Basta un poco di Francia e la Costituzione va giù?

Articolo pubblicato il 16 aprile 2007
Articolo pubblicato il 16 aprile 2007

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...non secondo il nostro opinionista. Per il quale il nuovo Presidente che uscirà dalle urne il 6 maggio non potrà fare granché per salvare l'Ue.

Forse la vicinanza delle elezioni presidenziali francesi ha spinto la Cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente anche del Consiglio Europeo da gennaio a giugno, a presentare a Berlino lo scorso marzo una proposta per rilanciare il processo di ratificazione di un trattato istituzionale europeo insieme alla denominata Dichiarazione di Berlino. In parallelo, secondo un sondaggio della Ifop nel dicembre del 2006, circa il 28% dei francesi “spera che il suo prossimo Presidente della Repubblica adotti come priorità nella sua politica estera che la Francia sia il motore dell’Unione Europea”. Si tratta della seconda esigenza più condivisa dagli intervistati.

Il bello e il cattivo tempo dell'Ue

Già l'allora primo ministro Winston Churchill nel 1946 diceva: «Non è possibile un’unione paneuropea senza Francia e Germania ». E a ben vedere la Francia è sempre fatto il bello e il cattivo tempo nella costruzione europea. Ha frenato la creazione di un esercito europeo nel 1954 e – con Jacques Delors alla Commissione – ha posto le basi del Mercato unico. Al tempo stesso mentre ben 17 paesi hanno ratificato il Trattato Costituzionale, la Francia lo ha rifiutato col referendum del 2005 paralizzando così il processo “costituzionale” europeo. Eppure, questa volta, è opportuno dubitare del fatto che il nuovo Presidente francese potrà assicurare un cambiamento per l'Ue.

Le politiche non dipenderanno dal futuro Presidente francese

Quasi tutte le questioni importanti europee non dipendono da chi vincerà le elezioni in Francia. Il bilancio europeo si adotta ogni 6 anni e l'ultimo è appena entrato per il periodo 2007-2013: chi governerà la Francia durante questo periodo non potrà quindi determinare cambiamenti nella quantità e nella distribuzione dell’erario comunitario.

Riguardo l’allargamento dell’Ue alla Turchia, anche se il candidato centrista, Bayrou, e il conservatore, Nicolas Sarkozy, si sono dichiarati contrari, come il leader dell’estrema destra Le Pen, la realtà è che i turchi sono lontani dall’adempiere i criteri di adesione e ci metteranno anni prima di farlo. Questo ha spinto probabilmente la candidata socialista Ségolène Royal a manifestarsi a favore dell’entrata della Turchia qualora questa compia i requisiti richiesti: una posizione di facciata, dato che durante il prossimo quinquennio, in Francia, nessuno si vedrà obbligato a convocare quel referendum che Chirac ha promesso per ogni nuova adesione all’Ue.

Infine l’Agenda di Lisbona – che mira a fare dell'Ue la società della tecnologia e della conoscenza più moderna al mondo – continuerà a rimanere su un binario morto come sempre. Un esempio: il ritardo del programma satellitare europeo Galileo che avrebbe dovuto competere con l'americano Gps. Gli Stati partecipanti non riescono a mettersi d’accordo sulle imprese che realizzeranno i lavori, dato che chiedono che il denaro che investono torni ai lori paesi sotto forma di contratti. Jacques Barrot, vicepresidente della Commissione Europea, ha lanciato l’allarme il 15 marzo, sostenendo «che i ritardi mettono in pericolo la partenza di Galileo». Germania e Francia litigano da mesi a causa della gestione di Eads, principale azionista di Galileo. Nel gigante aeronautico europeo i tedeschi di Daimler-Chrisler desiderano dividere i dividendi, mentre lo stato francese – anch’esso azionista del consorzio – si rifiuta, in piena riduzione d’organico di 10.000 lavoratori. La cooperazione non funziona, e nessun candidato francese alla presidenza ha apportato proposte di soluzione.

Mini-trattato o micro-trattato?

Rimane poi il problema del decision making, il sistema di presa di decisioni all'interno dell'Unione Europea. In un'Ue di 27 membri, obbligare a prendere le decisioni più importanti all’unanimità o a maggioranza qualificata è paralizzante.

Nicolas Sarkozy, candidato conservatore, propone un “mini-trattato” che concentri gli aspetti che gli elettori francesi non hanno respinto durante la campagna referendaria. «Tuttavia» teme Gérard Onesta, Vicepresidente del Parlamento Europeo e membro francese del gruppo dei Verdi, «credo che questo mini-trattato possa convertirsi in un micro-trattato con poche norme, e che quindi gli Stati non si metteranno d’accordo su cosa togliere o lasciare intatto del testo attuale, e si peggioreranno le cose». La candidata socialista, Ségolène Royal, e il Cancelliere tedesco Angela Merkel parlano di organizzare un’altra Conferenza Intergovernativa per elaborare un nuovo testo più succinto. «Ma in questa conferenza ci saranno gli stessi di qualche anno fa e il risultato sarà lo stesso», osserva con rabbia Onesta.

Un nuovo trattato con meno contenuto potrebbe estendere l'apatia tra le popolazioni dei 27 paesi membri. Dimostrata dal basso tasso di partecipazione elettorale alle Europee del 2004. Altro indizio che invita al pessimismo è l'euroscetticismo di paesi quali Polonia e Repubblica Ceca. I loro governi erano opposti all'uso del termine “costituzione” nella denominata “Dichiarazione di Berlino”. Non è di buon auspicio per un'Europa impantanata. Che la Francia non potrà salvare dopo averla fatta sprofondare col “No” del 2005.