Berlino, oltre il "Mall della Vergogna"

Articolo pubblicato il 07 gennaio 2015
Articolo pubblicato il 07 gennaio 2015

La capitale tedesca sta costruendo il più grande centro commerciale del paese. Per farlo, la città ha ingaggiato manodopera rumena a basso costo. Uomini che si ammazzano di lavoro in un cantiere monumentale e che aspettano ancora di essere pagati. Uno di loro ha accettato di raccontarci la sua storia, dopo una notte passata nella sua macchina.

Gioni è molto arrabbiato col suo vecchio datore di lavoro. Originario di Bucarest, questo baldo giovane di 28 anni dall'aria affaticata fa parte delle dozzine di operai rumeni che hanno lavorato al cantiere della "Mall di Berlino" e che aspettano ancora, diversi mesi dopo l'inaugurazione del mastodonte di vetro e calcestruzzo, di ricevere i salari irrisori che gli erano stati promessi. «Mi hanno rubato non solo i miei diritti, ma anche la dignità», sbotta in una lingua in cui si mescolano parole di inglese, tedesco e italiano.

"Mall of Berlin" è il nome del nuovo centro commerciale gigante che ha aperto le sue porte in gran stile lo scorso settembre, con tanto di fuochi d'artificio, di celebrità del piccolo schermo e persino del sorriso ammaliante di Klaus Wowereit, il vecchio "governatore-sindaco" della capitale tedesca, che ha appena lasciato il potere dopo tredici anni controversi.

Operai rumeni per 5 euro l'ora

Situata a due passi dalla Porta di Brandeburgo e di un celebre vestigio del Muro di Berlino su Piazza Potsdamer, la gigantesca galleria commerciale ospita 270 negozi su quasi 100 000 metri quadri, nel centro della Berlino moderna ed ultra-turistica che si è sviluppata dopo l'Unificazione. Tra un anno, quando i lavori di ingrandimento in programma saranno terminati, Mall of Berlin diventerà il più grande centro commerciale della Germania. Il tutto per più di un miliardo di euro. Le migliaia di ore di lavoro di Gioni e dei suoi connazionali recentemente arrivati dalla Transilvania o da altrove, però, sono secondarie.

Gioni non aveva mai lavorato in un cantiere all'estero. L'estate scorsa, a Bucarest, ha accettato l'offerta di un'agenzia che proponeva agli operai rumeni dei contratti di tre mesi per costruire un centro commerciale a Berlino. Nonostante il viaggio per Berlino fosse a sue spese, Gioni era felicissimo. Era l'occasione giusta per guadagnare molti soldi: 3.000 euro in tre mesi, è decisamente meglio del salario medio in Romania, che si aggira sui 500 euro al mese. Arrivato sulle rive della Sprea, Gioni ha perso subito il suo entusiasmo. «Lavoravo dalle 10 alle 12 ore al giorno, 6 giorni alla settimana, per 5 euro l'ora - dice - Eravamo alla mercé dei nostri superiori, senza possibilità di ricorso».

In Germania, e in particolare nelle Laender dell'Ovest e a Berlino, il settore dell'edilizia garantisce un salario minimo legale di 10, 11 euro lordi l'ora per gli operai non qualificati. Questo salario minimo può essere più elevato (fino a 14, 20 euro l'ora) se l'operaio è qualificato e svolge mansioni di alta specializzazione. In altre parole, nel caso dei lavoratori rumeni, il dumping sociale è palese. Ciononostante, la classe politica berlinese mantiene il silenzio.  

Mall of Shame

Per tre mesi, Gioni ha dovuto dormire in una macchina «cinque notti a settimana», spiega indignato. Secondo l'Unione dei Lavoratori Liberi, un sindacato indipendente, il solo alloggio messo a disposizione degli operai rumeni era un bilocale occupato a turno da una quindicina di operai alla volta. L'appartamento, fornito di una sola doccia che funzionava 20 minuti al giorno, gli era stato affittato per 1.800 euro al mese, un prezzo decisamente più alto di quello applicato sul mercato. Ma gli immigrati, che non conoscono né i loro diritti, né la lingua locale, non hanno altra scelta.

Oggi non si possono permettere nemmeno questo alloggio precario, e sono tutti in strada. «Il mio datore di lavoro mi deve ancora più della metà del mio salario», sbotta Gioni. Un collega molto meno fortunato ha ricevuto solo 900 euro per tre mesi di lavoro. Un altro, appena 100 euro. E, secondo i diversi comunicati diffusi dai media locali, sono tra 24 e 40 gli operai in questa situazione terribile. Un rumeno chiede ai giornalisti: «Bisogna rubare per sopravvivere? Diventare criminali? Non abbiamo nemmeno i soldi necessari per tornare in Romania!».

Numerosi operai, al posto del denaro che ancora aspettano, hanno ricevuto minacce e intimidazioni, confida Gioni. «Viviamo nella paura, ma io mi rifiuto di stare zitto». Dopo quattro settimane, gli schiavi protestano in piccoli gruppi davanti all'ingresso della Mall of Berlin. Erbaut aus Ausbeutung: "Costruito da lavoratori sfruttati", dice il loro manifesto. La Mall of Berlin è diventata la Mall of Shame, un po' come il "Muro della Vergogna" che ha diviso Berlino in due per ventotto anni.

In tutto, i due appaltatori in causa devono circa 33.000 euro di salari non pagati ai loro lavoratori importati dalla Romania. Le due società, Openmallmaster GmbH e Metatec Fundus Gmbh, sono sparite da quando è scoppiato lo scandalo, a ottobre. L'investitore Harald Huth, proprietario del Mall of Berlin, si limita a ripetere ai media che lui ha pagato tutte le sue fatture agli appaltatori e che non può fare niente per gli operai che, la settimana scorsa, hanno incassato un altro duro colpo: il promotore immobiliare, la società Fettchenhauer Controlling & Logistics, ha dichiarato bancarotta. Per Gioni e i suoi connazionali la speranza di ricevere i propri stipendi è più lontana che mai. 

Sabato 6 dicembre, il sole brilla timidamente dopo diversi giorni di pioggia. La frenesia degli acquisti di Natale sale, ma non per tutti. Berlinesi e turisti, dimentichi delle proteste degli immigrati proprio davanti ai loro occhi, passano tra le vetrine dei negozi. In coda, un corteo di circa 500 persone, operai rumeni e sindacalisti tedeschi, fa il giro della Mall of Berlin, fino a Potsdamer Platz, sotto una numerosa scorta di poliziotti.

"Mall della Vergogna, paga i tuoi operai" ripetono in più lingue i manifestanti.  Gli spettatori, prima di riprendere il giro dei negozi, osservano questi disordini con distacco. I volantini del sindacato FAU finiscono presto nella pattumiera: la lotta dei muratori dei Carpazi per ottenere il proprio salario non appassiona le folle.