Brexit: benvenuti nella società che vuole preservare se stessa.

Articolo pubblicato il 31 marzo 2017
Articolo pubblicato il 31 marzo 2017

Il 29 marzo Theresa May ha ufficialmente avviato il processo della Brexit, cominciando una serie di negoziati con L'Unione Europea  che durerà due lunghi anni. Sarà un lavoro molto complesso che potrà essere affrontato solo con una collaborazione forte di tutte le parti; e collaborare, secondo il Premier, significa fare quello che dice lei. [OPINIONI]

Quando i cittadini che hanno votato per il Remain parlano della Brexit (il fronte Remain era a favore dell'Unione Europea, il fronte Leave era per la Brexit, N.d.T.), generalmente usano la metafora dell'autobus. La più ricorrente è quella di un autobus che precipita da una scogliera; a me piace pensare che sia dalle "bianche scogliere di Dover". Talvolta a guidarlo è Theresa May, talaltra Nigel Farage, oppure Boris Johnson o David Cameron. Molto spesso, quell'autobus è in fiamme. Se lo si guarda da vicino, pare quasi di scorgere su una delle fiancate la scritta, già quasi divorata dalle fiamme: "350 milioni di sterline alla settimana"(che sarebbero stati risparmiati con la Brexit per essere destinati alla politica interna, promessa che i leader fautori, primo tra tutti Farage, si sono affrettati a smentire  non appena incassata la vittoria del referendum, N.d.T.)

C'è altresì una metafora che trovo ancora più approriata: quella del finale di un classico del cinema risalente al 1969, The Italian Job (Un colpo all'italiana, N.d.T.). Nel film un autobus rosso, bianco e blu (colore quanto mai calzante in questo frangente) che trasporta una banda di ladri con il loro bottino di lingotti d'oro, si ritrova sospeso sul vuoto di un dirupo in mezzo alle Alpi. L'oro si trova nella metà dell'autobus che dondola sull'abisso, gli uomini  sono assiepati sull'altra metà a fare da contrappeso. A questo punto un impareggiabile Michael Caine, ventre piatto a terra e braccia protese verso i lingotti, esclama con un sorriso trionfante: " Aspettate un attimo, ragazzi...mi è venuta un'idea".

Mi piace pensare che Caine e la sua banda abbiano trovato un modo ingegnoso di uscire da quella situazione difficile (il finale del film rimane sospeso con l'autobus sul burrone, N.d.T.). Mi piacerebbe pensare, negli anni a venire, di aver esagerato con l'ansia ed il pessimismo che provo adesso; tuttavia, se dovessi basarmi sui nove mesi trascorsi dal risultato del referendum, le ragioni per essere di buon umore sono davvero poche.

Lungi da me voler dipingere allo stesso modo tutti i Brexiteer (i fautori della Brexit, N.d.T.): lo so che molti di loro hanno trovato ragioni a iosa per pronunciarsi a favore del Leave,  l'Unione Europea è un carrozzone inefficiente che è necessario riformare da cima a fondo. Purtroppo  altri hanno votato a favore dell'uscita dall'Unione Europea solamente per motivi di odio e rancore, in un tentativo sciovinista di liberarsi di chiunque non fosse uguale a loro, ed i leader di riferimento non  hanno fatto altro che cavalcare questi sentimenti. Sarà anche stato indetto per molte più ragioni, ma arrivati al 24 giugno il referendum era diventato esclusivamente una discussione sui temi dell'immigrazione.

I vincitori del referendum si sono poi persino lasciati andare ad esternazioni iperboliche ed eccessive; ogni seppur minimo tentativo di invitarli a considerare un Regno Unito post-Brexit nulla di più di una mera utopia, è stato respinto con derisione e disprezzo.  Gli organi d'informazione, tra cui la BBC, sono stati accusati di essersi scagliati contro di loro in modo preconcetto; addirittura alcuni giudici della Corte Suprema sono stati bollati come "nemici del popolo", frase adoperata solo dai dittatori e dal nuovo presidente americano, per aver osato suggerire che durante i negoziati il Parlamento avrebbe dovuto avere una propria voce in capitolo.

Un leader più forte avrebbe fatto bene ad ammettere l'esiguità della sua maggioranza, oppure a riconoscere le divisioni che in un attimo hanno squarciato il paese, provocandogli ferite che impiegheranno più di una generazione a guarire. Invece, per timore di mostrare un seppur minimo cenno di debolezza, la May ha continuato a rimandare false immagini di un paese unificato; ha blaterato continuamente di "volontà popolare" e ripetuto  "Brexit vuol dire Brexit", parole che, a furia di essere pronunciate,  si sono ormai svuotate di quel fievole significato che pure un tempo potevano aver avuto. L'inquilina di Downing Street ha insistito nel ribadire che siamo un popolo unito, ma poco si è adoperata nel frattempo per renderci davvero tale.

La maggior parte di chi si è pronunciata per il Remain, me compreso, non vuole una seconda possibilità referendaria: chiede garanzie, stabilità, una valutazione attenta di tutte le possibili sfaccettature. Chi ci governa ha fallito su ognuno di questi fronti. I membri del Parlamento si sono vergognosamente rifiutati di garantire ai numerosi cittadini europei che potranno continuare liberamente a vivere e lavorare nel Regno Unito. David Davis, ovvero colui che dovrebbe condurre i negoziati con l'Unione Europea, pare vada perversamente fiero della sua impreparazione su come gestire la concreta eventualità che i negoziati possano interrompersi senza un accordo valido. Jeremy Corbyn, pateticamente assente in campagna referendaria, ha dato prova di essere il più inetto leader dell'opposizione da decenni, in un momento in cui sarebbe invece stato di vitale importanza averne una in ottima salute. E come devono sentirsi adesso i cittadini di Scozia ed Irlanda del Nord, venutisi a trovare tra l'incudine e il martello?

Spero ardentemente che i fatti mi daranno torto. Io desidero che la Brexit sia un successo, che renda il Regno Unito un paese più sicuro e più prospero. Tuttavia in questo momento la sensazione prevalente è che Theresa May abbia fatto saltare in aria il furgone invece di farne esplodere solo le portiere, ed ora voglia lo stesso andarci a fare un giro.