Barroso: rischio nepotismo

Articolo pubblicato il 09 settembre 2004
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Articolo pubblicato il 09 settembre 2004

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Come primo atto ufficiale, il Presidente in pectore della Commissione ammorbidisce il severo codice di condotta stabilito da Prodi. Attizzando il sospetto di nuovi nepotismi a Bruxelles.

Uno sguardo al passato. Poco prima delle dimissioni forzate della Commissione Santer nel 1999, a Bruxelles è il caos: il nepotismo determina la direzione della compagine europea. Ma, alla fine, sotto i colpi del Parlamento Europeo, deve indietreggiare. Appena nominato, tocca a Romano Prodi ripulire le stalle della Commissione. E l’ex premier itaiano si mette all’opera: i membri della Commissione dovranno sottomettersi ad un severo codice di condotta. Nel mirino: i collaboratori dei commissari. D’ora in poi, commissario, capo di gabinetto, direttore generale e portavoci vari non dovranno più essere della stessa nazionalità.

Ogni dispositivo annacquato

E questo codice di condotta viene messo all’ordine del giorno già durante la prima riunione informale della Commissione in pectore guidata dal portoghese Barroso. Non c’è dubbio: le lezioni apprese dagli scandali dell’era Santer sono sicuramente evidenti nella giungla della burocrazia made in Bruxelles: anche il portoghese si è espresso in favore di un code de conduite: un documento ad hoc è già stato pubblicato, “aggiornato”, a sentire Barroso, rispetto al codice Prodi. Peccato che il testo sia fin troppo chiaro: ogni dispositivo è stato annacquato. Si precisa quale ufficio debba decidere se un membro della Commissione possa o no accettare regali dai propri ospiti. Ma la questione della nazionalità dei capi di gabinetto passa nel dimenticatoio. Solo per i nuovi direttori generali si è previsto un regime transitorio: potranno essere della stessa nazionalità del commissario almeno fino all’estate 2005. Sul perché si senta il bisogno di cambiare una disciplina ormai in vigore cinque anni, la Commissione non fornisce lumi.

Scurdammece ‘o passato...in salsa brussellese

I commissari designati, comunque, hanno accettato entusiastaticamente il margine di libertà ottenuto. A chi non fa comodo procurare ai propri amici un lavoro decisamente redditizio? Meglio offrire diligentemente ai propri connazionali una poltrona molto remunerativa. Chissa cosa accadrebbe per impiegati statali così tanto ben pagati, se la vecchia regolamantazione dovesse riprender vigore di nuovo a partire dalla prossima estate – con l’obbligo cioè per Commissario e direttore generale di provenire da differenti paesi. C’è da scommettere che andrà a finire con le parole di Adenauer: “chi se ne importa delle chiacchiere di ieri?”.

Il fatto è che già adesso la truppa Barroso comincia a prendere alla leggera il suo stesso codice: i commissari devono pur sempre svolgere le loro attività “in piena indipendenza”. Ed ecco che la danese Mariann Fischer Boel ha ricevuto da Barroso la competenza sull’agricoltura. Nulla di più assurdo: la Boel possiede addirittura una fattoria, e riceve ogni anno 60.000 euro di sovvenzioni dall’Unione Europea. La Commissione ha esaminato il caso, per poi archiviarlo senza esitazioni. Tanto è il marito a dirigere l’azienda. Benissimo. Resta da sapere, però, se Mariann Boel sia più preoccupata per il denaro del suo consorte o per quello dei contribuenti europei.

Il caso danese rivela il problema principale del codice: in 23 pagine di documento, non c’è alcun cenno sulle possibili sanzioni relative ad un suo mancato rispetto. Non c’è dubbio: se gli effluvi dei favoritismi tornano a tener banco nelle stanze di Bruxelles, è il cittadino europeo che perde. La Commissione non ha bisogno solo di norme comportamentali, ma anche di regole chiare su cosa consegua alla loro inosservanza. Altrimenti qualche tarlo finirà per insinuarsi nei suoi meccanismi, finendo per far da battistrada a ben altro.