Brexit: questo referendum non s'aveva da fare

Articolo pubblicato il 22 giugno 2016
Articolo pubblicato il 22 giugno 2016

(Opinione) "Il mio nome è morte ai traditori, libertà al Regno Unito". Così l'accusato dell'assassinio di Jo Cox, la parlamentare contraria al Leave, si è rivolto ai giudici, mettendo a tacere le ragioni chi sosteneva che il suo non fosse stato un assassinio politico. Da allora circola una petizione per annullare il referendum, che però non avrebbe dovuto essere convocato sin dal principio.

Regno Unito. Gran Bretagna. Arcipelago Britannico. Ci sono tanti modi per chiamare la nazione in cui sono nato, e questo forse confonde il resto dell'Europa. Ma a prescindere dal modo in cui ci si riferisca a questo corpo politico in cui cittadini saranno chiamati a votare nel prossimo referendum europeo, dobbiamo renderci conto che la mia patria sta mettendo in scena una saga che potrebbe ridefinire la sua identità per più di una generazione, e tutto potrebbe dipendere da una buona dose di infantile assecondamento degli umori della folla in chiave supporto elettorale. 

La scorsa settimana un uomo di nome Thomas Mar, nazionalista di destra, è stato arrestato per l'assassinio di Joe Cox, una  deputata laburista da sempre impegnata nel sociale. In seguito alla sua morte e della conseguente sospensione temporanea della campagna referendaria, più di 55.000 persone hanno firmato una petizione per revocare in maniera definitiva il voto di domani. 

Il problema è a monte

Ma la verità è che questo referendum non avrebbe dovuto essere convocato sin dal principio. Il Regno Unito è una democrazia rappresentativa: eleggiamo dei membri del Parlamento perché prendano delle decisioni collettive in nostro nome. L'allarmismo politico e la cronaca sensazionalista, oltre a evocare un'atmosfera di odio e paura, non fanno altro che mettere in luce la necessità di dare maggiore importanza alle voci autorevoli, senza temere una rappresaglia violenta da parte di chi non vuole andare oltre ai bisogni delle proprie comunità insulari.

David Cameron non avrebbe dovuto imbonirsi la fiorente destra xenofoba, invocando un referendum al momento sbagliato in uno dei più complicati e sfaccettati sistemi politici del mondo. Non possiamo poi mettere bocca sul fatto che il governo si rifiuti di accogliere 3.000 bambini rifugiati, però dobbiamo pronunciarci a favore o contro la nostra appartenenza al corpo economico sovranazionale che ci spinge a fare di più per aiutare i rifugiati? In quale universo tutto ciò ha un senso? 

Guardando l'eccessiva retorica presente in entrambi gli schieramenti del dibattito tuttavia è sconcertante vedere come i politici se ne potrebbero essere lavati le mani. Se la Brexit distruggerà in maniera irreversibile l'economia del Regno Unito, perché dunque dobbiamo votare per una tale follia? Se rimanere nell'UE porterà a un'affluenza di migranti cattivi, avidi e stupratori, perché allora i nostri politici non hanno ancora firmato i documenti per il divorzio da Bruxelles?

Questioni di identità

Perché il cuore del problema non è l'economia, né la migrazione, ma una più profonda questione d'identità. Il modo in cui decidiamo di relazionarci con il resto del mondo sarà una decisione che regolerà la politica del Regno Unito per i prossimi decenni, e i "Leave" l'hanno detto chiaro e tondo. Qualsiasi critica legittima alla funzionalità dell'UE è in questo momento sepolta sotto un torrente populista che rivendica il bisogno di "riassumere il controllo" del Paese.

Questo referendum è stato convocato da un Primo ministro che è personalmente contrario a lasciare l'Unione Europea, ma che cerca di rimanere al potere imbonendosi la striscia viola nazionalista. Quelli che possono farlo, ora, devono votare per decidere in che modo le persone considereranno questo Paese in un periodo della storia europea importantissimo. Non è tempo di nazionalismi, a meno che essi non si manifestino attraverso l'orgoglio del nostro potere collettivo nei confronti della decenza, dell'umanità e della compassione davanti a una tragedia, sia essa causata da un assassinio a sangue freddo o da una crisi umanitaria.

Il modo in cui ci definiamo, d'ora in avanti, avrà un impatto duraturo: votare per rimanere è chiaramente la soluzione meno dannosa. Ma non ho mai visto, in tutta la mia vita, il Regno così poco Unito, e ci sono centinaia di teorie diverse per stabilire cosa rende la Bretagna "Grande". L'unica cosa su cui siamo d'accordo, a quanto pare, è che siamo isole.

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Brexit o non Brexit, questo è il problema. Il 23 giugno i cittadini britannici saranno chiamati a votare se far rimanere o meno il Regno Unito nell'Unione Europea. E la nostra community ha avuto qualcosa da dire in proposito...