Bomeur di buon umore

Articolo pubblicato il 06 dicembre 2012
Articolo pubblicato il 06 dicembre 2012
La crisi stuzzica l'ingegno. Ecco allora che, grazie al tempo libero coatto regalato dalla disoccupazione, per colmare l'accidia tipica della mancanza di orizzonti, fioriscono neologismi sempre più stravaganti. Alcuni sono divertissement effimeri e non tanto duraturi, ma talvolta danno vita a vere e proprie personalità. Un esempio? Il bomeur.

L'abilità nei giochi di parole è da tempo immemore una qualità tutta francese. L'arte di giocare con le parole, in questo caso con le iniziali, resa popolare a suo tempo da Boby Lapointe, torna alla ribalta visto che il 25,2% della popolazione non ha niente di meglio da fare che riempire le giornate con questi piccoli piaceri linguistici. Ecco come nasce “bomeur” – contrazione delle parole “bobo” e “disoccupato” – una maniera originale, e anche un po' aristocratica, per definire un non tanto ordinario disoccupato. Stando a quanto dice il magazine francese Les Inrocks, il termine l'invenzione di un giovane e annoiato "bomeur" francese di 28 anni. Nathanaël che, una volta disoccupato, ha deciso di aprire un Tumblr sul quale ha dipinto il ritratto del bomeur proponendo la sua definizione: “Un giovane che aveva un lavoro e, una volta disoccupato, decide di rimanere tale”.

L’uomo colpito dalla crisi si caratterizza anche per il suo look: capelli medio-lunghi, barba non rasata da 3 giorni, jeans e scarpe da tennis. Insomma, un hipster senza lavoro. Bisogna comunque rendersi conto di una cosa: attualmente la disoccupazione non ha frontiere. E i francesi non sono i soli ad avere tempo libero a disposizione da dedicare ai neologismi. Per dire il vero, gli inglesi do it better. In effetti, una decina di espressioni inglesi qualificano il disoccupato come una persona astuta, tra cui: “funemployed” (disoccupato felice), “dole doger” (letteralmente disoccupato furbacchione), “moregeoise” (colui che cerca di avere più degli altri) o ancora “neet like nini”(colui che mangia solo prodotti delle sue parti).

La Spagna e la Polonia, rispettivamente con il 52,9% e il 25,9% di giovani in cerca di lavoro, si sono sentiti in dovere di creare i loro neologismi. Per gli spagnoli, il bomeur diventa il “pijipi” – sintesi della parola “pijo” (snob/ricco) e “jipi” (hippy). Per i polacchi, invece, bomeur diventa "Niebieski ptak" - o “l’uccello blu” che fugge le difficoltà e la dura realtà della vita quotidiana. Quelle, per esempio, che vedono coinvolti i giovani tedeschi pur conoscendo – almeno l’8% di loro – le gioie della vita. Così, in Germania i disoccupati, o almeno quelli spensierati e felici di esserlo, vengono indicati come “Tunix” (menefreghisti) la cui radice rimane gallica perché è ispirata ai fumetti di Asterix e Obélix.

Infine, gli italiani, quando si tratta di parlare di loro, tirano fuori parole dall’inglese. Li abbiamo conosciuti come “choosy (esigenti) e sono diventati “NEET” (“Not in Education, Employment or Training” in italiano né-né – inattivi convinti, senza nessun impegno relativamente all’istruzione, al lavoro o a tirocini vari). Rimangono quindi bomeur a vita. Nathanaël ci tiene a ricordarcelo pubblicando settimanalmente sul suo Tumblr “I 6 must del Bomeur” (le sei cose da fare del Bomeur). In previsione per questa settimana: una mostra, una partita di calcio, una giornata in famiglia, una passeggiata, un giro per negozi e un metro di pizza. Dura la vita per i bomeur.

Foto © Drew Stewart/flickr ; (Sito ufficiale); illustrazione ©Henning Studte