Brunori Sas, il ragioniere dell'indie

Articolo pubblicato il 07 aprile 2015
Articolo pubblicato il 07 aprile 2015

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Dario Brunori, in arte Brunori Sas, icona del cantaurato indie italiano, che ha presentato al Teatro Biondo di Palermo il suo nuovo, dissacrante, show: "Brunori Srl - una società a responsabilità limitata". 

Il teatro completamente al buio, una sagoma scura sul palco, una ninnananna di sottofondo. Inizia così il “Brunori Srl – una società a responsabilità limitata”, lo spettacolo a metà tra concerto e cabaret che Brunori Sas, all’anagrafe Dario Brunori, cantautore calabrese classe ’77, ha già portato sui palchi di mezza Italia. Pesaro, Milano, Genova, Perugia, Bologna, Mestre, Roma, Prato e adesso anche Palermo.

È diventato un po’ un’icona hipster, coi suoi baffi curati, gli occhiali da vista con la montatura spessa e la chitarra acustica appesa al collo. Ma, a turno, ha fatto a meno dell’uno o dell’altro dei suoi segni distintivi. Avevamo visto un Brunori senza baffi, nel tour promozionale dell’ultimo album – II Cammino di Santiago in Taxi, uscito a febbraio dello scorso anno - ora facciamo i conti anche con un Brunori senza chitarra, nei monologhi che sono parte integrante del nuovo show. «Senza chitarra, ma con la barba» – scherza lui. Che, comunque, nel relazionarsi col pubblico, sembra non risentire dell’assenza del suo amato strumento. «Ero già abituato a un tipo di rapporto più diretto con gli spettatori. Anche in passato, tra una canzone e l’altra, dicevo un sacco di fesserie – scherza – un po’ per camuffare la timidezza, un po’ perché ho sempre paura che la gente si annoi».   

Ma perché Brunori ha cambiato acronimo e da Sas è diventato Srl? «Si tratta – ci spiega – di una trasformazione da una parte personale, legata al cambiamento della mia vita: da Joggi, piccolo paesino calabrese di cinquecento anime in cui sono nato e cresciuto al mondo che sto vivendo oggi, sicuramente più ampio e diversificato. Dall’altra parte – continua – quella della società che si è trasformata sotto i miei occhi da una società di persone come la Sas a una società confusa, soprattutto per quanto riguarda i limiti relativi alle nostre responsabilità».

Il successo all'improvviso

«Ho lasciato i sogni chiusi nell’armadio, che dentro al cassetto non ci stanno più», cantava nell’album d’esordio. Brunori Sas, ma ai tempi a cui si riferisce la canzone era ancora Dario Brunori, si era probabilmente ormai rassegnato a lavorare nella piccola ditta di materiali da costruzione del padre, una Sas, appunto. E invece, quando già iniziava a contarsi i capelli bianchi, arriva il successo. Arriva quasi per caso, nel 2009, con un primo album dal titolo minimal – Vol. 1 – che vende circa 7mila copie e fa di Brunori l’icona del nuovo cantautorato indie italiano, decretando un boom nell’acquisto di occhiali con montatura spessa e una crisi in quello di rasoi. Da lì è un tutto un crescendo: nel 2011 un secondo album scritto e registrato in fretta – Poveri Cristi (Vol. 2) – ma che non delude le aspettative e poi la nascita, nello stesso anno, dell’etichetta Picicca dischi, di cui è il fondatore insieme a Simona Marrazzo e Matteo Zanobini.

«Subisco molto il fascino dell’umanità, in tutte le sue forme, anche quelle fuori dalle righe, freak in qualche modo. Dei personaggi anomali, non convenzionali» – risponde quando gli chiediamo cosa ispiri la sua musica. Non a caso cita i Ciprì e Maresco di Cinico tv, registi di un mondo in bianco e nero popolato da personaggi grotteschi e dall’italiano stentato. Se in Vol. 1 incontriamo, ad esempio, Giovanni, che “in bocca ha quattro denti, tutti claudicanti, però spesso ride, molto più di me” (L’imprenditore) , nel secondo album – che si intitola Poveri Cristi, appunto - c’è Mario, con la sua dipendenza ossessiva da gratta e vinci e slot machine, di cui è un fallimento la vita ma anche la morte, perché prova a suicidarsi ma crolla il lampadario a cui era appesa la fune che avrebbe dovuto strozzarlo (Il giovane Mario). 

L’umanità torna ad essere la protagonista dell’ultimo disco – Il Cammino di Santiago in Taxi – album dei paradossi a partire dal titolo, ispirato dalla vera storia di una signora “bene” che, decisa a coniugare spiritualità e comfort, prende veramente il taxi per andare a Santiago de Campostela. Meno ironico dei precedenti, ritrae un mondo allo sbaraglio fatto di vecchiette che ballano e cercano marito alla tv, di citazioni sbagliate e signori attempati che corteggiano le 15enni. Dove non ci seppellirà una risata ma la spazzatura. Ma Brunori non pontifica. «Quando critico mi ci metto sempre in mezzo anch’io perché mi sembra stupido criticare dall’alto. Anzi forse chi si sente di non appartenere al marcio, tirandosene fuori, compie il peccato più grave. L’unica cosa importante è mantenere una consapevolezza critica senza farsi sovrastare da tutto quello che ci arriva, che è una mole di imput enorme e indifferenziata».

Brunori e Palermo

Qualche tempo fa Rolling Stone intitolava un articolo "La musica di Palermo è una figata". Brunori Sas è assolutamente d’accordo: «Con l’etichetta che ho aperto qualche anno fa produciamo Di Martino, abbiamo una collaborazione stretta con Nicolò Carnesi, altro palermitano. Seguo sempre i Pan Del Diavolo, Simona Norato. Anche Colapesce mi piace molto, che non è palermitano ma comunque siciliano.  La Sicilia – continua – ha sempre sfornato una grande quantità di artisti. É una terra che, con tutti i suoi contrasti, con tutti i suoi estremi, è sempre riuscita a produrre una grande quantità di talenti e anche a stimolarli».

Ma di Palermo non ama solo la musica. «Mi affascinano tantissimo i suoi luoghi di estrema decadenza, o le situazioni incredibili, che io, cresciuto con il cinema di Ciprì e Maresco, avevo vissuto solo indirettamente e che invece qui si verificano nella realtà».

E poi il cibo. «Ma che te lo dico a fare?» – cita Donnie Brasco, ride.