Bruxelles, cronaca da una Capitale in allerta 

Articolo pubblicato il 24 novembre 2015
Articolo pubblicato il 24 novembre 2015

A Bruxelles è stato dichiarato lo stato d'allerta: scuole e metro chiuse, strade vuote. Il pericolo di attentati non è mai stato ritenuto così elevato. La situazione vista dagli occhi di una giovane torinese che risiede nella Capitale europea. 

Mai nella vita avrei pensato che un giorno, all'età di vent'anni, mi sarei potuta davvero trovare in una città europea sotto la minaccia del terrorismo. È questo quello a cui ho pensato, molto semplicemente, quando mi sono svegliata sabato scorso, e ho scoperto che tutte le linee della metropolitana di Bruxelles erano chiuse, così come erano bloccati alcuni tram e treni.

A Bruxelles sono già tre giorni che l'allerta terrorismo è stata innalzata al livello massimo su una scala di 4 soglie di rischio. La Polizia sta cercando ovunque alcune persone sospette, di cui almeno una sarebbe in possesso di armi ed esplosivi, ed è caccia all'uomo per quanto riguarda Salah Abdeslam, tra gli attentatori di Parigi e tuttora irrintracciabile. Avevo in programma un viaggio in Belgio, verso ovest, ma non mi sono potuta muovere nemmeno per raggiungere la stazione ferroviaria, ed in più ogni spostamento era fortemente sconsigliato.

Nevicava, sono uscita sotto i fiocchi bianchi che cadevano fitti. Per la mente mi è passato un pensiero ovvio, una di quelle frasi che senti ripetere spesso ma che per la prima volta ti suonano vere, concrete: la guerra è questo, è togliere la libertà alle persone. Non parlo solo della libertà di espressione e di opinione, parlo anche della libertà di prendere un bus. Di spostarsi nella propria città. I telegiornali ripetevano, più e più volte, sempre la stessa notizia: è tutto bloccato, si consiglia di non uscire e di evitare i luoghi ad alta concentrazione di persone.

 

Un weekend di angoscia 

Domenica ho deciso di andare a vedere cosa stesse succedendo in centro. Sulla strada per andare alla fermata del bus c'erano molti militari con armi d'assalto che pattugliavano la zona. In queste strade piuttosto strette sono dovuta passare a pochi centimetri dai loro mitra. Ho provato la stessa sensazione di quando soffri il solletico e qualcuno avvicina la mano al tuo corpo: la senti ancora prima che ti tocchi.

Da Uccle, regione di Bruxelles, si raggiunge il centro città con il bus numero 38, di solito affollatissimo: domenica era deserto. Arrivata alla Stazione centrale, si notava subito la differenza rispetto agli altri giorni: era praticamente vuota, circondata da militari su tutti i lati, con una camionetta in mezzo allo spiazzo. Anche scendendo per Bozart, la situazione era la stessa: i viali sempre popolati, soprattutto di domenica, erano senza vita, se non per dei passanti qua e là, qualche solitario con un cane, qualche coppia, dei giapponesi che scattavano foto.

Arrivata a Grand Place ho visto troneggiare il nuovo albero di Natale proprio al centro della piazza: era così strano avere svariati metri quadrati tutti per me. Lungo il perimetro stazionavano quattro camionette verdi della Polizia e alcuni militari e poliziotti presidiavano l'Hôtel de Ville. Tantissimi gli inviati che parlavano ai grandi microfoni gialli o rossi tenendosi la mano sull'orecchio, con gli automezzi delle TV parcheggiati poco lontano.

Mi sembrava di vivere in un sogno, o in un film. Incamminandomi verso Place de la Bourse, la situazione era molto simile. Si sentivano sirene spianate ovunque, i militari passeggiavano su e giù per la zona pedonale, deserta, così come la via dei negozi. Io e un'altra persona eravamo gli unici due passanti, abbiamo camminato per minuti interi senza incontrare nessuno. È stato insolito mangiare con i militari che pattugliavano vicino al tuo tavolo: solo me, loro e pochi altri per metri e metri di zona pedonale.

Intorno alle tre è ricominciato l'allarme, di nuovo nei pressi della Stazione centrale. La stazione è stata chiusa da tutti i lati e per prendere il treno bisognava passare per un'entrata laterale, sotterranea. La polizia e i militari, molto tesi, indicavano alle persone di spostarsi dall'altro lato della strada. Parlavano nelle ricetrasmittenti, alcuni in fiammingo, altri in francese. Camminavano svelti. Urlavano forte di allontanarsi a chi non li stava a sentire. Mi sono allontanata anche io, verso il Bozart, attraverso una grande scala di pietra, e sono andata a prendere un autobus alla fermata più lontanta possibile. Dopo un quarto d'ora ho incrociato un 38 che andava nella mia direzione, ci sono saltata sopra infreddolita.

Difendersi da qualcosa di invisibile 

A volte sembrava davvero di vivere in un sogno. Sentendo anche le opinioni di amici e coinquilini, ci si ritrova spesso ad essere più stupiti che spaventati, curiosi quasi come bambini: guardiamo i grandi camion militari parcheggiati per la strada come se fossero alieni, e in effetti lo sono. Sono alieni a queste vie sempre così piene di vita ed ora così vuote. Guardiamo i militari in mimetica che camminano per le strade sentendoci in un film, come se niente fosse reale.

Tutti hanno fame di sapere, eppure nessuno vuole davvero accendere la televisione o leggere il giornale, come se sapere di più fosse "troppo", come se avessimo sempre paura di scoprire qualcosa di nuovo. Mentre ci troviamo nelle nostre case o a lavoro, per tutto il giorno si sentono sirene in lontananza. Sembra di doversi difendere da qualcosa di invisibile, di etereo. Sembra di dover menare fendenti all'aria.

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Pubblicato dalla redazione di cafébabel Torino.