Brexit e Domino: chi è il prossimo?

Articolo pubblicato il 16 giugno 2016
Articolo pubblicato il 16 giugno 2016

Il 23 giugno i britannici si recheranno alle urne per decidere se uscire o meno dall'Unione europea. Ma le grane per l'UE potrebbero non finire con il voto del Regno Unito, indipendentemente da quale sia il risultato elettorale. Qual è il prossimo punto nella lista delle cose di cui preoccuparsi per Bruxelles? 

Brexit o non Brexit, questo è il problema. Ci perdoni Shakespeare la forse inopportuna citazione, ma quel che è certo è che il 23 giugno nel Regno Unito si voterà per decidere se rimanere o meno all'interno dell'Unione europea. Non bisogna però dimenticare che un eventuale voto pro uscita sarebbe solo l'ultimo atto di un matrimonio tra l'Isola di Sua Maestà e le amministrazioni europee mai stato troppo idilliaco (basti ricordare le polemiche sull'immigrazione "interna" dall'Europa verso il Regno e la mancata adozione dell'Euro). I danni sarebbero sicuramente ingenti per entrambe i "coniugi" in causa, ma si stima possano essere particolarmente pesanti per il Regno d'oltremanica, con perdite di PIL stimate nell'ordine del 6% entro il 2030 e crolli della sterlina intorno al 20%. Scenari a dir poco apocalittici, i quali però non sembrano scoraggiare la retorica di chi supporta il voto pro-Brexit, accusando l'Unione di scarsa democrazia e rievocando allo stesso tempo scenari di grandezza dell'impero britannico risalenti addirittura all'epoca coloniale

Numeri preoccupanti sotto il Sole

"Problemi loro"? Non esattamente. Come il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha opportunamente sottolineato, l'uscita del Regno Unito dall'UE creerebbe un precedente importante, che andrebbe inevitabilmente ad infiammare il già presente sentimento anti-europeo dei Paesi più euroscettici dell'Unione. Animi peraltro già esacerbati dalle recenti crisi dell'Eurozona e da quella dei rifugiati.

A voler guardare i dati in Europa prima del voto nel Regno in effetti c'è poco da essere allegri. Secondo uno studio pubblicato la scorsa settimana dall'istituto di ricerca statunitense Pew Research Center, il supporto dei cittadini di diversi Paesi dell'Unione verso le istituzioni europee è letteralmente crollato nell'ultimo anno. Nonostante il 70% degli intervistati infatti vedesse una potenziale Brexit come un evento negativo, solo il 38% dei francesi aveva un'opinione positiva dell'Unione europea, con un tracollo di ben 17 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Situazione migliore ma caduta di consensi simile in Spagna (47% favorevoli, una caduta di 16 punti rispetto allo scorso anno). Paradossalmente, i Paesi più eurofili si dimostrano essere quelli i cui governi hanno avuto più scontri con Bruxelles nei mesi passati: Polonia (72% degli intervistati a favore) ed Ungheria (61%).

I problemi per l'Europa però vanno oltre la "cattiva fama" dell'UE presso gli Stati membri. Secondo un altro sondaggio pubblicato dall'istituto di ricerca Ipsos infatti, ben il 58% degli italiani e il 55% dei francesi vorrebbero un referendum tutto loro, per decidere sull'eventuale permanenza o meno del proprio Paese all'interno dell'Unione. E questo indipendentemente dal risultato del voto nel Regno Unito. Segno che le grane per Bruxelles non saranno finite il 24 giugno, comunque vada. Analizzando i dati però c'è una sorpresa: i numeri di coloro che in un referendum simile a quello britannico voterebbero effettivamente per un uscita dall'Unione sono inferiori, a volte di molti punti, rispetto a quelli di chi desidera semplicemente andare a votare: "solo" il 48% degli italiani e il 41% dei francesi metterebbe la crocetta sull'exit. Tuttavia non bisogna dimenticare che i problemi potrebbero arrivare verosimilmente anche dal Nord Europa: Paesi Bassi, Svezia e Danimarca, da sempre politicamente vicini a Londra, potrebbero sentirsi più isolati a Bruxelles senza il forte appoggio britannico, e quindi reagire di conseguenza.

Iperpartecipazione e problemi interni

Ma a cosa è dovuta questo importante scarto di preferenze? «Il problema è che negli ultimi anni si è diffusa l'idea che l'iperpartecipazione alla vita decisionale dello Stato sia la panacea di tutti i mali» spiega Marco Borraccetti, docente di Diritto dell'Unione Europea presso l'Università di Bologna. «Eleggiamo dei rappresentanti perché, in linea teorica almeno, prendano delle decisioni a nome della collettività. Questo scarto dimostra di come sia proprio il desiderio di votare ad essere forte, più che quello di fare un salto nel buio. Anche se è certamente un segnale preoccupante».

Brexit come sinonimo di problemi economici, sociali e di politica estera quindi, ma non solo. Nell'equazione manca ancora un elemento fondamentale: la Scozia. «Gli scozzesi sono da sempre fortemente a favore dell'Unione europea. E questo potrebbe creare più di qualche problema a Londra, nel caso di una Brexit» afferma Borraccetti. «Quanto ci metterà la Scozia a decidere di secedere dal Regno Unito per entrare da soli nell'UE? Il sentimento nazionalista è forte, ed una Brexit potrebbe spingere gli scozzesi a prendere definitivamente una decisione in tal senso». Ed una eventuale secessione scozzese potrebbe a sua volta «dare linfa ad altri particolarismi identitari in Europa, ad esempio a quello catalano. Rischia tutto di trasformarsi in un imprevedibile effetto domino».

Domino di cui alcune tessere hanno già iniziato a cadere, mettendo in moto e infiammando sentimenti anti-europei sparsi un po' in tutta Europa. Viene da domandarsi se sia giusto, da parte di chi è stato eletto per decidere, lasciare (molto pilatescamente) proprio la responsabilità di fare questo a chi non è detto abbia tutti gli elementi per farlo in piena consapevolezza. E che potrebbe non vedere la fila di tessere in precario equilibrio dietro la prima. Secondo Ipsos, il 53% degli europei crede che la Brexit non avverrà. Speriamo che abbiano ragione loro. Nel frattempo, nel dubbio, meglio darsi allo Shangai.