Berlinale 2015: l'orso d'oro a 'Taxi'

Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015
Articolo pubblicato il 24 febbraio 2015

Al 65° Festival Internazionale del cinema di Berlino, l'orso d'oro è stato assegnato a Taxi, una pellicola del regista iraniano Jafar Panahi. Non è esattamente una sorpresa: i dialoghi brillanti hanno fatto sì che si distinguesse in mezzo ad altri film piuttosto noiosi. Nonostante ciò, la decisione della giuria sembra essere stata più politica che tecnica. 

Molti buoni film hanno qualcosa a che fare con un taxi, o con un tassista. Si pensi a Taxi Driver (1976) oppure a Night on Earth (1991). Un taxi è la location perfetta per introdurre continuamente nuovi personaggi, per passare da un tema all'altro senza soluzione di continuità e, dunque, per realizzare un ritratto confuso, ma estremamente vero, della realtà. Oltretutto, gli sfondi sono in continuo movimento. Taxi (2015), il nuovo lavoro del regista iraniano Jafar Panahi, porta avanti questo genere. Alla giuria del 65° Festival Internazionale del cinema di Berlino, il film è piaciuto talmente tanto che gli è stato assegnato l'orso d'oro.

Non è una sorpresa. Il film di Jafar Panahi è davvero un buon film: lo stesso Panahi interpreta un tassista di mezza età, con la coppola in testa, che scarrozza placidamente i suoi avventori attraverso una soleggiata Teheran e ne approfitta per fare quattro chiacchiere con loro, mentre li riprende con una telecamera. Tra questi, c'è per esempio un macho fanfarone, che si pavoneggia delle sue rapine alla Robin Hood e tenta, invano, di mettere a tacere un'insegnate intellettualmente lontana mille miglia da lui. Oppure una donna che tiene in grembo il marito sanguinante, vittima di un incidente motociclistico, e tenta disperatamente di fare un video con il telefonino, che valga da testamento nel caso della morte di questi.  O, ancora, due signore infinitamente vecchie, che parlano amabilmente della bellezza dei loro corpi nudi agli occhi di Dio, o dei loro pesci rossi. E ancora, il piccolo proprietario di una videoteca, che ci tiene a far sapere che non ha soltanto cinema d'autore nel suo catalogo, ma anche opere come The Walking Dead

Come si gira un buon film?

La più chiacchierona è Hana Saeidi, la nipote del regista, che, nemmeno il tempo di salire sul taxi, inizia a lamentarsi con lo zio ritardatario e, come un fiume in piena, racconta del suo laboratorio cinematografico a scuola. Per Panahi, che dal 1997 ha vinto quasi tutti i più importanti riconoscimenti europei, è una buona occasione per riflettere sull'arte cinematografica. Mentre i discorsi con la nipote riguardano soprattutto la censura iraniana, il catalogo delle opere interdette e l'esplicito ammonimento a non rappresentare la "sporca realtà", il regista, parlando con uno studente di cinema, afferma: «Tutti i film meritano di essere visti. Il difficile, nel fare un film, è trovare il soggetto giusto». Non si tratta dunque di imitare trame o stili cinematografici: «Tutte queste cose sono già state fatte». Così conciso. Così semplice.  

Panahi, perlomeno, sembra aver trovato il soggetto giusto: lo ha messo in scena con una telecamera sul cruscotto, con la quale ha filmato i suoi ospiti, le discussioni, le liti, le risate e i pianti. L'atmosfera è leggera, a tratti persino allegra, benché si parli di cose terribili: c'è l'insegnante che si infervora perché l'Iran è il secondo stato al mondo, dopo la Cina, per il numero di condanne a morte; oppure quel marito ferito che teme che, dopo la sua morte, la famiglia ripudierà la moglie. Tutto questo la dice lunga su una società nella quale persino le allieve delle scuole elementari si devono camuffare. La nipote di Panahi, Hana, teme che il film realizzato con i compagni a scuola possa essere censurato a causa di una scena non adeguata. Nonostante ciò, il film tenta di trasmettere speranza: emblematica, a tal proposito, la scena nella quale l'avvocatessa di Panahi sale sul taxi con un mazzo di rose e inizia a cantare un inno alla libertà di pensiero. 

Il problema della censura

Nell'ultima inquadratura, Panahi e Hana scendono dal taxi e si allontanano. Nel giro di cinque secondi, arrivano due motociclisti che smontano la camera. Dissolvenza in nero. Imprecazioni e rumori di strada. Il film di Panahi sembra quasi un documentario, ma è scritto così bene, che a un certo punto ci si chiede inevitabilmente quanto sia vero e quanto inventato. Il film, ad ogni modo, non ha passato la censura iraniana: nel 2010, Panahi fu arrestato  e condannato a 6 anni di prigione e a 20 di interdizione dal realizzare o scrivere film. Nel 2011, Panahi produsse clandestinamente This is not a Film, portato fuori dall'Iran illegalmente dentro a una torta. Anche la partecipazione di Pardé (2013) alla 63esima Berlinale non era cosa scontata. Allora, Panahi aveva vinto l'orso d'argento per la miglior sceneggiatura.  

L'orso d'oro per Taxi è dunque un segnale politico? Potrebbe essere. Se si dà un'occhiata al programma completo della Berlinale, però, si potrebbe anche pensare che la giuria abbia scelto un film non convenzionale, fuori dal circuito mainstream. In confronto a pellicole come Nobody wants the night, Queen of the Desert, CinderellaKnight of Cups, che di fatto dicono poco o niente, Taxi diventa senza dubbio un capolavoro cinematografico, sebbene non siano da dimenticare film come Ixcanul, El ClubCha và con và, che si confrontano in maniera piuttosto critica con la società contemporanea, rivelando un certo impegno politico. Un riconoscimento politico, dunque, per un buon film. Che fosse davvero il migliore, è certo discutibile. 

Tra l'altro Jafar Pahani non ha potuto ritirare il premio personalmente. Dal 2010, infatti, non può lasciare l'Iran, se non per sottoporsi a trattamenti medici o per il pellegrinaggio a La Mecca. Il premio è quindi stato ritirato dalla nipote Hana Saeidi.

Cafébabel Berlino alla 65esima Berlinale

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