Bombay Bicycle Club: intervista a Parigi

Articolo pubblicato il 25 aprile 2014
Articolo pubblicato il 25 aprile 2014

La band lon­di­ne­se Bom­bay Bi­cy­cle Club ha sca­la­to le clas­si­fi­che con il quarto disco, So Long, See You To­mor­row, ag­giun­di­can­do­si il podio della hit-pa­ra­de in­gle­se. Ca­fé­ba­bel ha in­con­tra­to il can­tau­to­re del grup­po, Jack Stead­man. In­ter­vi­sta.

Siamo da­van­ti al lo­ca­le pa­ri­gi­no "Le Tra­bendo" e stia­mo per in­con­tra­re i Bom­bay Bi­cy­cle Club, uno dei grup­pi più po­po­la­ri del Regno Unito. Scor­gia­mo da lon­ta­no Jack Stead­man che sta ve­nen­do verso noi, sfog­gian­do un sor­ri­so e la sua chi­tar­ra in­tor­no al collo. Ci fa en­tra­re nel pul­mi­no con cui il grup­po è in tour­née e ci offre al­cu­ne bot­ti­glie di birra avan­za­te la sera prima. Il pul­mi­no è di­ven­ta­ta la sua se­con­da casa. Ci con­fes­sa, con iro­nia, che il par­cheg­gio die­tro a Le Tra­bendo non è di certo il posto mi­glio­re di Pa­ri­gi dove in­con­trar­si. È quel­lo che ab­bia­mo pen­sa­to anche noi. Ci sono muc­chi di fango e im­pal­ca­tu­re dap­per­tut­to. Anche se i com­po­nen­ti hanno tutti meno di 25 anni, i Bom­bay Bi­cy­cle Club hanno già alle spal­le dieci anni di sto­ria. Men­tre Jack, il can­tau­to­re del grup­po, ci parla, ap­pog­gia le mani su un cu­sci­no. Sem­bra quasi che voglia farle riposare prima del con­cer­to in pro­gram­ma a Pa­ri­gi la sera stes­sa.

Café Babel: Come sta an­dan­do la tour­née?

Jack Stead­man: I con­cer­ti hanno sem­pre alti e bassi. Ab­bia­mo aper­to la tour­née a Bru­xel­les, ci siamo esi­bi­ti ad Am­s­ter­dam, Copen­aghen, Am­bur­go ed ec­co­ci ora a Pa­ri­gi. I con­cer­ti in Scan­di­navia sono stati paz­ze­schi; non ave­va­mo mai suo­na­to là prima, per que­sto la folla era in vi­si­bi­lio. L'ul­ti­mo con­cer­to ad Am­bur­go, in­ve­ce, è stato un po' stra­no. Cre­de­vo che in Ger­ma­nia pre­fe­ris­se­ro le can­zo­ni hard-rock delle ori­gi­ni, che sono più ener­gi­che ed ac­com­pa­gna­te prin­ci­pal­men­te dalla chi­tar­ra; quan­do ab­bia­mo suo­na­to le can­zo­ni del­l'ul­ti­mo disco, in­ve­ce, che hanno in­fluen­ze più orien­ta­li e un ritmo più de­li­ca­to, il pub­bli­co è ri­ma­sto un po' sor­pre­so.

CB: Avete no­ta­to una rea­zio­ne di­ver­sa da parte del pub­bli­co nelle città in cui vi siete esi­bi­ti ora ri­spet­to alla prima volta?

JS: Il bello di ri­tor­na­re ad esi­bir­ti nelle stes­se città è ren­der­ti conto di quan­to sei cam­bia­to, pur fa­cen­do le stes­se cose. Un anno fa, in­ve­ce, i con­cer­ti erano to­tal­men­te di­ver­si: non ci pren­de­va­mo sul serio, fa­ce­va­mo bal­do­ria tutto il tempo, era­va­mo spes­so sbron­zi e a volte i con­cer­ti la­scia­va­no a de­si­de­ra­re. Ab­bia­mo im­pie­ga­to due anni per in­ci­de­re il disco e ci ab­bia­mo messo tutta l'a­ni­ma. Siamo in tour­née e vo­glia­mo fare con­cer­ti di qua­li­tà. Siamo cam­bia­ti ri­spet­to agli anni tra­scor­si quan­do pen­sa­va­mo solo a di­ver­tir­ci e fare festa.

CB: Credi sia utile leg­ge­re i gior­na­li?

JS: Per nulla, ma non posso farne a meno. Ho tro­va­to il mio posto fe­li­ce ades­so e sin­ce­ra­men­te non mi in­te­res­sa. Fino a quan­do fac­cia­mo con­cer­ti e il pub­bli­co ama la no­stra mu­si­ca, stia­mo bene così.

CB: Sono stato a un vo­stro con­cer­to a Cam­brid­ge e mi sono sca­te­na­to. Come vor­re­ste che il pub­bli­co rea­gis­se alla vo­stra mu­si­ca?

JS: Vo­glio solo che le per­so­ne si di­ver­ta­no.

CB: Quale mes­sag­gio vor­re­ste pas­sa­re con la vo­stra mu­si­ca?

JS: Non credo che la mu­si­ca debba avere un mes­sag­gio, ma come band vor­rem­mo che il pub­bli­co de­si­de­ras­se es­se­re sul palco in­sie­me a noi. Siamo ra­gaz­zi nor­ma­li senza sche­le­tri nel­l'ar­ma­dio. Sul palco sem­bria­mo dei tipi stra­ni e im­bra­na­ti ma non è fin­zio­ne per­ché siamo così anche nella vita reale. Il fatto che ci siamo au­to­pro­dot­ti con pochi soldi e che siamo schiz­za­ti in cima alle clas­si­fi­che in In­ghil­ter­ra è un mes­sag­gio forte: non serve ve­stir­si alla moda o ti­rar­se­la come fanno tutte le rock­star. Non serve nem­me­no spen­de­re una for­tu­na per tro­va­re il mi­glior pro­dut­to­re; basta amare la buona mu­si­ca.

CB: Segui la po­li­ti­ca?

JS: Al con­tra­rio. 

CB: Cioè?

JS: Non mi in­tres­sa. 

CB: Ti è mai ca­pi­ta­to di ve­de­re la po­li­ti­ca come musa ispi­ra­tri­ce?

JS: Mai. (si­len­zio) Mi la­scio gui­da­re da in­fluen­ze mu­si­ca­li. L'i­spi­ra­zio­ne non ha nulla a che ve­de­re con ciò che ac­ca­de in­tor­no.

CB: Quali sono state le tue in­fluen­ze mu­si­ca­li quan­do hai ini­zia­to a suo­na­re?

JS: Al­l'i­ni­zio Flea e John Fr­us­ciante. Avevo tre­di­ci anni e avevo ap­pe­na ini­zia­to a suo­na­re il basso. Poi tutto è ve­nu­to da sé e mi pia­ce­va da matti quel­lo che fa­ce­vo. 

CB: Avevi un piano "B" in tasca quan­do an­da­vi a scuo­la? Op­pu­re hai già pen­sa­to a qual­co­s'al­tro da fare se do­ves­se fi­ni­re tutto oggi?

JS: Con­clu­so il liceo avevo in­ten­zio­ne di im­pa­ra­re il fran­ce­se al­l'u­ni­ver­si­tà. Avevo una casa a Man­ches­ter. Ma da al­lo­ra ho ini­zia­to a com­por­re mu­si­ca e sa­pe­vo che quel­lo sa­reb­be stato il mio me­stie­re. Per que­sto non ho mai pen­sa­to ad un altro la­vo­ro. Fin da bam­bi­no sono sem­pre stato si­cu­ro che sarei di­ven­ta­to un can­tau­to­re. Non so per­ché ma credo che la mu­si­ca sia l'u­ni­ca cosa in cui posso ri­por­re la mia fi­du­cia.

CB: Da qui a pochi anni, come vor­re­sti im­pie­ga­re il tuo tempo li­be­ro?

JS: Ho due piani. Il primo è apri­re un lo­ca­le jazz, an­co­ra non so dove ma non credo a Lon­dra, come uno di quel­li che ho visto a Tokyo. Vado a Tokyo ogni anno solo per com­pra­re di­schi. I ne­go­zi lag­giù sono gran­di come que­sta stan­za (forse 10 m2), c'è un com­mes­so die­tro al ban­co­ne cir­con­da­to da 10.000 di­schi e due casse enor­mi agli an­go­li. È una sorta di bi­blio­te­ca dove la gente va per ascol­ta­re mu­si­ca in si­len­zio. Mi ha su­bi­to con­qui­sta­to. Non ho visto nulla di si­mi­le al­tro­ve, per que­sto mi pia­ce­reb­be aprir­ne uno ugua­le, tutto mio.

Inol­tre, vor­rei di­ven­ta­re un mac­chi­ni­sta. Credo che sa­reb­be un ot­ti­mo la­vo­ro per­ché ti li­be­ra la mente, ma credo che non suc­ce­de­rà mai: rie­sco a ma­la­pe­na a gui­da­re l'au­to.

CB: Da dove viene la mu­si­ca Bol­ly­wood che si sente nel disco?

JS: Dal film Nagin che parla di un in­can­ta­to­re di ser­pen­ti. Ho tra­scor­so un mese a Mum­bai dove ho ascol­ta­to molte can­zo­ni e ac­qui­sta­to molti di­schi. Il tema mu­si­ca­le è ispi­ra­to a tutto que­sto ma è solo un pic­co­lo as­sag­gio.