, rimangono le tracce dei tre anni di vita dell'edificio. Cartelli con la scritta "iostocolvalle" incollati alle finestre, palloncini rossi a forma di cuore legati ad un'impalcatura montata davanti alla facciata. «L'abbiamo eretta per marcare simbolicamente la nostra presenza durante i lavori di restauro [ndr: i lavori di restauro del teatro saranno bloccati e saranno considerati una causa "ufficiale" dell'espulsione]; volevamo anche tenere l'ingresso per continuare le nostre attività ma non ce l'hanno permesso...»

Guido e gli altri occupanti sono diffidenti nei confronti della proposta di co-gestione del teatro presentata dalle autorità romane: «Ci parlano di vittoria perché siamo riusciti a non farlo privatizzare, ma sono tutte balle. C'è il rischio che in futuro il teatro non sia libero come lo intendiamo noi, e come noi l'abbiamo costruito». Per il momento, trovarsi, discutere e riposarsi costituiscono l'agenda degli occupanti. «Siamo stanchi, abbiamo bisogno di una pausa...». Ma di andarsene non se ne parla. «Sapete cosa c'era scritto all'ingresso? La prudenza è triste!».

Excursus cronologico

14-15 giugno 2011: Il Teatro Valle, chiuso da qualche mese per problemi finanziari, è minacciato di privatizzazione. Viene temporaneamente occupato da un gruppo di artisti. Contemporaneamente, il sindaco di Roma firma un accordo per trasferire la proprietà del teatro alla Città di Roma. L'occupazione, che sarebbe dovuta durare solo qualche giorno, continua e riceve il supporto di numerosi cittadini e personalità pubbliche. 

2011/2012: Il Teatro Valle acquista notorietà e approvazione a livello mondiale. Ma Roma è contraria. Nel gennaio del 2012, gli occupanti creano un comitato e lanciano una richiesta fondi in vista della Fondazione Teatro Valle. L'idea di trasformare il luogo in un «bene comune» prende forma. Il Teatro Valle riceve numerosi premi in riconoscimento del suo ruolo nella democratizzazione della cultura: il premio Ubu nel 2011 (il riconoscimento italiano più importante per il teatro) e il premio Europ Med nel 2012. Nel 2014, il Teatro Valle viene insignito del Princess Margriet Award da parte dell'European Cultural Foundation «per il suo modello alternativo basato sull'azione collettiva e la responsabilità condivisa, e per la sua azione volta a rendere la cultura un veicolo di nuovi valori e forme di vita sociale».

2013/2014: La Fondazione nasce ufficialmente a settembre 2013. Nel febbraio 2014, la Prefettura, alla quale era stato rimesso lo statuto, si rifiuta di riconoscere la legalità del luogo.

15 luglio 2014: viene lanciato un appello internazionale per salvare il Teatro Valle dall'espulsione. Molti cittadini e personalità rinomate del mondo culturale e accademico come David Harvey e Christian Laval firmano. In tutto vengono raccolte oltre 9mila firme.

10 agosto 2014: Fine del Teatro Valle. Qualche giorno più tardi, il sindaco di Roma Ignazio Marino (PD) dichiara che «questo ritorno alla legalità è una vittoria per Roma». Si discute sulla possibile futura cogestione città-Fondazione Teatro Valle.

15 agosto 2014: la celebre regista francese Ariane Mnouchkine, fondatrice del Théâtre du Soleil nel 1964 e sostenitrice del legame teatro-società, scrive una lettera agli occupanti: «Mentre in questo momento la politica viene spesso ridotta a menzogne criminali, il Teatro Valle e i suoi abitanti sognatori, o forse dovrei dire i suoi cittadini profetici, ci richiamano al nostro dovere di verità, di pratica della verità, e senza dubbio, alla rappresentazione di questa verità. Il nostro dovere, il nostro lavoro. L'Arte».

Le foto sono state realizzate da Michele Lapini, presente a Roma durante gli ultimi giorni del Teatro Valle. Il reportage completo "Com'é triste la prudenza" è visibile nel suo sito www.michelelapini.net