Bosnia, una generazione di ritorno dall'esilio

Articolo pubblicato il 21 agosto 2012
Articolo pubblicato il 21 agosto 2012

Nel 1991, poco prima dello scoppio della guerra, la Bosnia Erzegovina era diventata una terra di profughi. 700.000 persone lasciarono il paese, l'80% si spostò in UE, tra cui 330.000 nella sola Germania. Tra il '96 e il '97 la maggior parte è rientrata in patria ed oggi la Bosnia si trova ad essere la seconda patria di una generazione che ha vissuto l'infanzia in un mondo del tutto diverso.

Si possono incontrare sulla community Couchsurfing, su Facebook o per caso in uno dei caffè o bar di Sarajevo. Ovunque si possono trovare persone che parlano tedesco. "Hi, bist du auch hier?" (Ciao, anche tu qui?). "Ja, ich habe Besuch aus Deutschland" (Sono tornato dalla Germania). "Ich auch! Wir waren gerade einen Kaffee trinken". (Anche io! Stavamo per prenderci un caffè). Dinka ha 23 anni, studia germanistica all'Università di Sarajevo e ha appena incontrato una collega di università nel centro commerciale BBI. Durante la guerra ha vissuto in un paesino della Baviera, si avverte ancora un leggero accento. Per lei, come per molti altri, è naturale parlare tedesco nella vita quotidiana. "Anche la mia migliore amica ha vissuto in Germania e infatti usiamo parole o addirittura intere frasi in tedesco quando parliamo tra noi".

La diffusione della cultura tedesca

Tre canali televisivi tedeschi è quanto rimane, alla maggior parte delle persone rientrate dalla Germania, del periodo trascorso da profughi. Le voci delle trasmissioni di Kabel 1, ProSieben e RTL, grazie al satellite, riempono ancora le stanze degli studenti bosniaci, stavolta tuttavia in case segnate dai bombardamenti. "Se non avessi più guardato la TV tedesca, avrei dimenticato la lingua", di questo Dinka ne è certa. Nikolina, che studia Scienze politiche in Austria, si ricorda quanto sia stato insolito sentire per la prima volta le voci degli attori di How I Met Your Mother in inglese, avendo sempre seguito la soap in tedesco.

Ad altri ragazzi, tuttavia, la lingua ha lasciato un segno più profondo. Asima, oggi ha 23 anni e studia architettura a Sarajevo. Nel 1994 è dovuta fuggire dal suo paese con la famiglia in modo davvero drammatico. Il trauma della guerra non è stato facile da superare, tanto che le prime parole che è riuscita a pronunciare da piccola sono state in tedesco così come le prime parole che è riuscita a scrivere. Asima si sente più vicina alla lingua tedesca che a quella bosniaca e i suoi "ricordi di infanzia sono quasi tutti legati alla nazione che mi ha accolta".

Dopo la laurea in germanistica Jasmina vuole tornare in Germania per diventare interprete.La generazione dei 20-30enni non ha dimenticato la lingua, ha frequentato infatti la scuola in Germania ed era ben integrata nelle classi tedesche. La generazione dei genitori, al contrario, l’ha rimossa. Tuttavia, chi sa parlare bene il tedesco, ha buone speranze di guadagnare, ci spiega Nikolina. Sua sorella ha imparato la lingua, proprio come lei, quando vivevano a Stoccarda, e da allora non è mai più stata all'estero. Oggi lavora in un call center in città in contatto con la Germania. L'accento bosniaco spesso non si nota.

Il gap tra giovani e anziani

Se si parla della patria Bosnia con gli studenti o con giovani istruiti, l'immagine che si percepisce è quella di un paese dal futuro tetro. Passività, corruzione e superficialità contraddistinguono la vita qui più che altrove. L'indice di corruzione calcolato da Transparency International è così alto che vede la Bosnia al 91esimo posto nel mondo, in una lista di 183 paesi, e al quartultimo posto in Europa, prima dell'Albania. In base all'opinione pubblica, la situazione è ancor peggiore. "Il futuro non promette niente", afferma Asima. "I bosniaci sono persone abitudinarie. Non ci piacciono i cambiamenti, anche se il sistema ci stressa". "Mi identifico molto più con i valori della Germania", ammette Dinka.

Halil, che ha vissuto per sei anni a Friburgo, oggi ha 21 anni e studia all'Università di Sarajevo. Pensa che le persone qui "siano delle pecore". Le manderebbe per un po' di tempo all'estero affinché si rendano conto che si può vivere e pensare diversamente. Lo irrita che siano tutti capaci a lamentarsi ma nessuno sia in grado di attuare un cambiamento. Per questo motivo ha fondato un'organizzazione con degli amici per aiutare i bambini con ritardo mentale.

Sembra essersi creato un gap tra i giovani profughi e coloro che hanno vissuto la guerra in prima persona e trascorso l'intera vita in Bosnia, credendo che l'orizzonte finisse con le montagne che circondano Sarajevo. Molti tra coloro che, anche se contro la propria volontà, hanno vissuto all'estero, riescono oggi a muoversi in un contesto più internazionale rispetto ai loro coetanei. Gli anni trascorsi come profughi di guerra sono ricordati come una benedizione o una maledizione. "Il tempo passato in Germania mi ha aperto più prospettive. Con le persone che credono che Sarajevo sia l'ombelico del mondo nemmeno ci parlo", ammette Nikolina. La venticinquenne ha vissuto a Stoccarda, Padeborn, Berlino e Graz, ma sta facendo un semestre Erasmus "a casa", a Sarajevo, perché nonostante tutto le manca la sua patria.

Should I stay or should I go?

Nonostante l'insoddisfazione sia largamente diffusa, l'onda migratoria si fermerà. La bellezza di questa terra e i legami familiari fanno sì che molti giovani bosniaci non se la sentano di voltare le spalle ai Balcani. Tanti, come Asima e Halil, vogliono studiare all'estero, o hanno appena concluso gli studi, come Nikolina e Dinka. Ma c'è un giorno in cui bisogna tornare, questo è chiaro per tutti. Abbandonare i propri genitori alla vecchiaia non è nei loro progetti. E la Bosnia ha anche degli aspetti positivi dei quali i giovani sono già coscienti, altrimenti non sarebbero tornati indietro.

"Quello che manca agli altri paesi è la tranquillità", racconta Asima. Non potersi incontrare spontaneamente in un caffé, non poter parlare per ore in ogni momento della giornata crea nostalgia della propria terra ai bosniaci che si trovano lontano. Nonostante Nikolina consideri l'Austria una seconda patria, sente la mancanza della spontaneità che è invece propria della Bosnia. "Ho capito cosa vuol dire la parola stress non appena ho messo piede qui". È anche sicura del fatto che è nata bosniaca e che per sempre lo sarà. "Per cambiare mentalità ci vogliono molto più di cinque anni".

Testo di Rabea Ottenhues

Quest'articolo fa parte di una serie di reportage sui Balcani realizzati da cafebabel.com tra il 2011 e il 2012, un progetto co-finanziato dalla Commissione Europea con il sostegno della Fondazione Allianz Kulturstiftung. Si ringrazia la redazione locale di cafebabel.com Sarajevo.

Foto di ©Alfredo Chiarappa/alfredochiarappa.com per OERII Sarajevo 2012