Budget, Lo sapevate che...?

Articolo pubblicato il 14 giugno 2005
Articolo pubblicato il 14 giugno 2005

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Il grande negoziato sul budget è iniziato. Ma su cosa si basa? Facciamo il punto sulle risorse e le spese dell’Unione.

Il budget europeo è passato da sette milioni nel 1968 a ben 116,55 miliardi di euro nel 2005. È quasi dire noccioline se si tratta di finanziare le politiche comunitarie dei 25 Paesi, in confronto ad esempio ai trecento miliardi del budget francese del 2004! E finanziare il budget europeo vuol davvero dire avventurarsi in un campo minato…

Breviario del budget europeo

Le pietre miliari della politica budgetaria europea sono state posate alla fine degli anni Ottanta: codifica dei meccanismi, definizione delle risorse, compilazione delle liste delle uscite.

Secondo il Trattato di Roma del 1957, la Commissione propone il budget che viene accettato e votato dal Consiglio dopo la consultazione del Parlamento. Dapprima relegato ad un ruolo fantoccio di controllore, il Parlamento si è conquistato sessione dopo sessione dei poteri budgetari sempre più notevoli. Esso può influire sull’entità delle Spese non obbligatorie, cioè quelle che non sono dichiaratamente scritte nei Trattati ma non sono meno importanti (Fondi sociali, Fondi regionali, politica energetica o industriale, credito di funzionamento delle istituzioni), e inoltre può rifiutare una riduzione del budget. È stato così che nel 1980 e nel 1985 gli eurodeputati hanno rifiutato placidamente di limitare la vita del budget a sei anni e di liberare la Commissione dagli oneri di gestione. Fino al 1970 le risorse della Comunità derivavano dai contributi degli Stati membri. Con la decisione del Consiglio del 21 aprile 1970, l’Europa è stata dotata di risorse proprie, cioè di entrate fiscali recepite direttamente dalla Comunità nel quadro delle politiche comunitarie. Si tratta di risorse proprie tradizionali (diritti di dogana, prelievi agricoli e contributi più limitati), delle entrate derivanti dall’Iva e delle risorse di equilibrio basate sul Pil e attualmente limitate all’1,27% del Pil degli Stati membri.

Il raddoppio del budget che avviene tra il 1979 e il 1985 si basa essenzialmente sulla Politica di Coesione Economica e Sociale.

Nel 1989 si leva la cortina di ferro. Si decide allora di assistere i Paesi d’Europa centrale e orientale nei loro sforzi di ricostruzione e stabilizzazione. Nasce così il Programma PHARE.

Soldi-soldi-soldi, tanti soldi…

Tralasciando la Politica Agricola, che da sola assorbe il 45% del budget, le due politiche da notare sono senza dubbio la Politica di coesione economica e sociale, la fusione di fondi strutturali e fondi di coesione, e l’allargamento (strumenti finanziari di preadesione). Le due funzionano insieme: la Politica di coesione dà il cambio alla politica di allargamento il giorno dopo all’adesione. La Politica di coesione è innanzitutto una politica regionale. Ad esempio nel periodo 2000-2006 sono stati definiti tre obiettivi di sviluppo: aggiustamento economico delle regioni meno sviluppate, riconversione dell’economia delle zone in difficoltà strutturale, adattamento e ammodernamento delle politiche e dei sistemi di educazione, della formazione e dell’impiego.

Quattro fondi (FEDER, FSE, FEOGA, IFOP) sostentano la realizzazione regionale di questi obiettivi attraverso la messa in opera di progetti cofinanziati dagli Stati membri e dall’Unione.

In genere questi fondi sono diretti alle regioni che hanno un Pil inferiore al 90% di quello medio dell’Unione. Questo spiega perché certe regioni sfavorite ma in Stati definiti “ricchi” usufruiscano della Politica di coesione. È evidente che con l’integrazione di Stati membri dalle risorse sensibilmente inferiori è più difficile per le regioni dei Paesi occidentali accedere ai fondi. È questa una delle più grandi angosce dei contribuenti dei Paesi ricchi: saranno gli unici a dover sostenere i costi dello sviluppo delle regioni dell’Est o le loro regioni continueranno a beneficiare dei fondi regionali?

Passaggio di categoria

Gli strumenti politici di preadesione dal canto loro hanno lo scopo di ridurre i divari di sviluppo prima dell’allargamento e di ridurne al massimo il costo. Il Programma PHARE lanciato nel 1989 doveva finanziare il raggiungimento del livello delle normative e l’Istituto di Costruzione dei Paesi dell’Europa centrale e orientale: il 30% delle risorse PHARE, circa 10,5 miliardi di euro, è stata direttamente consacrata all’integrazione dell’ “acquis comunitario” (la legislazione Ue, i Trattati e le nostre ottantamila pagine di direttive).

Il 15 luglio 1997 la Commissione europea, forte del successo di PHARE, pubblica un Libro Bianco prospettivo l’Agenda 2000. Il testo presenta le evoluzioni della costruzione europea nella prospettiva dell’allargamento e propone in blocco la conferma della Politica Agricola Comune e della Politica di Coesione e la creazione di strumenti finanziari di preadesione. Gli Stati membri approvano questo orientamento e in occasione del Summit di Berlino del 1999 lanciano gli strumenti finanziari dell’ISPA (sette miliardi di euro per lo sviluppo di infrastrutture e la protezione dell’ambiente) e la SAPARD (3,5 miliardi di euro per il sostegno degli agricoltori e l’ammodernamento delle coltivazioni in conformità alle esigenze della PAC, di cui sarà il turno dopo l’adesione).

È evidente che, all’indomani dell’adesione, i nuovi Membri non ricevono più gli aiti preadesione ma diventano contemporaneamente contribuenti al budget europeo e beneficiari delle sue politiche.

Dato che il bugdet 2007-2013 è stato stabilito in accordo con i candidati all’adesione in occasione degli accordi di Berlino del 1999, i negoziatori – ancora più numerosi – del bilancio 2013-2019 devono aspettarsi il peggio: la riforma della Pac, la revisione dell’accesso delle regioni ai fondi strutturali e il finanziamento degli allargamenti futuri.