Bosnia Erzegovina: come la politica uccide la cultura

Articolo pubblicato il 01 giugno 2016
Articolo pubblicato il 01 giugno 2016

(Opinione) Alla luce della scomparsa di un'altra istituzione culturale di Sarajevo il futuro della cultura bosniaca rimane più incerto che mai. La causa? L'intervento e l'interesse politico, i piani di profitto e un'oscura ripartizione del budget. 

Dopo trent'anni di immobilità culturale, il Teatro dei Giovani ha assistito a cinque mesi di creatività grazie alle idee dell'attore Mario Drmac, che in questo periodo ha ricoperto la carica di direttore del teatro. Tuttavia alla fine del suo mandato non è stato promosso a regista, cosa che ha infastidito la comunità e le cui motivazioni sembravano essere di natura politica. Drmac si trovava infatti in forte disaccordo con Mirvad Kuric, suo ex collega e attuale Ministro della Cultura e dello Sport.

Una lotta continua

«La cosa peggiore che si possa fare è mischiare la politica con la cultura» sostiene Drmac, che si è dovuto autofinanziare a causa dei budget limitati. «Che buffo, è arrivato il ministro in persona, insieme ad altri membri del ministero, a dirci: "Siamo qui per liberare la cultura dalla politica". Come si fa a liberare la cultura dalla politica se il consiglio di gestione viene orchestrato dai politici stessi?».

A teatro gli spettatori diminuiscono a vista d'occhio. Negli ultimi quattro anni i concerti sono stati dimezzati e il Museo Nazionale è sempre chiuso, fatta eccezione per alcune sporadiche aperture e a dispetto di iniziative come #jasammuzej.

La maggior parte delle istituzioni culturali bosniache lavora con un budget operativo di circa mezzo milione di euro all'anno, decisamente inferiore rispetto agli altri paesi della regione. I giovani artisti fanno molta difficoltà a cominciare nuovi lavori: il paese ospita una cerchia di artisti ben stabilita accompagnata da una forte scarsità creativa, in parte dovuta alla mancanza di denaro. Le ONG tentano di porre rimedio a questo problema, organizzando delle iniziative fondate sulla collaborazione e sull'utilizzo dell'arte per promuovere cause politiche. Ma questo, oltre a risolvere il problema solo in parte, aumenta la consapevolezza della natura misera delle istituzioni culturali bosniache. Mario e il suo team, nei cinque mesi di lavoro, hanno riportato in scena quattro vecchie opere che non erano in programma ormai da molto tempo. Hanno organizzato la première di un nuovo spettacolo, e hanno rilanciato il programma dell'Anno Nuovo del Teatro dei Giovani, che non si vedeva in scena da più di trent'anni. Un'opera dell'Anno Nuovo peraltro ha riportato a teatro 6000 persone in un mese: un'impennata del 100%. Il team di Mario ha inoltre ottenuto un profitto per le spese di manutenzione pari al doppio del budget a disposizione del teatro: 11.500 euro.

Uno spettacolo di gladiatori

Il padre di due bambine mi racconta che lui e sua moglie portavano le loro figlie allo spettacolo di burattini almeno due volte alla settimana: «Le bimbe lo adoravano. Ma immagino che non lo faranno più, adesso». C'è un'evidente punta di ironia nella sua affermazione, visto che il teatro metterà in atto un progetto di ristrutturazione di più di 125.000 euro per riportare a nuovo le finestre, i muri e il tetto del teatro, tutte cose iniziate da Mario e dalla sua squadra. Il dibattito Drmac-Kuric ha ancora una volta messo in luce l'immaturità e l'inappropriatezza dei giornalisti bosniaci: riportano i fatti come se stessero assistendo a uno spettacolo di gladiatori prendendosi la libertà di aggiungere dettagli, invece di comunicare i fatti in maniera imparziale. Una delle interviste in primo piano a riguardo, piena di dita puntate, accuse e sceneggiate alla "ma lei ha detto, ma lui ha detto", è un esempio lampante di cosa sia la politica in Bosnia. La convinzione di Mario che l'arte non debba mettere in luce i problemi politici è più vera che mai, vista l'indifferenza collettiva che sta dilagando. Questo surreale stauts quo è diventato così normale da aver portato a una segmentazione della società: le persone vivono nella loro bolla e si guardano bene dal farsi coinvolgere nel caos machiavellico che le circonda.

Il futuro è là fuori

I registi, gli artisti, i musicisti e gli scrittori bosniaci vincono moltissimi premi in tutto il mondo, pur non essendo la produzione nazionale assolutamente rigogliosa. Iniziative come la legge audiovisiva proposta recentemente, che ha lo scopo di ottenere un supporto finanziario più cospicuo, rappresentano un momento di tregua dall'impasse politico e costruiscono le basi per un futuro luminoso in campo artistico e culturale.

Fino ad allora, però, il consiglio che Mario dà ai giovani è di trovare un posto dove «la cultura sia fiorente e in grado di supportare al 100% la loro creatività e le loro aspirazioni, al riparo dalla politica».

Quest'incertezza spazio-temporale è un esempio poco fortunato per i bosniaci della mia generazione, e ci ha fatto perdere la certezza di poter creare il nostro futuro qui. Come disse una volta l'autore bosniaco Karim Zaimovic: comunque vada, il futuro di Sarajevo sarà come un enorme puzzle, e ci vorranno anni prima di rimettere insieme tutti i pezzi dispersi. Ma per la nostra generazione fare ciò potrebbe anche voler dire andare a cercarseli da un'altra parte, questi pezzi.