Bosnia: quei giovani che sognavano l’Europa

Articolo pubblicato il 30 aprile 2018
Articolo pubblicato il 30 aprile 2018

Dopo venti anni dalla guerra che ha dilaniato il paese, i cittadini della Bosnia-Erzegovina sperano ancora di entrare nell’Unione Europea. Alcuni di loro non aspettano che questo sogno si realizzi, centinaia di migliaia di persone decidono di scappare verso ovest nella speranza di una vita migliore. Altri invece, più emarginati, decidono di restare per poter ricostruire tutto.

Sarajevo. Tarik, seduto sulla panchina di un bar nascosto nel cuore del quartiere ottomano, beve lentamente il suo caffè bosniaco, “una specie di caffè turco, ma più buono”, ci tiene a precisare. In questo primo pomeriggio soleggiato si sente da lontano il richiamo per la preghiera del Dhohr. Qualche ora prima invece si erano sentite suonare le campane della cattedrale di Sarajevo. Ventidue anni dopo la fine della guerra che ha dilaniato la Bosnia-Erzegovina, causando la morte di oltre 100 000 persone, il paese continua a curare le proprie ferite. “Quando è scoppiata la guerra nel 1992 sono riuscito a scamparmela. Per fortuna la nostra vicina croata, che era cattolica, ci ha fatto nascondere in casa sua”, ricorda Tarik, la cui famiglia musulmana sarebbe stata sterminata, così come molte altre famiglie di altre religioni. La città porta ancora le cicatrici di quel periodo, visibili sulle facciate degli edifici bombardati della Sarajevo occidentale. 

Fuori al bar, lungo via Ferhadija, Tarik passa davanti al museo dei crimini contro l’umanità, aperto da poco più di un anno. Frequenta un master all’università di Sarajevo e vorrebbe diventare ingegnere. “Mi piacerebbe restare in Bosnia e costruire qui la mia vita. Emigrare non è la mia più grande ambizione, neanche se potessi trasferirmi in Germania, come sogna molta gente di qui”, ci spiega. Una posizione quasi marginale per un giovane bosniaco, considerando che la maggior parte effettivamente sogna di scappare verso l’Unione Europea.

« Un problema nazionale importante »

Peter Van Der Auweraert non dice altro: "Il problema in Bosnia è rappresentato soprattutto dai bosniaci che si recano nei paesi dell’Unione Europea per lavorare". Dalla sede dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), il coordinatore per i Balcani occidentali aggiunge che "sono 150 000 le persone partite negli ultimi quattro anni, si tratta di un problema nazionale importante". Questo diplomatico, che si occupa di questioni migratorie in Bosnia-Erzegovina, in Serbia, in Macedonia e in Montenegro, si rincresce della fuga della popolazione verso l’UE, di cui la Bosnia-Erzegovina è paese candidato all’adesione dal 2016.​

Oltre al tasso di disoccupazione superiore al 20%, i giovani fanno notare soprattutto la mancanza di prospettive economiche: “con la mia laurea da ingegnere potrei trovare un lavoro qui, ma sarebbe più un’eccezione alla regola”, precisa Tarik. Gli sarebbe piaciuto diventare giornalista, ma sa bene che solo pochi mestieri gli permetterebbero di trovare un lavoro nel suo paese. Non importa, perché quello che preoccupa più di tutto la Bosnia-Erzegovina è la tensione in continuo aumento tra le tre religioni che compongono la federazione (il 50,7% sono musulmani, il 30,7% sono ortodossi e il 15,2% sono cattolici, secondo il ministero degli affari esteri francese). Una divisione tra le fedi che si rispecchia anche nelle etnie dei Bosniaci, Serbi e Croati. Dalla guerra degli anni 90, il paese ha perso un abitante su cinque, ovvero il 19,3% della popolazione. Nel 2016, la Bosnia-Erzegovina era abitata da 3.531.159 persone contro i 4,4 milioni del 1991, un anno prima della guerra.​

"La guerra non era una guerra di religione. La religione è stata usata dai politici per favorire i loro interessi", spiega il padre Hrvoje Vranjes, rappresentante cattolico al consiglio interreligioso in Bosnia-Erzegovina, fondato nel 1997. I membri di questa istituzione, composta da rappresentanti del culto musulmano, ortodosso, cattolico ed ebreo, sono preoccupati per le persistenti tensioni tra le varie comunità. Secondo loro, che facilitano il dialogo interreligioso, i politici utilizzano la religione e danno animo alle tensioni ereditate dalla guerra per favorire i propri interessi. “Nessuno vuole rivivere la guerra, tutti preferiscono andarsene”, spiega Tarik. Sia giovani che adulti vanno alla ricerca della loro fortuna nell’Unione Europea, soprattutto in Germania e a maggior ragione se hanno già dei famigliari che vivono all’estero. Prima della ricerca dell’eldorado il governo tedesco aveva adottato nel 2015 un regolamento per regolare l’immigrazione di persone provenienti dai Balcani. Secondo questo documento, solo 22000 bosniaci sono autorizzati a lavorare fino al 2020.​​

Traffico, transito e rivoluzione dei neonati

In attesa di entrare a far parte dell’UE, la Bosnia-Erzegovina si accontenta di essere un “luogo di passaggio” sia per i propri cittadini che per coloro che sono alla ricerca di una via per entrare nell’Unione. Da quando è stata chiusa la rotta dei migranti nel 2016, per la quale sono passati più di un milione di rifugiati che scappavano dalla guerra e dalla miseria, la Bosnia-Erzegovina si è spostata su una rotta alternativa per quelli che vogliono provare ad entrare nell’UE. Tra il 2016 e 2017, il passaggio illegale di immigrati sul paese è aumentato del 350%, secondo le statistiche dell' OIM, che controlla i flussi migratori della regione.

Certamente da quando ha ricevuto ufficialmente lo status di paese candidato all’adesione, il 20 settembre 2016, la Bosnia-Erzegovina ha stabilito una specie di patto con l’Europa. Se il governo bosniaco vuole offrire ai suoi residenti la possibilità di circolare all’interno della zona Schengen (solo per una durata massima di tre mesi, ndr.), dovrà fare in modo che lo Stato si impegni a controllare le proprie frontiere e freni l’immigrazione illegale. Qualcosa di molto difficile da mettere in atto, secondo Amela Efendic, direttrice del Forum internazionale per la solidarietà-Emmaus. “La Bosnia viene utilizzata dai trafficanti come paese di transito per raggiungere l’UE, ed è sempre più difficile identificare questo traffico di esseri umani, precisa. La polizia non mette a disposizione i mezzi necessari a fermare questi traffici, basta uscire per strada per vedere come i bambini siano obbligati a mendicare.

Proprio come Tarik molti giovani affermano di essere stanchi di dover lottare contro la macchina burocratica del loro paese, che per qualsiasi motivo di cambio di statuto amministrativo (residenza, lavoro) ci impiega molto tempo. Anche lui, che per un periodo ha lavorato all’amministrazione municipale di Sarajevo, si estranea dalla politica: “è tutto talmente complicato e decentralizzato che importa poco la funzione politica che si ricopre, non si ha alcun’influenza per cambiare le cose.

Oltre ad essere divisa in due federazioni (Federazione di Bosnia e Repubblica di Sprska, ndr.), la Bosnia-Erzegovina è altrettanto decentralizzata, in quanto comandata da tre presidenti. Uno per ogni popolo (croato, bosniaco, serbo) con altrettanti governi, parlamenti e strutture amministrative. Un imbroglio amministrativo che era destinato inizialmente a garantire una rappresentanza di tutti ma che in realtà non fa che complicare la vita quotidiana dei cittadini portandoli all’esasperazione. Per esempio nel febbraio 2013 dopo vari disaccordi tra le varie entità è stato impossibile concedere un numero di identificazione nazionale ai neonati e quindi neanche di un documento di identità. Sono state organizzate delle proteste e delle manifestazioni conosciute con il nome di “rivoluzione dei neonati”. Questo è solo uno dei molti esempi delle complicazioni quotidiane che i cittadini devono affrontare.

Il coraggio di restare

Nel quartiere ottomano di Sarajevo, tra i negozi dei vicoletti che sembrano un bazar, Tarik si avvia ad una riunione del suo giornale Preventeen, un giornale fatto dai giovani. Il giovane bosniaco, editore di questa rivista distribuita gratuitamente tra le scuole della Bosnia-Erzegovina, partecipa ad un progetto volto a sensibilizzare gli studenti contro ogni tipo di dipendenza. “è un argomento primordiale. È importante impegnarsi per i giovani in Bosnia, perché sono il futuro del paese”, afferma. Una posizione condivisa anche dal prete cattolico Simo Marsic, responsabile del centro parrocchiale dei giovani di Sarajevo, che si impegna nel dialogo interreligioso: “Vogliamo aiutare i giovani a costruirsi un futuro qui, anche se non è facile. Questi giovani finiscono poi a lavorare nella politica, nell’economia e saranno loro i pilastri della società del futuro”. Le prospettive però non sono rosee, con un tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, di oltre il 20%.

Se molti giovani vogliono lasciare la Bosnia, molti altri ci torneranno. È la storia del giovane sacerdote Pavle Mijovic, professore di teologia all’università cattolica di Sarajevo. Quando aveva 8 anni, la sua famiglia è sfuggita alla guerra rifugiandosi in Croazia, dove lui ha compiuto i suoi studi prima di seguire la sua formazione da sacerdote a Roma. “Quando ero a Roma mi è stato offerto di insegnare a Sarajevo, la mia città natale. Sapevo che se il Signore mi aveva richiamato in Bosnia-Erzegovina era per un motivo valido,” afferma. Impegnato nel dialogo tra le varie religioni della Bosnia-Erzegovina (cattolici, musulmani, ortodossi), ha fondato una formazione di studi interreligiosi e di pace, in collaborazione con le tre facoltà di teologia di Sarajevo. Spera che così facendo verrà posata la pietra per la ricostruzione del suo paese natale. Un’impresa alla quale anche Tarik parteciperà attivamente, dopo aver conseguito il suo diploma da ingegnere. “E poi, se dovessi partire, sarei sicuro di non trovare un caffè del genere da nessun’altra parte", conclude sorridendo.

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