"Brexit significa Brexit": ne siamo proprio sicuri?

Articolo pubblicato il 14 novembre 2016
Articolo pubblicato il 14 novembre 2016

A Londra qualche giorno fa la Corte d'Appello ha stabilito che il governo inglese dpvrà consultare il Parlamento prima di invocare l'Articolo 50, iniziando quindi il processo di uscita dall'UE. Opportunità per un dibattito sulla decisione più controversa della storia britannica moderna o è solo un segnale che la Brexit sarà tutto tranne che semplice (con buona pace di Theresa May)?

Dopo tre settimane di discussione, la l'Alta Corte di Giustizia britannica ha stabilito quella che è stata largamente descritta come una delle più importanti decisioni da decenni a questa parte. Il governo, si legge, non ha il diritto di dare il via libera all'Articolo 50 del Trattato di Lisbona, che inizierebbe formalmente il processo di uscita dall'Unione Europea, senza consultare i membri del Parlamento

Il governo ha affermato che farà ricorso per la decisione presso la Corte Suprema, ma questo non ha fermato i sostenitori del "Leave" dall'iniziare a sbilanciarsi: il leader di UKIPNigel Farage, ha messo in guardia da un possibile "tradimento" nei confronti della popolazione inglese, che ha votato per la Brexit a maggioranza del 52% nel referendum dello scorso giugno.

Le nemmeno troppo velate preoccupazioni di Nigel Farage, volto immagine della Brexit

Nel frattempo i commentatori politici stanno cercando con difficoltà di evidenziare che, nonostante la decisione, le possibilità dei parlamentari di votare per il blocco della Brexit sono, tutto considerato, quasi nulle. Anche Gina Miller, l'investment manager che ha portato il caso contro il governo, ha sottolineato nella sua dichiarazione fuori dal tribunale che la decisione «non riguarda come ognuno ha votato», affermando invece che «questo caso riguardava la procedura, non la politica». Quindi, salvo il caso in cui il ricorso del governo abbia successo, come potrebbe cambiare ora questa "procedura"?

La domanda più immediata è come questo modificherà le tempistiche della Brexit. Il primo ministro inglese Theresa May ha affermato di voler iniziare le trattative con l'UE entro la fine di marzo 2017. Considerata l'opinione generale, secondo cui le trattative richiederebbero due anni, il piano vedrebbe l'uscita del paese dall'Unione intorno all'inizio del 2019. Ma se le condizioni di un futuro patto con l'UE dovranno essere approvate dai parlamentari – molti dei quali avevano votato per rimanere, peraltro – i tempi finora previsti potrebbero perdere di significato.

Questo ci porta alla seconda domanda: sarà possibile trovare un accordo che il Parlamento possa votare? Le due opposte campagne politiche nel referendum per la Brexit, insieme al minimo vantaggio con cui ha vinto il "Leave", hanno evidenziato le opinioni contrastanti nel Regno Unito sul fronte europeo. Ottenere a questo punto l'approvazione del Parlamento in merito sembra essere più facile a dirsi che a farsi, soprattutto considerando il fatto che l'attivazione dell'articolo deve essere approvata sia dalla Camera dei Comuni che da quella dei Lord.

E nulla di tutto ciò andrà a ridurre la frustrazione che si respira a Bruxelles riguardo ai "segnali contraddittori" che il Regno Unito ha gia mandato circa le proprie intenzioni.

Finora Theresa May ha tenuto in gran parte le carte coperte per quanto riguarda i dettagli dei suoi piani per la Brexit: gli inglesi sanno che lasceranno l'UE, ma non come e dove andranno. Ora, con una Camera piena di parlamentari aventi la possibilità di votare sulla questione, è difficile immaginare che il suo mantra "Brexit means Brexit" (Brexit significa Brexit, ndt) sopravviverà ancora a lungo.