Barroso, chi era costui?

Articolo pubblicato il 23 giugno 2004
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Articolo pubblicato il 23 giugno 2004

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Il totonomine per il nuovo Presidente della Commissione impazza. A scapito della trasparenza europea.

E alla fine ce l’hanno fatta. I nostri bravi capi di Stato e di governo sono finalmente risuciti a trovare un accordo. Dopo un’estenunate lotta, si è giunti all’approvazione da parte dei 25 delegati di una bozza di accordo su una Costituzione europea. Certo, nulla è ancora definitivo: l’approvazione ad opera dei parlamenti nazionali e, in alcuni paesi tramite referendum, resta incerta, soprattutto in realtà nazionali come la Gran Bretagna e la Polonia, in cui i cittadini non hanno lasciato spazio a dubbi circa il loro scetticismo verso l’Europa. Sarà quindi un atto storico riuscir a far entrare in vigore la costituzione. Il che resta tutto da vedere.

Il potere del Parlamento

Se già ci si è accordati a fatica persino con la regía esperta dell’Irlanda, sulla decisione importante relativa alla successione di Romano Prodi, ovvero sulla Presidenza della Commissione, ci sarà da aspettare ancora invano. Nei reiterati litigi dei giorni scorsi in una Bruxelles a porte chiuse, ha fatto mostra di sé il vero problema dell’Unione: opachi giochi di potere da parte dei capi di stato si distendono come un tappeto di feltro tra i cittadini ed il loro esecutivo europeo. Come può sorgere un’Europa politica con cui il cittadino possa identificarsi, se un’ora si un’ora no, un nuovo nome entra in quelle stanze imbellettate con vari segnatavola di Bruxelles? Barnier, Barroso, Vitorino, Cox: sono tutti nomi mai sentiti prima dalla maggioranza degli europei. I dignitari confusi dei principi d’Europa ce ne hanno svelato qualcuno: se l’UE non resta ancorata ai suoi limiti, e se si vogliono superare le rivendicazioni dei singoli paesi e le lotte di quartiere interne all’Europa, come tra atlantisti e federalisti, al parlamento dovrà esser accordato un ruolo chiave come organo democratico e luogo pubblico di dibattito. Non solo per la scelta del Presidente della Commissione. Comunque sia, il candidato ha bisogno, secondo la formula finalmente trovata, dell’approvazione del Parlamento europeo. Hans-Gerd Pöttering, presidente del gruppo parlamentare PPE, aveva assolutamente il diritto di immischiarsi nel toto nomine di Bruxelles e menzionare il nome di Chris Patten che può così godere del sostegno del maggiore gruppo parlamentare, anche se facendo ciò, ha attirato su di sé la rabbia del Presidente francese: “Non sono membro del PPE, e la loro scelta non mi vincola di certo” ha sbiascicato Jacques Chirac, con un’atteggiamento decisamente troppo aristocratico, probabilmente di facciata, visto che senza alcun dubbio è membro dell’UMP che rappresenta una frazione nazionale del PPE.

Ora si può opporre all’argomentazione di Chirac, secondo la quale il Presidente della Commissione deve provenire da un paese che partecipi sia alla zona Euro sia allo spazio Schengen (ovvero lasciando in piedi soltanto possibili candidati provenienti da 14 paesi), che la volontà del popolo, rappresentata attraverso il Parlamento, resta più importante rispetto all’opinione singola di un governante. I partiti avrebbero già dovuto afferrrare l’opportunità di di pronunciarsi in favore di un candidato: chi sceglie in Germania l’SPD avrebbe dovuto sapere quali eventuali candidati alla Presidenza della Commissione verranno sostenuti dall’SPD; chi vota per Forza Italia ha diritto ad esser informato sulle scelte politiche del gruppo PPE a Strasburgo. Nell’Europa a 25, la competizione fra le idee e fra le diverse concezioni avrebbe dovuto scandire la vita politica e non i campanilismi nazionali e il nepotismo bismarkiano. L’inutile toto-nomine di Bruxelles porterà ancor più scetticismo in Europa, il che ci farà rimpangere qualsiasi scelta.