Budapest, dove le statue del comunismo parlano col fantasma di Imre Nagy

Articolo pubblicato il 16 maggio 2012
Articolo pubblicato il 16 maggio 2012
Il parco di Budapest, costruito nel 1993, poco dopo la caduta del comunismo, commemora l’iconografia dei quattro decenni comunisti vissuti dalla capitale ungherese. Malgrado il suo silenzio, la Casa del Terrore sprizza di vita: sorridono le statue dei soldati dell’Armata Rossa, così come quella di Ronald Reagan.
La situazione attuale in Ungheria sarebbe diversa se nel 1989 ci fosse stata una rivoluzione?

Tenere geometrie di nuvole si spostano lentamente nel cielo ventoso della periferia di Budapest. Il paesaggio è dominato da una costruzione in mattoni rossi con statue bronzee di Marx e Lenin che salutano i visitatori curiosi. Di fronte all’entrata del Memento Park (Parco della memoria) di Budapest sorge una tribuna alta dodici piedi: nella parte alta presenta un paio di stivali in ferro, fuori misura, un tempo appartenuti alla colossale statua di Josef Stalin. “Sicuri di voler andare là?”, chiede un abitante del luogo. “Non c’è molto laggiù. Siamo lontani dalla città”.

Memento

All’interno del parco le statue non si susseguono in ordine cronologico, né stilistico. Il parco appare abbandonato, come se fosse stato costruito al solo scopo di trasmettere l’idea di essere caduto in rovina nel corso degli anni. Prive di targhe dettagliate, le statue non sono molto significative, a meno che non paghiate una visita guidata privata di 1200 fiorini. Un gruppo di studenti finlandesi di scienze politiche vaga nel parco. “Siamo venuti qui per imparare qualcosa sul comunismo, ma non è stato molto istruttivo”, spiegano laconici. Dopo la caduta del governo locale nazista durante la seconda guerra mondiale, l’Ungheria ha vissuto 40 anni di comunismo, di cui molti segnati dalla repressione stalinista degli anni '50. Nel 1956, quando la colossale statua del leader sovietico a Budapest, alta 25 metri, è stata segata dagli stivali in su, sembrava che anche il regime si sarebbe sgretolato. Tuttavia, nei decenni successivi alla brutale rappresaglia sovietica, dagli anni ‘60 in poi, il paese ha vissuto una versione moderata e duratura della dittatura comunista, basata sulla voglia di assicurare un tenore di vita migliore al popolo e rendere ironicamente l’Ungheria la “caserma più felice di tutto il blocco orientale”.

L’idea di ubicare le statue in un parco a tema, in periferia, appariva come la soluzione perfetta a conclusione del dibattito del 1989, relativo alla purificazione degli spazi pubblici dall’iconografia comunista. Tra le associazioni post-comuniste era molto diffusa la pratica di cambiare i nomi delle strade, per riscrivere la storia. Mentre le immagini iconoclaste del rovesciamento delle statue dei leader - Lenin, Stalin, Saddam Hussein, Gheddafi- sono diventate una sorta di emblema della catarsi per la caduta di una dittatura, nel 1989 l’Ungheria ha vissuto una trasformazione non violenta, quasi silenziosa. In assenza di contrasti a fuoco e in presenza di rari atti di vandalismo verso i simboli comunisti, il regime comunista si è silenziosamente smantellato da sé. “Le pagine nere ci accompagnano nella storia, vivono con noi nel nostro subconscio”, dice Tamás Álmos, ventisei anni, laureato in psicologia. “La società ungherese non ha mai dovuto affrontare questioni passate irrisolte. Non c’è più traccia della nostra partecipazione all’olocausto. Dopo il 1989 non ci siamo più guardati indietro. Questa propensione a guardare al futuro permane anche tra le generazioni più giovani, lasciando spazio ai movimenti di estrema destra e alle semplici risposte che questi forniscono a questioni complicate; questo con l'intento di attirare proprio l’attenzione dei giovani”.

Nella Casa del Terrore

Andrássy út è un grande viale a quattro corsie, nonché una delle arterie più trafficate della città. Un tempo era la sede della famosa prigione utilizzata prima dai nazisti e poi dai comunisti. La strada vanta ora una serie di Audi e BMW che sfrecciano velocemente accanto alle vetrine dei negozi Louis Vitton; tuttavia, in passato, essa era temuta dagli abitanti di Budapest, in quanto evocava il doloroso ricordo di tutti coloro che erano stati detenuti, interrogati, torturati o uccisi al suo interno. Dieci anni fa è stata trasformata in un'impressionante Casa del Terrore, destando controversie.

Progettato dal famoso architetto e scenografo Attila Kovacs, il museo è uno straordinario esempio del fascino dell’iconografia totalitarista. “L’idea era di comprendere la storia senza avvalersi dell’espressione verbale, come in un film silenzioso, utilizzando il linguaggio dell’arte”, dice Kovacs. Nel seminterrato, le celle della prigione lasciano immaginare gli stati d’animo delle vittime. Come un film di David Lynch o una performance dei Laibach, l’opera di Kovac è incentrata sul lato oscuro. Secondo i critici si tratta del solo museo al mondo che rispecchia fedelmente i crimini del nazismo e dello stalinismo. La Casa del Terrore è un capolavoro artistico provocatorio; istituita nel 2002, durante il primo mandato dell’attuale primo ministro ungherese Viktor Orban, da un punto di vista politico è avvolta nel dubbio. Orban, che è tornato al potere nel 2010 dopo due mandati del governo socialista, è un liberale che ha reinventato se stesso come conservatore di destra. Molti sostengono che la decisa retorica anti-comunista di Orban sia uno strumento per consolidare il proprio potere ed escludere gli oppositori socialisti dallo scenario politico locale. Per molti versi, la lotta per la memoria politica in Ungheria è diventata il campo di battaglia per influenzare il dibattito politico.

Musil ha visto dei monumenti senza qualità

Una testimonianza dell’era comunista è visibile a Piazza della Libertà (Szabadság tér). Il monumento alla memoria dei soldati dell’Armata Rossa, morti nel 1945 per conquistare la città, strappandola ai nazisti, è circondato da una recinzione protettiva in metallo. Un filare di alberi oscura completamente la base del monumento. Lontano dal cattivo gusto realista-socialista, l’obelisco in marmo si erige alto e fiero, tuttavia insignificante e mediocre a vedersi. Di fronte, un gruppo di turisti è disposto intorno a un'importante figura che, con i palmi allungati e i piedi al suolo, cammina verso il monumento sovietico. “Questa è la statua di Ronald Reagan, ex presidente degli Stati Uniti, realizzata nove mesi fa”, spiega una guida turistica locale. “Egli ha contribuito a porre fine al comunismo e il popolo ungherese ha voluto onorarlo per il suo contributo”. Un sorriso traspare dal viso del presidente, come se stesse ascoltando.

Robert Musilaveva detto che i monumenti sono “invisibili”. Ci passiamo davanti ogni giorno, ma siamo più attratti da cartelloni pubblicitari che da oggetti in marmo e metallo. Musil aveva torto. È proprio il silenzio dei simboli politici a farli diventare parte della nostra vita quotidiana, ancor più se essi passano “inosservati” negli spazi pubblici. Cammino un po’ e mi imbatto in una faccia nota, vista in un documentario girato nella Casa del Terrore. In vita aveva agito da mediatore e ora, diventato una scultura in bronzo, si appoggia al parapetto di un piccolo ponte in metallo, con le spalle a Reagan e all’Armata Rossa. Si tratta dell’ex primo ministro Imre Nagy, uomo raffinato; sembra rilassato e fissa il Parlamento ungherese sulla riva del Danubio. Questo strano, intenso dibattito ungherese tra fantasmi politici e statue in ferro e piedistalli in marmo non è ancora giunto a conclusione.

Memento Park, 22esimo distretto (Buda), tra Balatoni útca e Szabadkai utca, 10 del mattino fino a sera. Museum of Terror, 1062 Budapest, Andrássy útca 60, aperto tutti i giorni eccetto lunedì, dalle 10:00 alle  18:00.

Questo articolo fa parte del progetto "Orient Express Reporter II", organizzato da cafebabel.com con la partecipazione di giornalisti dei balcani verso i paesi dell'Unione Europea e viceversa. Un ringraziamento speciale va a cafebabel.com Budapest.

Foto: © Vuksa Velickovic per Orient Express Reporter II, Budapest 2012; 'la tavola della vittoria' alla Casa del Terrore è di © Johann Sebastian Hanel, per cortesia diAttila Kovacs.