Belgio, Elezioni in bianco e nero

Articolo pubblicato il 09 ottobre 2006
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Articolo pubblicato il 09 ottobre 2006

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Alle municipali dell'8 ottobre, prima volta alle urne per gli stranieri. Ma solo il 16% si iscrive.

«Tanto i politici sono tutti ladri!» prorompe, con l’accento belga, Manuel, 27 anni, lanciando un’occhiataccia ai manifesti incollati sulle vetrine dei negozi, coi volti patinati dei candidati alle elezioni municipali. Tutti sorrisi e slogan attraenti. Molti dei pretendenti alla vittoria provengono dal quartiere multietnico della Gare du Midi, e sono immigrati. Un modo come un altro usato dai partiti politici per sedurre il 25% dei votanti non belgi censiti a Bruxelles. La strategia ha però dei limiti: «Non mi piace votare per degli stranieri» dice Saïd, marocchino 23enne. «Quando è qualcuno del tuo paese a presentarsi è peggio degli altri».

Voto per gli stranieri: la prima volta

A due anni dalla legge sul diritto di voto degli stranieri extracomunitari, approvata in febbraio 2004, i risultati sono ben lontani dai dibattiti serrati che avevano messo in difficoltà il Primo Ministro Guy Verhofstadt e il suo partito, i Democratici e Liberali Fiamminghi. I tassi d’iscrizione alle liste elettorali non hanno superato il 15,7% sull’intero territorio. La regione di Bruxelles capitale arriva in seconda posizione, dopo la Wallonia: 6.622 stranieri si sono iscritti, su 42.298 potenziali elettori. Per partecipare allo scrutinio era richiesto dalle autorità un requisito fondamentale: la residenza legale sul territorio belga da almeno cinque anni.

«Le decine di migliaia di stranieri recentemente naturalizzati, gli anziani, coloro che sono appena arrivati nel quadro del ricongiungimento familiare o che provengono da nuovi paesi di migrazioni come l’Iran o l’Asia non hanno votato. È necessario del tempo per inculcare la cultura democratica in una popolazione» cerca di giustificare Henri Goldman, specialista dei fenomeni migratori al Centro per l’Eguaglianza e la Lotta contro il Razzismo. E aggiunge: «Quanti belgi si sarebbero recati alle urne se il voto non fosse stato obbligatorio?». Perché, in Belgio, disertare le urne può costare caro: l’astensione è punita con un’ammenda. C’è di che scaldare gli animi. Goldman riassume: «Se la proporzione di iscritti stranieri è deludente, varia anche in funzione delle iniziative di sensibilizzazione di ogni comune».

Burocrazia migratoria

Le bancarelle variopinte del mercato della domenica hanno invaso il piazzale antistante la chiesa romanica di Saint Gilles: promozioni esagerate ed effluvi di pollo alla griglia tentano la folla rumorosa ammucchiata sull’asfalto. In questo quartiere della città di Bruxelles dove circa la metà dei 44.000 abitanti è di origine straniera, il risultato per le elezioni municipali è più promettente della media nazionale: qui sono il 20% dei residenti immigrati ad essersi iscritti alle liste. Nel suo ufficio di legno pieno di scartoffie Lionel Kesenne, assistente dell’assessore per lo stato civile, non ha dubbi sul metodo usato dall’amministrazione locale: «È stato inviato un formulario ad ogni elettore che volesse iscriversi, per non parlare dei manifesti e dei manuali che spiegavano le modalità di voto, cui facevano eco le iniziative delle associazioni».

Ma alcuni mediatori sociali criticano la cattiva preparazione di questa campagna di sensibilizzazione: «Non si è davvero cittadini quando si è costantemente assistiti» accusa Anissa Benabi, 36 anni, che anima dei corsi di alfabetizzazione per l’associazione locale Le Carria. «Alcuni degli immigrati non hanno mai votato nel loro Paese di origine e altri non hanno compreso la procedura di iscrizione, piuttosto complicata». Leila, algerina che vive a Bruxelles da sei anni, spiega di aver «ricevuto la scheda elettorale durante le vacanze, proprio quando non c’era nessuno». E le liste elettorali erano chiuse il 31 luglio.

Questa difettosa organizzazione viene duramente criticata da Myriam Mottard, segretaria generale della Coordinazione Nazionale di Azione per la Pace e la Democrazia, una piattaforma che raggruppa diverse associazioni della regione di Bruxelles. Che spiega senza peli sulla lingua: «Il lavoro di informazione non è partito seriamente prima di marzo, dopo l’adozione di un emendamento dell’ultim’ora, che inquadrava il diritto di voto per gli stranieri solo ai residenti legali. Senza questa modifica, la legge del 2004 avrebbe potuto essere applicata agli immigrati irregolari». La Mottard non risparmia le critiche nemmeno ad un altro ostacolo all’iscrizione degli stranieri alle liste: l’obbligo di firmare la Convenzione Europea dei Diritti Umani e della Costituzione belga. E s’infiamma: «È una misura discriminatoria e stupida. Tutti coloro che vivono sul territorio belga devono rispettare la legge».

Solo il 17% degli europei iscritti sulle liste elettorali

Per quanto riguarda la legislazione, Victoria Videgain Santiago, 50 anni, ne constata quotidianamente la violazione, a Saint Gilles. Donne picchiate e barboni si rivolgono continuamente al centro di assistenza giuridica che dirige dal 1999. Seduta sui tavolini di un bar, la giurista d’origine cilena dagli occhi verdi spiega in dettaglio le ragioni della sua candidatura alle elezioni municipali tra le fila dei socialisti: «Aver vissuto e poi fuggito la dittatura di Pinochet mi permette di apprezzare la democrazia e mi spinge a impegnarmi ulteriormente» spiega salutando calorosamente un passante. «So per esperienza cosa significa essere una donna immigrata». Videgain Santiago ritiene che sia «incoraggiante» il numero di elettori stranieri iscritti, ma rimane sempre perplessa di fronte ad un «disinteresse generalizzato nei confronti della politica. Non solo tra gli immigrati, ma anche tra i giovani. Che pensano che le cose non possano cambiare mai».

Sono disincantati nei confronti della politica anche i comunitari cui la cittadinanza europea dà, dal 1998, diritto di voto alle elezioni amministrative ed europee. A Saint Gilles solo il 17% si era iscritto alle liste elettorali. Clandestini di lusso? «Gli europei residenti a Bruxelles sono più degli espatriati che dei cittadini» precisa Mottard. «Il voto è un’arma dei poveri» rincara Goldman. «Che bisogno hanno di utilizzarlo quelli che hanno il potere economico e lavorano per istituzioni europee, in una bolla dorata?».

Ora che questa debole partecipazione degli straneri dà del a filo da torcere ai dirigenti del partito di estrema destra Vlaams Belang (“Interesse fiammingo”), è la motivazione dell’insieme della classe politica belga ad essere rimessa in discussione dai protagonisti della vicenda. «Credo che, alla fin fine, questo risultato convenga a tutti i politici» taglia corto Anissa Benabi. «Nessun partito ha realmente attuato una vera e propria compagna in favore del voto agli stranieri. Adesso è urgente sensibilizzare il pubblico».