BULGARIA: Nell’orizzonte europeo, un certo raffreddamento

Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 01 febbraio 2003

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Davanti ad una Europa ossessionata per la sua sicurezza, la Bulgaria deve chiudere dei reattori nucleari. Contro i i propri interessi e per negoziare meglio la sua adesione.

In una visione un po’ teorica, una centrale nucleare è per noi una fonte di comodità che, a prezzi ragionevoli, inonda di caldo milioni di focolari. Ma è anche un segno di malessere di una civiltà, un simbolo della sua vulnerabilità.

La centrale di Kozlodhui, sulle rive del Danubio, dispone di più di un’opzione in materia di sicurezza. Prima centrale sovietica ad essere realizzata fuori dai confini dell’URSS, fu, sin dai suoi inizi, particolarmente coccolata. La costruzione dei reattori fu scaglionata in diverse fasi, fra il 1974 e il 1991; gli ultimi due reattori, di concezione occidentale e di una capacità di 1000 megawatt ciascuno, non portano problemi. Sono il terzo e e il quarto reattore, dalle capacità più limitate, di cui si minaccia la chiusura nel 2006, malgrado il loro recente ammodernamento. Eppure questo termine non è sembrato ragionevole.

“A Kozlodhui, siamo sotto la stretta sorveglianza di Vienna e lavoriamo con coloro che vengon considerati come i migliori specialisti nel campo dell’energia nucleare. In pochi dubitano sulla qualità delle nostre installazioni e degli ammodernamenti” precisa M.Hristov l’anziano alto responsabile della sicurezza nucleare in Bulgaria. “Il nostro dispositivo antiterroristico esagera, le recenti pianificazioni escludono ogni fuga all’esterno, anche in caso di problemi molto gravi. Certamente, non siamo a rischio zero, ma il grado di sicurezza è comparabile a quello di una centrale americana o francese. L’Inghilterra - prosegue - utilizza in alcune delle sue centrali dei reattori di tipo assai più vecchio dei nostri e si è anche visto prolungare il loro sfruttamento di trent’ anni in alcuni casi. Vogliamo tenerne conto allo stesso modo?”

Perché per la Bulgaria, e la storia dei negoziati lo mostra perfettamente, la chiusura della centrale è diventata rapidamente una delle condizioni per il passaggio in seno ad una Unione Europea (UE) ossessionata per la sua sicurezza. Molti vedono nell’ispezione europea della centrale prevista per il 2003, una visita di scortese cortesia che mira ad interinare la decisione in situ. La credibilità delle inquietudini e delle pressioni europee perde tuttavia il suo peso legittimo se si considera che la Slovacchia e la Lituania hanno potuto trattare un termine più flessibile per la chiusura delle loro centrali. Ma questi due paesi sfiorano la soglia dell’Europa ed è probabile che le date possano esser spostate in caso di necessità. La questione di Kozlodhui appare allora per la Bulgaria come una moneta di scambio, un po’ forte, contro qualcosa di molto impreciso.

Non son mancate reazioni a catena in seno alla società bulgara, spaventata per questo annuncio di freddo programmato. O piuttosto per la prospettiva di un disgelo notevole dei prezzi al consumo che, nel 2007, trasformerebbero la Bulgaria in importatore massiccio di energia. Al momento attuale, le sue risorse grazie a Kozlodhui le permettono di esportare verso Turchia, Grecia e Albania. Si assicura che d’allora in poi, tale mancanza indotta sarà alleggerita dall’energia della centrale di Belene, (operativa però al più presto nel 2008), il progetto dell’Arda, (dove niente è tuttavia possibile senza la Turchia), e lo sviluppo, (molto ipotetico), di energie nuove. Queste dichiarazioni mascherano appena l’alto livello di impreparazione ed i paraocchi di una politica di integrazione ad ogni prezzo.

Dacchè il primo ministro pronunciò la data del 2006 per la chiusura, contro il parere dei periti e senza alcuna consultazione parlamentare, colpo che in sé avrebbe potuto risultar vincente, la politica del governo non ha potuto dissipare una certa frustrazione. Certo l’Europa è a sovranità condivisa, ma lo sganciamento secco di un emblemma così distintivo della sovranità di una nazione - quello della padronanza della sua energia - prende una direzione un po’ umiliante. Come pure, dietro la piattaforma delle preoccupazioni per la sicurezza europea, alimentata dal ricordo dei tempi di Chernobyl, mostrano il loro profilo degli interessi complessi.

Anche se è difficile a questo punto vederci molto chiaro, è evidente che la soppressione dei reattori tre e quattro lascerebbero la porta spalancata alle multinazionali dell’energia, che hanno già dato più di una sbirciatina a un mercato balcanico in forte crescita e alla Turchia e al suo immenso potenziale di consumo.

Finora la Bulgaria non ha ricevuto la “sua” data d’ingresso in seno alla CEE. La sua politica da l’impressione di una copia troppo conforme ai dettati dell’Europa, e questo, senza nette contropartite. Riflesso, danubiano, dei passi falsi del balletto diplomatico, Kozlodhui, salvo gradite sorprese, chiuderà nel 2006. Il punto di chiusura verso l’integrazione, dato che solo quest’ultima ne trae vantaggi, avrebbe potuto essere uno sfogo propizio. O anche l’arte mancata di giocare sulla fusione fredda tra timori e interessi dell’Europa, girando così a proprio vantaggio un dato sfavorevole.