Berlino: i rifugiati a scuola di teatro, l'integrazione passa anche da qui

Articolo pubblicato il 08 agosto 2016
Articolo pubblicato il 08 agosto 2016

Nel 2015 in Germania si è dato il via a una particolare iniziativa di accoglienza nei confronti dei rifugiati: ogni settimana le Wilkommensklassen berlinesi vengono invitate a partecipare a laboratori di teatro gratuiti organizzati all'interno della prestigiosa Staatsoper della capitale tedesca. Siamo andati a vedere di che si tratta.

Sono circa 10.200 i rifugiati arrivati a Berlino da gennaio, e si stima saranno 24.000 da qui alla fine dell'anno, andando così a sommarsi agli altri 54.325 migranti che si sono stabiliti  l’anno scorso nella capitale tedesca.

Dal 2015 in tutta la Germania (e soprattutto a Berlino, a due passi dal Reichstag) le iniziative in loro favore si sono moltiplicate. Le associazioni organizzano picnic ed altri eventi "refugees welcome", privati cittadini mettono a disposizione una camera nel proprio appartamento su siti specializzati nell'offerta di alloggi, e teatri, musei e perfino ristoranti dispongono cassette per le offerte nei propri locali. Denaro, beni in natura, ma anche offrire semplicemente il proprio tempo: sono molteplici le possibilità con cui i berlinesi possono dare una mano, qualora vogliano farlo.

Idee per l'integrazione

La Staatsoper, teatro berlinese, non è stata da meno, e l'anno scorso ha raccolto diverse migliaia di euro in donazioni alla fine di ogni rappresentazione, come ci racconta Rainer O. Brickmann, direttore della Jungen Staatsoper (il settore dedicato ai bambini e ai ragazzi). Ma ad inizio 2016 il personale del teatro decise di fare di più. Rainer Brickmann allora incaricò Ronan Favereau, attore ed insegnante di teatro, di creare un laboratorio destinato alle Wilkommensklassen, le classi appositamente istituite nelle scuole tedesche per accogliere i giovani migranti.

Oggi la classe di Frau Schröder ha appuntamento alle 10 davanti all'entrata della Staatsoper. Il laboratorio sarà animato dallo stesso Ronan e Jeruscha, studentessa di pedagogia musicale all’UDK (l’Accademia delle Belle Arti di Berlino) e futura insegnante di musica nelle scuole. «Era importante studiare un programma che comprendesse musica e teatro in ugual misura, due arti che, tramite la lirica, formano un tutt'uno con la realtà di ogni giorno. Perciò ho contattato alcuni insegnanti di musica per animare questi laboratori insieme a me» spiega Ronan.

Su richiesta di Ronan, 16 studenti dai 13 ai 16 anni, 6 ragazze e 10 ragazzi, formano un cerchio. Primo esercizio: presentarsi abbinando un gesto al proprio nome. Ma subito si presenta la prima difficoltà: come spiegare la parola «gesto», che nessuno sembra conoscere. La seconda difficoltà è quella di contenere l'entusiasmo dei ragazzi nel voler pronunciare il proprio nome insieme al gesto. Abbastanza difficile. Durante queste tre ore di laboratorio si balla, si cammina, si mima, si ascolta. Si parla tedesco, arabo e albanese, si canta in farsi, in inglese, in curdo e, al culmine della giornata, si improvvisano delle scenette teatrali, «in tedesco però, per favore».

Beethoven, Yann Tiersen e Mozart

Sono così simili ai compagni europei che ci si dimentica molto in fretta che sono arrivati in Germania da pochissimo, la maggior parte di loro solo da qualche mese. In questo gruppo di 16 ragazzi e ragazze ci sono le chiacchierone, i timidi, quelli che fanno confusione, i ritardatari, quelli col cappello abbassati sulla testa senza un perché, quelli che bisbigliano quando gli altri cantano a squarciagola. C'è l'allegrone, quello che non sta al suo posto, quella che sta appiccicata agli adulti e parla solo con l'insegnante. Quello che rende questi adolescenti diversi, in compenso, è la loro grande motivazione e partecipazione, sempre molto dinamica. Anche quelli che all'inizio non vogliono cantare finiscono per partecipare attivamente alle altre attività. Le loro preferite? L'alfabeto, ovvero: «Si cammina per la stanza, io dico una lettera e voi dovete trovare un nome comune che comincia con questa lettera. Poi dovete dire il determinante e il plurale (in tedesco il nome al plurale può cambiare, n.d.t.) ». Da tutte le parti arrivano risposte, si alzano mani e risuonano grida: frutta, verdura, animali, strumenti musicali...

L'altro momento importante del laboratorio è intorno al pianoforte. Jeruscha suona Beethoven, Yann Tiersen, Mozart. Prima un religioso silenzio, poi gli applausi, e Ronan che chiede dopo ogni brano: «Com'era? Triste, allegro? E quali animali avente sentito? ». Molte mani si alzano per rispondere: si vedono tigri, elefanti, uccelli, topi. Nel viaggio non si è persa l'immaginazione. Per fortuna.

Tornando dall'intervallo, passiamo dalla grande sala del teatro. Mentre i ragazzi si sistemano in balconata, risuonano sospiri di ammirazione. Alcuni sono già stati a teatro nei loro paesi di origine, in Libano per esempio. Gli altri hanno già visto degli spettacoli, oppure opere in televisione. Asel, 14 anni, spalanca gli occhi quando Ronan cita il coro di voci bianche a cui si potranno unirsi quest'anno, se vorranno. 

Scuola di confronto

Il laboratorio termina con un'improvvisazione di scenette. «Che cosa trovate buffo in Germania? Che cosa è diverso rispetto al vostro paese e che vi fa ridere?» Nessuno risponde direttamente alla domanda, è difficile notare "piccole cose" quando si parla di mondi completamente diversi. Piuttosto, citano momenti divertenti che hanno vissuto qui: «Una signora è uscita dalla metropolitana con le borse della spesa ed è caduta, e la frutta è rotolata tutta per terra!», «Un signore ballava nudo per strada con una bottiglia di alcol in mano!». Ancora una volta gli aneddoti si susseguono, in un tedesco approssimativo ma perfettamente comprensibile. 

Ronan divide allora la classe in tre gruppi. Ognuno deve realizzare una scenetta in cui bisogna inserire un'espressione tipicamente tedesca. Stavolta i ragazzi capiscono subito. Queste espressioni le sanno già a memoria: «Wie bitte?» o ancora «Ach so!». Le idee arrivano molto velocemente, si parla solo in tedesco, a volte uno di loro traduce in arabo a quello che non ha capito una parola. Ahmed, fino a quel momento molto coinvolto, d'altro canto non è molto contento del fatto che i suoi compagni abbiano parlato in arabo al momento della rappresentazione: «Lo hanno fatto di nuovo!».

Per la conclusione, ci si mette di nuovo in cerchio. È ora di fare un bilancio. «Che cosa vi è piaciuto di più? E di meno?». «L’alfabeto», «Le scenette» sono tra le risposte più entusiaste. Molti ragazzi ringraziano a lungo i due animatori, consapevoli della fortuna che hanno avuto a essere accolti in questo luogo. Tutti dicono che è stato tutto bello, senza eccezioni. Tuttavia Jilo osa una piccola critica: forse alcuni esercizi sono risultati difficili a causa della lingua. È vero, anche Jeruscha riconosce di aver parlato molto, troppo in fretta e senza usare le mani per descrivere i brani che ha interpretato al pianoforte. Ma niente rimproveri. Per un momento, anche noi ci siamo dimenticati che questi ragazzi stavano imparando il tedesco solo da qualche mese.

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Ich bin ein Berliner - Pubblicato dalla redazione locale di cafébabel Berlin.