Berlino: cosa arriverà dopo la rabbia?

Articolo pubblicato il 27 dicembre 2016
Articolo pubblicato il 27 dicembre 2016

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Quattro giovani donne, che hanno scelto Berlino come loro casa, sono scioccate dopo l'attentato al mercatino di Natale il 19 dicembre, in cui hanno perso la vita 12 persone e decine sono state ferite. 

Pia

"La Gedächtniskirche (Chiesa della Memoria), è considerata un forte simbolo contro la guerra e la distruzione, un emblema di pace e libertà. Proprio tra le bancarelle di quel mercatino ritrovo i miei primi ricordi di bambina; là ho fatto il giro in una giostra e nella ruota panoramica per la prima volta e dall’alto ho ammirato estasiata le luci della città. Sono triste e senza parole per i tanti morti e per l'attacco alla mia libera Berlino."

Amélie

"Berlino, Berlino, una città che mi ha accolto, mi ha ospitata, si è aperta a me. Berlino mi dona il suo amore, le sue strade brulicano di amicizie solide e consolidate; una città che spara i fuochi d'artificio nel cielo notturno per festeggiare la gioia immensa che noi riceviamo stando qui. In questi quartieri, dove la gioia di vivere è senza limiti. Berlino è una grande città dal punto di vista umano. Non parlo solamente di chilometri, ma anche dell'arte, di come i Berlinesi convivono; la multiculturalità di Kreuzberg, il calore dei mercatini di Natale, il cielo rosa all'alba dall'Oberbaumbrücke, il sole d'inverno sulla Hermanstraße, le chiacchiere da bar delle suocere, la libertà delle feste popolari, la gentilezza dei venditori degli Späti, che accolgono i nostri amici quando noi non siamo lì. Dobbiamo ritirare qui le chiavi? Si, proprio qui. Siete tutti a casa qui, per un weekend, un mese, quattro anni e mezzo. Berlinesi, turchi, iraniani, francesi, afghani, pakistani, cinesi. Etiopi, norvegesi, indiani, australiani, coreani - tutti siete a casa qui. Alla salute, Berlino, bella mia, brindo a te quanto ti amo, festeggio te come festeggio la vita.

Christiane

Ieri sera ero con i miei colleghi alla nostra festa di Natale a Wedding. Durante la via del ritorno a casa si leggeva già delle prime morti. Arrivata a casa, non volevo parlare. Il mio ragazzo non aveva ancora appreso nulla e non avevo il coraggio di dirgli: "Hai sentito cos'è successo?" Volevo mantenere la calma, prima che scoppiasse tra noi l'attacco mediatico. E ovviamente è ciò che è successo. La vita nel 2016 è così: monitorare canali di notizie dalla Gran Bretagna, Portogallo e Germania, mandare notizie tramite messaggi su Facebook e Whatsapp agli amici. Alcuni hanno subito chiamato ed è stato bello sentire le loro voci dalla Francia, dall'Italia, dalla Colombia e dal Portogallo e parlare di Dio e del mondo. Dovremmo sentirci più spesso, non aspettare l'occasione di una notizia scioccante.

Julia

Dalle cinque di mattina ascolto la radio, aggiorno regolarmente le notizie, guardo Twitter e Facebook. E la mia incredulità ha lasciato il posto alla rabbia. Non ci posso credere che questo attacco è veramente successo. Non ci voglio credere. Il mio improvviso e disperato bisogno di muovermi mi ha portato fuori di casa e a fare un giro nel quartiere. Ma la rabbia non se ne va in fretta. Questo senso di collera non si ferma. In certi momenti non voglio che si fermi, soprattutto perché non so che cosa mi aspetta, dopo di questo.