Basta con la realpolitik!

Articolo pubblicato il 05 ottobre 2003
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Articolo pubblicato il 05 ottobre 2003

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La CIG di Roma comincia. L’Integrazione europea è gravida di promesse. Il processo non deve essere abortito.

Come già nel 1957 i padri fondatori dell’Europa si son riuniti a Roma, la città di Romolo e Remo, per testimoniare la nascita di un ordine europeo nuovo. Di fronte a loro giace la Costituzione europea, frutto dell’ingegno di innumerevoli deliberazioni e di 15 mesi di negoziati nella Convenzione sul futuro dell’Europa. Il loro compito, come 46 anni fa, è storico: dal ventre di un’Europa gravida di promesse tocca loro mettere al mondo un’Unione novella, che diventerà, per dirla con le parole di Habermas, una ‘costellazione postnazionale’, una gamma di paesi la cui storia e i cui destini sono sistemati con cura in un ordine cosmico.

E tuttavia mai come adesso ideali così stellari affrontano una brusca ricaduta a terra. I negoziati di Roma rischiano di mostrare che, anche nell’apparente costellazione ‘postnazionale’, la realpolitik fra gli stati-nazione resterà il vero centro di gravità. Nonostante il fatto che ogni stato fosse rappresentato nei passati lavori della Convenzione, i governi si stanno comunque arrampicando per effettuare dei cambiamenti. Il governo britannico ha tracciato le sue ‘linee rosse’, in particolare su politica estera e fiscale. I paesi cattolici, e soprattutto la Polonia, invocano un riferimento ad un’Europa ‘dalle radici cristiane’ all’interno del trattato costituzionale. Wlodzimierz Cimoszewicz, il ministro degli esteri polacco ha dichiarato è ‘fuori questione’ che il trattato venga accettato ‘così com’è’. Confrontatisi col compito di portare un’entità nuova nel mondo, i padri fondatori dell’Europa vogliono discutere più su quale configurazione dovrebbe assumere la nuova struttura che sul benessere della nascitura Unione del XXI secolo.

Ma com’è successo? Alcuni delusi euro-federalisti l’hanno presa come un ulteriore segnale che l’ Europa non può godere della fiducia dei suoi governi – e che gli stati membri perseguono naturalmente i loro obiettivi in primis, lasciando gli interessi europei sullo sfondo. La conclusione è che lo sviluppo futuro dell’UE dovrebbe essere accentrato nelle mani dei dirigenti nazionali e andrebbe collocato nel grembo dei popoli dell’Europa. Una conclusione questa, che ovviamente si mostra fatalmente incrinata: essa trascura il fatto che l’azione aggressiva alla ricerca di precise modifiche nella carta costituzionale è motivata nella maggior parte dei casi da pressioni derivanti dagli elettorati nazionalii. Nessuno può nutrire dubbi sulla popolarità nazionale dietro la pervicacia dei polacchi ad assegnare all’Europa ‘radici cristiane’, né sulle ferme istanze di negoziazione degli inglesi. Effettivamente, laddove un governo non avesse esigenze elettorali domestiche da accontentare, è improbabile che perduri a mostrare una tale persistenza.

Il problema, allora, non è il ‘deficit democratico’, ma paradossalmente, il fatto più vero che le élite d’Europa siano responsabili verso la loro gente, che semplicemente non condivide le stesse ispirazioni per il loro ideale europeo. Il problema centrale è la mancanza di un demos europeo, ovvero, un popolo unico capace di condividere valori comuni ed un comune destino. Come – o se davvero – possiamo trovare una soluzione è la questione cruciale dell’intero progetto europeo. È possibile, in un lungo arco di tempo, che la partecipazione alle istituzioni europee possa instaurare un’idea di obiettivi comuni nei popoli d’Europa. Ma al giorno d’oggi, sono molti i segnali che vanno nell’opposta direzione: fra gli esempi si annoverano il risultato del recente euro-referendum in Svezia e la crescita di movimenti euro-scettici un po’ dovunque.

Come per i negoziati di Roma, un esito abortivo non è un’opzione. L’allargamento ha reso necessario un riassetto istituzionale, e un accordo deve esser raggiunto. Per ogni partecipante, il costo di un fallimento sarebbe ben più alto di quello che si verrebbe a soffrire mandando tutto all’aria, a prescindere dal genere di posizione che ancora si nutre sulla costituzione europea. Un calcolo che anche il più testardo realista di politica estera può intuire.