Bruxelles: la dura vita dello stagista 

Articolo pubblicato il 23 novembre 2014
Articolo pubblicato il 23 novembre 2014

Partendo da una riflessione di Voltaire sul lavoro, uno studente di Bruxelles porta la sua testimonianza sulla sua esperienza e quella dei suoi compagni in qualità di stagisti nelle istituzioni europee. Viaggio al termine della noia, del vizio e del bisogno.

Voltaire ci diceva nel Candido che «il lavoro allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno». Secondo il filosofo - in questo caso il giardinaggio - evita la noia, il tempo previsto per questa attività e la concentrazione che essa richiede; il bisogno, perché è possibile vivere della propria cultura, vendendo frutta e verdura al fine di ottenere altri beni; il vizio, perché il lavoratore non deve invidiare il suo vicino, non è tentato di rubare i beni altrui o di commettere un altro vizio, visto che ha tutto per essere felice. Possiamo forse dire che questa definizione idealizzata del lavoro corrisponde alla realtà vissuta dalle migliaia di stagisti che lavorano in ambito europeo?

Ci dispiace, questo stage non è retribuito

- Il bisogno

Essere pagati una somma irrisoria per fornire un lavoro che nella maggior parte dei casi può superare facilmente le 35 ore a settimana sembra essere la norma, la “condizione abituale”.

«Per quanto riguarda la remunerazione… Sì, credo che per gli stagisti sia circa 450 euro al mese. Come? Ah sì, sto esagerando, in realtà sono 430 euro e qualcosa, esageravo un po’ (risa)… Ma se lavora con noi avrà l’abbonamento ai trasporti gratuito e tutto il caffè che riuscirà ad ingurgitare in una giornata». Un grande ufficio di lobby di Bruxelles.

«Ah sì, la remunerazione… Purtroppo non possiamo andare oltre al minimo sindacale eh… Però ci ho provato! Ma niente da fare quindi ecco…” - Rappresentazione di una Collettività territoriale a Bruxelles.

«Lo stage deve essere convenzionato ed è remunerato alle condizioni abituali» - Un ente pubblico a carattere industriale e commerciale.

«Avere degli stagisti implica dei costi abbastanza alti, soprattutto in termini di infrastruttura, lei non se ne rende conto. Per cui lo stage non è retribuito. Tuttavia sarà possibile avere una riduzione alla mensa aziendale... Bisognerà che ne discuta con le istanze dirigenti. Ma non si dimentichi che il vero profitto con uno stage così prestigioso è quella riga in più sul suo curriculum che la distinguerà per sempre» - Un’organizzazione internazionale.

La "regola" dello stage non pagato sembra essere talmente diffusa che la si ritrova anche nella convenzione tra l’Université Libre di Bruxelles e l’ufficio degli studenti in entrata: «Eccetto il caso di una convenzione privata tra lo stagista e l’azienda, lo stage in teoria non è remunerato, salvo l'eventuale indennizzo delle spese dello stagista». Perché precisare il punto della remunerazione in questo modo? È normale non percepire uno stipendio per una prestazione fornita? Si potrebbe argomentare dicendo che gli stagisti alla fine dei conti non forniscono un vero lavoro e non apportano valore reale all’organismo ospitante. Questa argomentazione non regge dal momento in cui sappiamo che al giorno d’oggi uno stage è considerato come un test per l’assunzione o per rimpiazzare un elemento dell’azienda/istituzione ospitante a basso costo. L'esempio del colloquio di lavoro stesso ne è la dimostrazione: quando non è necessario passare attraverso i diversi step (selezione su carta, colloquio telefonico, colloquio fisico), è assolutamente inevitabile passare per una serie di test (compito di sintesi, esame sul livello linguistico del candidato) al fine di selezionare il profilo migliore. Come per una “vera” offerta di lavoro.

Insomma, l’argomentazione avanzata per spiegare un salario così irrisorio è abbastanza semplice: la nostra ricompensa è la possibilità di aggiungere una riga al curriculum (per un altro stage?), ma soprattutto di crearsi “una rete”.

«Ciò che c’è di straordinario in questo stage, sul serio, è che sarà in contatto con diversi dirigenti, capi di azienda e anche la stampa. I nostri uffici sono vicini a quelli di quel giornale di Zurigo: per lei ci sarà sempre l’opportunità di mettersi in contatto, di creare una rete, per poter iniziare un altro stage!»

La cultura della rete si sviluppa facilmente nell’ambito degli affari europei, a volte con la possibilità di incontrare la persona giusta che offra un vero lavoro. Idealmente. Si può citare l’iniziativa Eat to Meet che, con moneta sonante, permette di accedere a un circolo di iniziati che può piazzare in tale istituzione/azienda/amministrazione dopo una serata mondana.

I giovani professionisti hanno ben capito l’importanza di questa rete che permetterebbe di trovare uno stage, magari un lavoro ed è abbastanza sconvolgente vedere l’aumento del numero di associazioni o gruppi che cominciano con “youth” per poter valorizzare il loro curriculum, acquisire esperienza extra-universitaria e soprattutto per crearsi una rete. È la strada per eccellenza? Incontrare qualcuno a una conferenza organizzata dalla vostra rete di giovani europei o a una cena in cui avete pagato per essere presenti è proficuo per il seguito della vostra carriera? L’impatto, a mio avviso, sembra estremamente limitato. La rete efficace si trova o nella vostra famiglia o in una rete che appartiene a persone con cui avete veramente lavorato. In attesa di avere una rete efficace che dia sbocchi per un’opportunità di lavoro, sembra che gli stagisti siano considerati come una vera seconda “arma di riserva del capitalismo".

Uno stage che corrisponda alla vocazione personale e professionale?

- La noia

Trovare uno stage in ambito europeo non è cosa facile. La concorrenza è spietata ed a un certo punto i profili sono quasi tutti simili e sono veramente tanti. Da qui la volontà di distinguersi attraverso la propria rete e attività extra-professionali.

Tuttavia, nella realtà dei fatti, sembra abbastanza raro trovare uno stage che corrisponda veramente ai propri desideri. Il luogo dello stage è determinato dall’offerta e non dalla vocazione del candidato. La realtà contraria esiste, un candidato che ha un profilo molto preciso avrà sicuramente più opportunità di trovare qualcosa nel suo settore prediletto, grazie al suo profilo, appunto, o alla volontà di lasciare da parte tutte le proposte contrarie al suo percorso predefinito. Considerando il primo punto, bisognerebbe allora avere determinate risorse per poter provvedere ai propri bisogni durante questo periodo di rifiuto dell’offerta di lavoro.

Per quanto riguarda lo stage in quanto tale e il lavoro richiesto, il cliché dello stagista “che fa fotocopie e prepara caffè” non esiste più. Nonostante ciò il lavoro richiesto può sembrare ingrato per due ragioni: la paura da parte del datore di lavoro di dare carta bianca a un nuovo arrivato venuto per portare a termine un progetto dalla A alla Z, oppure la volontà iniziale di utilizzare questa nuova risorsa professionale per fini ben precisi: gestione di social network, impaginazione di documenti, organizzazione (limitata) di eventi. Questi tre aspetti del lavoro richiesto si ritrovano nella maggior parte degli organismi che conosco o di cui ho sentito parlare da altri colleghi stagisti. Così uno studente che ha una o due lauree si ritrova a svolgere compiti di segreteria. Questa constatazione è ovviamente da prendere con le pinze: da parte mia, nelle esperienze passate, ho realizzato compiti molto interessanti che mi hanno formato, ma questi limiti professionali sembrano ancora essere la norma per gli stagisti.

Una schiavitù moderna nell’ambito di un passaggio obbligato?

- Il vizio: la pigrizia, la rabbia, la gelosia

«Per quanto riguarda l'orario di questo stage, parliamo di 9-18, media bassa, possibilità di lavorare il fine settimana. Del resto io stesso lavoro alcuni fine settimana…»

È ragionevole chiedere così tanto a uno stagista, vista la remunerazione e i compiti svolti? Questa sembra essere la norma, sia per gli stagisti che per gli assunti: limitarsi al quadro legale sembra impossibile, per due motivi principali: la necessità dello stagista di distinguersi dagli altri e di dimostrare che ha voglia di prestare una mole di lavoro considerevole per l’organismo ospitante, con la speranza di strappare un contratto professionale, chissà. Inoltre questo metodo di lavoro - che in fondo non è poi così produttivo - è il modo di fare in ambito europeo. Essere presenti, essere in agguato in qualsiasi momento del giorno e della notte. Questa constatazione è sicuramente condivisa dai lavoratori che si spostano da un settore a un altro. E la pigrizia potrebbe prendere il sopravvento, tenuto conto del considerabile tempo di lavoro. In fondo a quale scopo sacrificare una parte della propria vita privata per quella professionale, quando si sa che uno stage non permetterà necessariamente di ottenere un vero e proprio contratto?

«Che futuro riservate ai vostri stagisti? C’è una possibilità di impiego dopo o è solo un incessante turnover?»

«Beh, certamente dopo c’è la possibilità di un prolungamento del contratto. Ma il settore è in crisi (fatturato nell’anno 2007 per questo ufficio di lobby: 1.532 miliardi di euro, con un risultato netto di 83 milioni di euro, ndr). Il mondo delle lobby sta cambiando. In questo modo possiamo solo proporre un contratto che raddoppi il suo salario attuale. Parliamo quindi di 800 euro al mese». 

Nell’ambito di questa proposta degradante, sembra difficile trovare la forza di investire se stessi in un’azienda che non valorizza i vostri sforzi. Inoltre, il fatto di proporre un contratto con un salario così basso, dopo aver fatto degli studi, riflette il problema della selezione in base ai soldi. Ed esempi di questo genere sono frequenti. Qual è dunque la soluzione? Cosa dire dell’impatto della manifestazione degli stagisti in Place du Luxembourg per ottenere finalmente un riconoscimento reale dello status di stagista - passando in particolare da un aumento significativo del salario?

La “Sandwich Protest” o la manifestazione degli stagisti sottopagati organizzata l’anno scorso a Bruxelles​.

«Internships have become a requirement to get a job as they can bridge the skills gap between education and work, but strikingly the majority of them do not fulfil this purpose. Among the 4.5 million interns per year in Europe, 59% are unpaid, 40% work without a contract and 30% complete internships that do not provide any learning content except coffee-making skills. This hinders youth employability and creates social inequality. The European Interns’ Day wants to change this situation».

Per il momento il sistema sembra chiuso. Se rifiutate un’offerta di stage perché non o mal retribuito, ci sarà un altro pronto a rimpiazzarvi, subito. Cosa dire allora di coloro che vogliono pagare il prezzo di questo sacrificio? Per nessuno è possibile dedicare il proprio tempo a un lavoro senza remunerazione sufficiente a garantire i propri bisogni vitali. Dal momento in cui le proposte sono limitate - possiamo citare l’iniziativa francese di aumentare il salario minimo sindacale per uno stagista di un centinaio di euro - svolgere diversi stage uno dopo l’altro, come da norma in ambito europeo, sembra essere riservato a un determinato ambiente sociale che dispone di un capitale di partenza sufficiente per sopravvivere. In caso contrario bisogna prepararsi a lavorare indebitandosi per i primi anni post-studio. Beati loro. Poveri noi.

Questo articolo è stato pubblicato sul sito web della rivista Eyes On Europe.  

Eyes On Europe è un’associazione che, attraverso una rivista e un sito web, propone un nuovo modo di dialogare in Europa. Pubblicando informazioni diverse e scientifiche, Eyes On Europe ha l’intento di ravvivare l’interesse del pubblico per l’Unione europea. Più informazioni sulla loro pagina Facebook.