Bisogno di Turchia

Articolo pubblicato il 04 febbraio 2003
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Articolo pubblicato il 04 febbraio 2003

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Jean-Michel Belorgey, membro del Consiglio dEuropa, ci consegna unanalisi di fondo, prima delluscita del suo prossimo lavoro. Riguardo la questione delladesione turca allUnione Europea, è falso credere che sia urgente aspettare.
LEuropa deve procedere ad una rivalutazione dei suoi aprioristici giudizi negativi nei confronti della Turchia, e considerare la possibilità che questultima rappresenti probabilmente uno dei paesi candidati alladesione che più ha da offrire agli europei.

Riguardo la questione delladesione turca allUnione Europea, è falso credere che sia urgente aspettare. O meglio, lEuropa, ben più della Turchia, potrebbe, un giorno, avere di che rimpiangere sui suoi indugi. Allingresso della Turchia nellUnione, non rappresentano delle contro indicazioni plausibili né il cedimento del blocco sovietico la cui preoccupazione di evitare che linfluenza non aumentasse sulleconomia o sulla politica turca ha probabilmente fortemente contribuito, quanto alle spinte provenienti dallinfluenza americana, alla buona accoglienza riservata nel 1959, alla domanda turca di associazione né laccelerazione dellintegrazione allEuropa di una Grecia che non aveva, alla fine degli anni 60, molto da offrire, oltre alla sua vocazione allintegrazione, in termini economici o in termini politici, rispetto alla Turchia di allora, o di oggi, (è un danno del resto chessa si sia accanita periodicamente come nel 1985, nel 1988, nel 1994, e più ancora oggi per ostracizzare la Turchia). Non rappresentano neppure ostacoli maggiori, levoluzione delle istituzioni e della vita politica turca. Né la trasformazione di uneconomia che persiste a mostrare debolezze, alcune gravi, capace tuttavia di distinguersi anche per spettacolari passi in avanti. AllUnione Europea, inoltre, la Turchia porterebbe due carte vincente rilenatissime: in primo luogo, una frontiera con lAsia, più in particolare con lAsia centrale ex-sovietica turcofona, ed il Medio Oriente iraniano ed arabo, frontiera di cui, a differenza della Russia, straordinariamente presente commercialmente in questa regione, non dispone al momento, e verso cui non possono trovar spazio relazioni transmediterranee col Magreb; in secondo luogo, lesperienza diretta della gestione, come parte integrante di uneredità spirituale e culturale, senza le ambiguità e gli handicap di un passato di relazioni coloniali o di una condizione minoritaria (comè il caso dei paesi dellex-Iugoslavia, di una religione): lislam, che deve smetterla di nutrire i fantasmi e le paure delloccidente europeo, che, a questo prezzo, potrebbe forse anche volerlo.

Le freddezze europee

Da dove viene, nella considerazione che seguita ad imperversare in certi mezzi dirigenti europei, questa sorta di allergia verso una partnership turca? Non certamente, comè evidente, qualunque possa essere la pertinenza degli argomenti esplicitamente avanzati, dalle insufficienze che esistono nella democrazia politica turca. Non ancora dallinstabilità, innegabile, delleconomia del paese. Né dalle carenze risultanti in materia di politica sociale. Per un verso semmai, e bisogna convenirne purtroppo, dal confuso ricordo della persistente minaccia turca nelle regioni meridionali dellEuropa cristiana, e dalle violenze che han segnato tanto la caduta del regime imperiale quanto lavvento della Repubblica. Per un altro verso dal timore del peso e del dinamismo demografico turco. Ovverossia, dalle ondate migratorie che, rinvigorite da questo dinamismo e dalle disuguaglianze del tenore di vita tra la Turchia ed il resto dellEuropa, potrebbero usufruire rapidamente della libera circolazione degli individui, che costituisce, assieme alla libera circolazione delle merci, uno dei pilastri fondamentali dellintegrazione europea. Ma anche, ci si pensa poco e tuttavia è un dato che ha il suo peso, per le ricadute che si avrebbero in termine sullequilibrio politico europeo, dalle istituzioni stabilizzate, larrivo di un paese di circa 70 milioni di abitanti. Ci si sarebbe decisamente dimenticati, nellEuropa dellovest, il ruolo che la Turchia fin dal XVIesimo secolo, fino agli inizi del XXesimo, ha giocato, in parecchi casi decisivo nello scacchiere europeo, e che la formula ironica in uso per designare era certo luomo malato, ma dellEuropa? Cosa che, molto prima di Ataturk, e fin da Tanzimat, giustificavano ampiamente le scelte riformatrici, (almeno quanto quelle di molti altri governi europei), della Porta. Ci si sarebbe dimenticati quale peso ha avuto, durante la seconda guerra mondiale, la neutralità turca?

Un modello politico turco?

Se la democrazia turca non è perfetta ma quid della Grecia dei colonnelli? ci sono, in parecchi campi, delle lezioni da imparare. In materia, anzitutto, di quella che i turchi definiscono essi stessi laicità, e che, non avendo tantissimo a che vedere con la laicità francese, e non priva di scorie, è la sola costruzione che abbia permesso ad uno stato di tradizione musulmana di fornire un base duratura per lesercizio di questa religione, una religione questa, che non ha trovato nessun altro ruolo negli altri paesi dellEuropa, e che, bisogna insisterci, forse per esser stata sempre percepita come una religione allogena, non ha trovato uno status adeguato. Poche società come quella turca, inoltre, attestano in materia di vita associativa, una vitalità analoga a quella di cui questa fa prova, tanto sul territorio nazionale tanto nelle sue comunità al di fuori. Quanto alle debolezze con cui le istituzioni e la vita politica turche continuano ad esser macchiate, bisogna cominciare col convenire che loccidente non abbia in certe circostanze guerra dellAfghanistan, guerra del Golfo trovato ripugnante adattarsi, a costo di tirarne ulteriormente pretesto per nutrire il suo disdegno. Non si vede poi, perché largomento dello stivamento politico, che è potuto essere avanzato per accogliere altri paesi in seno alla comunità europea, non varrebbe per la Turchia; ivi compreso nella prospettiva di contribuire alla soluzione di problemi tanto delicati come la questione curda, o quella di Cipro, o ancora, il contenzioso, arricchitosi senza sosta di nuove controversie vedi le acque territoriali del Mare Egeo fra greci e turchi.

Rivalutare leconomia turca alla luce degli altri paesi europei.

Se leconomia turca resta instabile, rosa dallo squilibrio dei conti interni e dallinflazione, non bisogna far passare sotto silenzio per alcun motivo: anzitutto il comportamento, in passato, dellUnione Europea o di alcuni dei suoi membri; lembargo che colpisce lIraq, che sterilizza lattività degli oleodotti fra lIraq e il mediterraneo senza che si profilino, in sostituzione, salvo che per chiudere il Bosforo alle petroliere russe (ciò che forse risulterebbe ecologicamente necessario, ma politicamente difficile), oleodotti fra Russia-Anatolia-Mediterraneo. Bisogna misurare anche cosa sia stato, a partire dagli anni 70, lo sforzo di apertura e di ammodernamento di uneconomia precedentemente resa introversa e contrassegnata dallinterventismo statale; lo sforzo di riequilibrio tra le zone occidentali o di ponte tradizionalmente evolute, e lest anatoliano; lo sforzo di sviluppo delle infrastrutture, (dighe rispondendo, alcune, alloccorrenza, a preoccupazioni tuttaltro che economiche aeroporti, autostrade, reti di trasporti interurbani, reti urbane di distribuzione dellacqua e di risanamento del parco immobiliare parchi immobiliari di una qualità di cui Spagna, Italia del sud, Grecia, parecchie zone di deindustrializzazione dellEuropa del nord, la maggior parte dei paesi dellest in odore di adesione non potrebbero vantare). Non è neanche una debole carta vincente, per la Turchia non avere, malgrado gli sforzi nello sviluppo industriale, sacrificato la sua agricoltura, ed esser rimasta così autosufficiente sul piano alimentare. Ci si può forse a buon diritto allarmarsi sullimportanza delleconomia sommersa che, oltre a porre per le finanze pubbliche turche dei problemi temibili, è difficilmente compatibile con una regolazione delleconomia del tipo comunitario. Ma lItalia del sud? E la Polonia?

Se le politiche sociali turche restano poco sviluppate, ed esse lo restano, in materia di lotta contro le disuguaglianze, di sviluppo di contratti collettivi tra le parti sociali e di libera regolazione dei conflitti sociali, in materia di sanità, di protezione sociale in generale, e più in particolare di protezione dellinfanzia lavoro infantile come delle persone anziane e dei portatori di handicap, queste ultime vanno purtroppo di pari passo, per mancanza di vere politiche sociali comuni, con parecchi altri paesi dellUnione. Ivi compreso nel campo della divisione del PIL tra redditi da capitale e redditi da lavoro, o su quello del regime giuridico dei contratti collettivi e del ricorso allo sciopero, e questo rispetto a paesi che son stati fra i primi a diventar membri.

La vitalità demografica della Turchia: una carta vincente per lEuropa

Che la demografia turca possa inquietare paesi in preda allisteria patologica di vedersi sommergere da ondate migratorie, non è un fatto propriamente sorprendente. La popolazione turca è raddoppiata in 30 anni. Lesodo rurale è aumentato parecchio nello stesso periodo, e la proporzione della popolazione urbana rispetto alla popolazione totale è altresì raddoppiata. Certi agglomerati hanno visto, in un quarto di secolo, il numero dei loro abitanti accrescersi di dieci, addirittura venti volte. Senza che la strategia di sviluppo urbano sia sempre stato compatibile con la sfida al rialzo (sebbene lo sia stata spesso, e nonostante il fatto che la Turchia conosce ben poco fenomeni come le bidonville e la delinquenza). Resta il fatto che la diminuzione demografica dei paesi membri dellUnione rende necessario, anche se è difficile che se ne voglia convenire, un apporto di sangue nuovo; non saranno i vecchi paesi demograficamente (parzialmente del resto) esausti promessi alladesione, a dare in questo campo un contributo. La Turchia può invece darlo. Trabocca di vitalità. Una vitalità aperta al mondo. Parecchi grandi scrittori turchi per lo più donne scrivono in tedesco, in inglese. Una grande fetta della manodopera chè in grado di proporre è qualificata, e, che lo sia o meno, intraprendente esistono più di 50.000 piccole imprese turche in Europa. Una qualifica ed un spirito di impresa che non saranno costati caro, in spese di educazione e di aiuti alla creazione di imprese, ai contribuenti europei. Questi potrebbero, allora, esser sollecitati a sopportare una parte dei costi di transizione che ne verrebbero, è vero, inevitabilmente, salvo che non si voglia far andare in malora tutta loperazione, per la realizzazione degli adeguamenti necessari, in caso di adesione, fra leconomia turca e le altre economie europee. È un peccato, quanto a ciò, ed in materia di libera circolazione dei lavoratori, che limpegno contratto dallUnione allepoca della conclusione dellaccordo di associazione sia stato, fin da prima del colpo di stato militare del 1980, disatteso, e che quelli con cui, nel 1995, è stata infarcita la conclusione dellaccordo di unione doganale non siano rispondenti ai bisogni turchi.

LEuropa deve fare delle concessioni

Forse la Turchia stessa avrebbe, del resto, ragioni fondate per bussare alle porte dellUnione, più che per uno sforzo di solidarietà degna di questo nome, per un certo numero di pianificazioni nelle strategie economiche che oggi le appartengono. Sbaglierebbe se non lo facesse; ogni adesione si negozia, soprattutto quando apre al partner nuove prospettive. È questo ciò di cui, dopo aver fatto prova per un certo tempo, di unumiltà eccessiva, e dopo aver recentemente dato alcuni pegni di bon-ton - labolizione della pena di morte , diventano a poco a poco coscienti numerosi responsabili turchi. Al punto, per alcuni di loro, di far nascere dei dubbi, nel caso in cui la Commissione ed il Consiglio dellUnione persistessero nella loro freddezza sia sul calendario delladesione, sia sulle sue condizioni, circa lutilità stessa di inseguire limmane impresa. Si può di fatto immaginare, per la Turchia, altri destini oltre lEuropa. AllEuropa probabilmente non tornerebbero i conti. La solidarietà regionale che ha, in modo più o meno convincente, contribuito a promuovere (OCDR, ZCEMN, Acqua per la pace), lintensità dei suoi scambi coi paesi dellAsia centrale e del Medio Oriente, lungi dallessere in contraddizione con la sua vocazione europea, appare al contrario come complementare a questultima, e promettente per una Europa che si mostrasse accogliente. È ciò che danno chiaramente a intendere le cifre dinsieme del commercio estero turco. E allora? Voltarsi indietro a Lepanto. Non fare della Turchia, come diedero inopportunamente a intendere gli Stati Uniti nello stesso momento in cui facevano mostra di voler forzare la mano allEuropa per farvela giungere o per meglio aizzarla? un tipo di bastione avanzato di un occidente in guerra, ma il catalizzatore per un riesame delle mosse della solidarietà europea, e lanello di un dialogo rinnovato col vicino Oriente.